Problemi relazionali

Capire se stessi

Guglielmo

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Gentili psicologi, vi allego una lettera che scrissi qualche settimana fa.
Non ha un soggetto, non è stata inviata a nessuno, sono semplicemente le mie parole. È da più di un anno che scrivo in certi momenti queste lettere come un diario. Se vi faccio partecipi di qualcosa di così intimo è solo perché dopo che scrivo è come se queste lettere più non mi appartenessero più, non parlassero di me, ma di una persona lontana dal mondo e dal tempo, come se fossero i diari di un antico, come se non riuscissi più a percepire un essere vivente dietro queste parole, lettere che suonano ormai vuote, morte.

Perché questa estraneità? Eppure sono la testimonianza più viva, più forte di me stesso. E poi anche la loro lettura mi diventa pesante e spesso capita che la interrompo per un senso insopportabile di stanchezza. Grazie.


Forse può essere interessante giunti a questo punto farsi questo discorso. Sotto molti aspetti non si può dire che io non ne abbia già parlato ed in effetti ciò che mi premeva era fare un resoconto "su carta" delle mie riflessioni. Ma d'altronde non si può dire che questo sia un evento eccezionale, anzi, simili discorsi​ hanno sempre accompagnato la mia recente esistenza. Questo è un segnaposto, nient'altro, sto trascurando il mio diario (che diario non è) volevo solo trascrivere le mie ultime novità. Ci si può sorprendere della tenacia di un affetto, soprattutto quando esso è stato semplicemente supposto. Non ho subito un vero lutto in vita mia , ho emulato sì, ho ragione di credere che il mio primo pensiero sarebbe: "Ecco, oggi hai perso una parte della tua vita, ma quanto durerà la rabbia? La depressione del lutto? Presto non dimenticherò? E quindi a che pro tutto questo dinanzi l'irrimediabile? Ed ognuno non è che la sua causa della sua delusione? Non dipende da me? Allora dimentica, è solo spazzatura ormai, inutile, improficua." Semmai c'è stato un momento in cui volevo dimenticare, fare finta che quell'affetto non fosse mai esistito, perché ormai solo dannoso alla mia vita è stato quando ho detto addio alla mia unica amica. Nulla si dimentica con più velocità dei nostri momenti più bassi, di quelli più profondi, di noi non rimane solo l'aspetto, l'idea di noi stessi più sopportabile alla vita. Ma quando un uomo arriva al culmine si fa una grossa risata di tutto questo, ed allora eccolo con una sferza lanciarsi come un folle su quel povero cristo che altri non è che la sua figura, figura sì, ma solida come l'acqua.

Io non riesco a capire come si possa provare affetto per me, suona patetico ma è così, quante volte nei miei peggiori momenti ho desiderato che qualcuno mi picchiasse e che mi picchiasse ingiustamente, io non avrei detto una parola, a modo mio mi pareva quasi desiderabile. Ooh ooh! Come mi si può conoscere!? Come mi si potrebbe spiegare quello che penso o faccio? Preferirei morire che avere una spiegazione, che sentirmi premeditato. Eppure non sono io il più interessato studioso di me stesso? Me stesso, un gioco senza fine, me stesso, potesse mai parola essere più grave di "me stesso ". Ho speso troppo tempo a meditare su "me stesso " che farmi il problema di un Dio. Forse sono sinceramente la persona più egoista che sia mai esistita. Qui non mento, non ho dubbi che preferirei me senza il mondo, che un mondo senza di me. Ho troppo dello spirito del mio secolo (sono proprio occidentale) per dubitare di questo. Eppure non pensi che ti sacrificheresti per tua sorella e tuo fratello e soprattutto per * ? Penso proprio di sì. E non hai passato​ una vita a progettare il suicidio? Eppure la malattia è la peggiore delle mie paure.
Ma questa lettera era stata scritta pensando a * , non era questo ciò a cui miravo.
Basta, nebbia, bisogna sforzarsi di andare ancora oltre, ancora un poco ... Perché non mi sento più male come prima? Eppure se avevo motivo di soffrire un anno fa oggi dovrei star soffrendo ancora e ancora di più . Eppure niente, ma non riesco a dire di star bene. Distomia? Forse .. Ogni tanto ho ancora delle cadute, tremende e violente cadute come allora, quando dissi addio alla mia unica amica. Scusami * , tu dicevi di capirmi, me lo dicevi ed io ti credevo. Ma puoi veramente capirmi? E se mi capissi realmente non ne avresti paura? *  sono solo uno stupido , sento di aver vissuto (interiormente) tutte le violenze del mondo. Non ho paura di sembrare banale, *, non ho pensieri felici da troppo, troppo tempo. Ho solo disgusto per me e per questa terra. Il punto è semplicemente questo: Io non riesco a pensare nulla, veramente nulla che possa rendermi felice e come avrei potuto fare felice te? Come avrei potuto amarti? Essere mio amico sarebbe stato solo un ingiustizia nei tuoi confronti * , e forse lo sai anche tu, se essere amico significa dirsi tutto quanto cosa ti avrei detto? Cosa te ne facevi del mio mondo? Perché è del mio mondo che si parla? Di cosa ti avrei potuto parlare? Ti avrei fatto soltanto una grande pena ed io questo lo so. Ti avrei sfruttata, avrei preso questo sentimento per legarti a me con la pena. Dio * io non lo voglio, non a te! Non vorrò mai farti questo! Ed è per questo che non ti parlo più! Oh *! È quasi un anno che non parliamo, dio questo è patetico, non so nemmeno​ cosa provi ormai per me. Ed io penso che tutto questo tempo senza parlarti realmente (ma io non potrò mai parlare realmente) ha distorto tutto quanto e che il mio affetto sia ogni giorno più irreale. Ad esempio io non ti scriverei mai queste parole, eppure è con queste parole che ti parlo nell'ultimo anno. * ... È stato quando ti ho detto addio che per me sei stata, per la prima volta, la mia migliore amica.

1 risposta degli esperti pubblicate per questa domanda

Buongiorno Guglielmo,


leggendo la tua lettera la sensazione che a me è arrivata è quello di un pensiero chiuso su se stesso. Manca l'espressione diretta del tuo sentire, ovvero delle tue emozioni.


Una lettera e una conversazione presuppongono una relazione, cioè un contatto diretto, chiaro, esplicito con un Tu (sarebbe sicuramente più interessante e più coinvolgente sia per te sia per chi ascoltasse o leggesse). Ciò che manca, quindi, in questa lettera è il rapporto. Non mi stupisce che a distanza di tempo (quel tempo necessario che ti ha permesso di distaccarti dal contenuto) ti risulti estranea. Proprio per l'assenza dell'espressione diretta delle tue emozioni.


E' necessario mettersi in gioco con le proprie emozioni sia per arrivare all'altro sia per sentirsi vivi. Diversamente non ci può essere "contatto" e il senso di estraneità (da ciò che diciamo o da ciò che l'altro ci dice) è dietro l'angolo. Ok?


Se dentro di te c'è un vissuto che ti crea dolore, ti suggerisco però di parlarne direttamente con un mio collega.


... ... ...


Guglielmo, non temere di tirare fuori le tue emozioni. Le emozioni sono varie e la loro natura e' quella di fluire. Perciò, in quanto tali, scorrono e non sono mai uguali a se stesse, anche quando si ripetono. Ogni momento della nostra esperienza ci dona sempre sapori diversi. Infatti, come nella musica esistono solo 7 note ma attraverso di esse i musicisti creano infinite melodie diverse, così nel mondo umano le emozioni primarie (che sono poche) ci danno la possibilità di vivere innumerevoli sfumature e, quindi, di gustare sapori diversi all'interno del nostro vivere quotidiano.


Alla luce di quanto ti ho scritto, quindi... ti auguro il piacere di sperimentarli e gustarli a pieno!


Un caro saluto

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