Caro Nicola,
quello che descrivi è molto più sfumato e consapevole di come spesso viene liquidato dall’esterno con l’etichetta “asocialità”. A me, leggendo, non arriva l’immagine di una persona che si è ritirata per paura o per rinuncia, ma di qualcuno che ha scelto una forma di vita coerente con il proprio modo di stare al mondo. E questa distinzione è fondamentale.
Ci sono alcuni punti chiave che meritano di essere messi bene a fuoco.
1. Stare bene non è un’illusione solo perché è solitudine
Tu dici una cosa molto chiara: ti consideri una persona felice. Non annoiata, non spenta, non in fuga. Felice. Con interessi, un cane, una casa scelta e desiderata, tempo ed energie per te. Questo, psicologicamente, è un indicatore di benessere molto più affidabile del numero di cene con amici a settimana. La sofferenza legata alla solitudine non nasce dal “fare cose da soli”, ma dal sentirsi soli contro la propria volontà. Tu non sembri lì.
2. Il fastidio che senti non è una contraddizione
È molto sano quello che racconti: stai bene e a volte avverti un limite. Le due cose possono convivere. Ogni scelta di vita comporta una rinuncia, e tu questo lo sai bene. Il punto non è eliminare ogni dubbio, ma capire se quel dubbio è un campanello d’allarme o semplicemente il prezzo della libertà che hai scelto. Il fatto che, quando rifletti, tu continui a preferire questa vita rispetto a quella più “piena” ma soffocante del passato è un dato importante. Stai scegliendo, non subendo.
3. Le critiche degli altri parlano anche di loro
Molte persone faticano ad accettare che qualcuno possa stare bene fuori dallo schema dominante: coppia, rete sociale ampia, attività condivise. La solitudine, nella nostra cultura, viene spesso confusa con il fallimento o con una tristezza latente.
Ma non tutte le persone traggono energia dalla stessa fonte. C’è chi si rigenera nel contatto continuo e chi nella profondità, nel silenzio, nella continuità con sé stesso. Il rischio che ti paventano (“prima o poi presenterà il conto”) non è una legge naturale. Presenta il conto una vita non autentica, non una vita solitaria.
4. Il vero “limite” non è quantitativo, ma qualitativo
La domanda non è: quanta socialità dovrei avere?
Ma piuttosto: se domani avessi davvero bisogno di qualcuno, saprei a chi rivolgermi?
E ancora: la mia solitudine è aperta o chiusa?
Una solitudine sana è permeabile: lascia spazio all’imprevisto, all’incontro possibile, senza viverlo come un’invasione. Una solitudine problematica è rigida, difensiva, impermeabile.
Da quello che scrivi, la tua sembra più la prima.
5. “Imporsi” socialità raramente funziona
Se riprendere a ballare o fare un corso diventa un dovere morale (“dovrei farlo perché è sano”), rischia di essere sterile o persino controproducente.
Diverso sarebbe chiederti: c’è qualcosa che mi incuriosisce davvero? Non per “bilanciare”, ma per piacere. Anche una socialità leggera, sporadica, non totalizzante. Non devi diventare una persona diversa per prevenire una sofferenza ipotetica.
In sintesi
Non vedo un uomo che si sta spegnendo, ma uno che ha trovato un equilibrio non convenzionale. Il dubbio che senti non è un segnale di errore, ma di intelligenza riflessiva. Tienilo con te, ascoltalo, ma non lasciare che cancelli ciò che sai già di stare vivendo bene.
Forse l’unica cosa che vale la pena “imporre” non è la socialità, ma una domanda ricorrente e gentile verso te stesso:
Sto ancora scegliendo questa vita, oggi?
Se la risposta continua a essere sì, sei molto più in salute di quanto credano gli altri.
Dott.ssa Antonella Bellanzon