Amicizie tossiche

CLELIA

Quando si parla di relazioni tossiche, si tende a pensare a relazioni amorose disfunzionali e/o abusanti. Tuttavia, anche le relazioni di amicizia possono presentare dinamiche fortemente disfunzionali, in cui una persona finisce per annullare l’altra. (Es.: la prima porta l'altro allo sfinimento emotivo e all’isolamento, mentre il secondo può sperimentare sentimenti di impotenza, ansia e stress cronico). Mi chiedo se le dinamiche di coinvolgimento emotivo, idealizzazione e dipendenza relazionale funzionino allo stesso modo nelle relazioni di amicizia e in quelle amorose, oppure se vi siano differenze significative sul piano psicologico e relazionale. In particolare: – quali segnali permettono di riconoscere una relazione di amicizia tossica? – quali meccanismi mantengono queste dinamiche nel tempo? – quali strategie di consapevolezza o di cambiamento possono aiutare a uscirne o a ridefinire i confini relazionali? Sono consapevole che in molti casi il supporto di uno psicologo sia utile o necessario; tuttavia, mi interesserebbe una riflessione che chiarisca i processi sottostanti e offra strumenti di comprensione, non esclusivamente un invito al percorso terapeutico.

7 risposte degli esperti per questa domanda

Buondi,

le sue domande e le sue riflessioni mi hanno richiamato alla mente il ciclo di racconti di Elena Ferrante. L'amica geniale, da cui e' stata anche tratta una serie tv molto interessante, e' la storia di una intensa amicizia, con tutti i risvolti e le tonalità che la contraddistinguono. Gliela consiglio vivamente!

Buongiorno,

Vivere un rapporto con dinamiche disfunzionali può essere un’esperienza molto delicata e dolorosa. Le dinamiche che descrive, come lei stessa sottolinea, possono essere presenti sia nelle relazioni sentimentali che nelle amicizie. 

A livello culturale c’è più abitudine a pensare a tali processi nelle relazioni amorose, motivo per cui c’è più conoscenza sui comportamenti che possono essere definiti “disfunzionali” in quell’ambito piuttosto che nell’ambito amicale. Il fatto che tali dinamiche siano più conosciute non porta però a una maggiore semplicità nel riconoscerle.

Nei rapporti interpersonali, siano essi di amicizia o amorosi, il fatto stesso di essere uno degli attori coinvolti porta con sé diverse difficoltà nella valutazione di certi avvenimenti. Tendenzialmente, infatti, sono gli esterni a far notare per primi alcuni segnali di allarme, ma è molto difficile comprendere se hanno ragione. Questo avviene sia per il coinvolgimento emotivo per l’altro, indipendentemente dal tipo di rapporto, sia per il fatto che il parere di un esterno è probabilmente basato su molte meno osservazioni rispetto a quelle che chi è direttamente coinvolto può avere.

Riconoscere queste relazioni (siano esse sentimentali o di amicizia) richiede anzitutto che si parta dalla propria esperienza soggettiva. È importante comprendere se si ha la sensazione di sentirsi svuotati dopo gli incontri, se c’è la percezione di sbilanciamento fra ciò che viene dato e ciò che viene ricevuto, se si prova senso di colpa nel cercare spazi personali o da dedicare ad altri e così via. È importante però contestualizzare questi elementi e comprendere quali emozioni fanno scaturire. Se sente dolore, vuol dire che qualcosa non sta funzionando in quel rapporto. Per questo è importante ascoltare se stessa e capire cosa provoca quella sofferenza e per quale ragione. Una volta che la situazione risulta chiara è importante comunicare con l’altro in maniera autentica con l’obiettivo di ripristinare una situazione di benessere individuale e, se possibile, anche della relazione.

È difficile rispondere alla domanda relativa ai meccanismi che mantengono queste dinamiche attive nel tempo, in quanto tali meccanismi sono estremamente soggettivi e legati al proprio vissuto. Generalmente in questi casi si assiste ad una comunicazione non completamente efficace, ricca di fraintendimenti e di “ricerche del colpevole”. Sono situazioni tendenzialmente caratterizzate dalla rigidità, da poca predisposizione al cambiamento e all’apertura ai bisogni dell’altro. Questi però sono solo esempi generali, tenga presente che questi meccanismi variano molto da persona a persona e da rapporto a rapporto.

Un cordiale saluto

Buongiorno. Domanda molto centrata, e per nulla banale. Sì: le amicizie possono essere profondamente tossiche, e spesso lo sono in modo più subdolo delle relazioni amorose, proprio perché socialmente normalizzate (“è solo un’amicizia”, “non esagerare”, “ti vuole bene”). Provo a rispondere seguendo i tre livelli che chiedi: struttura delle dinamiche, segnali, meccanismi di mantenimento e vie d’uscita. Dal punto di vista psicologico, i processi di base sono molto simili: idealizzazione, coinvolgimento emotivo asimmetrico, dipendenza relazionale, paura della perdita, svalutazione progressiva del sé. La differenza non è tanto il funzionamento, quanto: il grado di esclusività (più esplicita nel legame amoroso), la legittimazione sociale del disagio (nell’amore è “ammesso” soffrire, nell’amicizia molto meno), l’assenza di confini ritualizzati (nell’amicizia non esistono regole chiare su tempo, priorità, impegno). Questo rende le amicizie tossiche: più difficili da riconoscere, più facili da razionalizzare, spesso più durature. In altre parole: meno visibili, ma non meno impattanti.

Alcuni indicatori clinicamente rilevanti (non singoli episodi, ma pattern): squilibrio emotivo costante uno parla, l’altro ascolta; uno chiede, l’altro concede; I bisogni sono sempre di una sola parte. Erosione dell’autonomia: riduci altri legami per “non farlo sentire solo”. Modifichi decisioni, gusti, priorità per evitare tensioni. Ti senti in colpa quando scegli te stesso.  Stanchezza emotiva cronica: dopo l’incontro ti senti svuotato, non nutrito. Avverti ansia prima di vederlo/sentirlo. Senti il dovere di “reggere” l’altro. Ambivalenza affettiva alternanza tra momenti di grande vicinanza e fasi di distanza, freddezza o svalutazione. Ti senti “speciale” e subito dopo invisibile o inadeguato. Difficoltà a porre limiti: ogni tentativo di confine viene vissuto dall’altro come rifiuto, tradimento o attacco. Ti ritrovi a spiegarti, giustificarti, riparare. Un criterio semplice ma potente è questo: ti senti più libero o più piccolo da quando questa amicizia esiste? 

Spesso si incontrano: una persona con bisogno di contenimento, conferma, centralità; una persona con assetto accudente, responsabile, iperempatico o timoroso del conflitto. La relazione “funziona” finché ognuno resta nel suo ruolo.  Ci sono guadagni secondari: sentirsi indispensabili; sentirsi buoni, forti, maturi; avere un’identità relazionale (“sono quello che c’è sempre”). Uscirne significa perdere anche questi benefici, non solo il legame.  Paura della rottura “senza motivo”. Nell’amicizia manca una narrazione culturale della separazione: “Non mi ha fatto nulla di grave”; “Non è una relazione, perché dovrei chiudere?”. Questo blocca decisioni sane. Molte amicizie tossiche riattivano schemi come: sottomissione, autosacrificio, abbandono, ricerca di approvazione. Il legame diventa familiare, anche se doloroso. Non chiederti: “Lui/lei è tossico?”, ma: “Che effetto ha questa relazione su di me, nel tempo?”. Annota: cosa eviti di dire, cosa fai controvoglia, cosa non chiedi più. Le amicizie sane non richiedono amputazioni silenziose. Non serve “chiudere” subito. Puoi: ridurre disponibilità, rispondere con tempi più tuoi, dire piccoli “no” non spiegati. La reazione dell’altro è spesso rivelatrice. Il senso di colpa non è sempre un segnale morale: spesso è un sintomo di cambiamento strutturale. Se metti un confine e ti senti in colpa, non significa che stai sbagliando. Significa che stai rompendo un equilibrio disfunzionale. Le amicizie tossiche non sono relazioni minori: possono incidere sull’identità, sull’autostima e sul benessere quanto, e talvolta più, di una relazione amorosa. Capirne i meccanismi permette di: smettere di colpevolizzarsi, riconoscere i segnali precoci, scegliere se trasformare o lasciare andare il legame. E già questo, prima ancora di qualsiasi percorso, è un atto profondamente terapeutico.

Dott.ssa Chiara Todaro

Dott.ssa Chiara Todaro

Lecco

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Buongiorno Clelia, nelle amicizie possono attivarsi dinamiche tossiche molto simili a quelle delle relazioni amorose, anche se spesso sono più difficili da riconoscere perché socialmente idealizzate come “sicure” e prive di rischio. A livello psicologico, però, i meccanismi di base non cambiano: coinvolgimento emotivo intenso, idealizzazione, dipendenza e paura di perdere il legame.
Un’amicizia diventa disfunzionale quando, nel tempo, produce più stanchezza che nutrimento: ti senti svuotato, in colpa quando prendi spazio, responsabile del benessere dell’altro, oppure progressivamente isolato. Il segnale più chiaro non è ciò che l’altro fa, ma ciò che tu provi: senso di obbligo, tensione costante, riduzione della tua libertà emotiva.
Queste relazioni si mantengono perché rispondono a bisogni reciproci profondi: da un lato il bisogno di essere accuditi o messi al centro, dall’altro quello di sentirsi indispensabili. Finché questo incastro regge, il legame continua anche se fa soffrire.
Il primo cambiamento non è “andarsene”, ma diventare consapevoli: legittimare il proprio disagio, distinguere empatia da sacrificio, iniziare a introdurre confini, anche piccoli. Quando i confini cambiano, la relazione o si riequilibra o mostra di basarsi proprio sullo squilibrio. In entrambi i casi, è un passo verso una posizione più sana e rispettosa di sé.

Un caro saluto

Dott. Fabiano Foschini

Dott. Fabiano Foschini

Milano

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Salve,

La ringrazio per la Sua riflessione approfondita sulle relazioni tossiche anche in ambito amicale. È molto importante riconoscere che le dinamiche disfunzionali non si limitano alle relazioni amorose, anche le amicizie possono avere un impatto emotivo significativo quando una persona finisce per sopraffare, manipolare o annullare l’altra. Le relazioni di amicizia tossiche spesso presentano segnali simili a quelle amorose: eccessiva dipendenza emotiva, idealizzazione dell’altro, senso di obbligo o colpa, sentimenti di ansia, stress o esaurimento emotivo. Ciò che può differire è la percezione sociale: mentre in amore la sofferenza può essere più facilmente riconosciuta, nelle amicizie spesso si tende a minimizzare o giustificare comportamenti problematici. I meccanismi che mantengono queste dinamiche nel tempo comprendono la paura del conflitto o dell’abbandono, la ripetizione di schemi relazionali appresi in passato, la compensazione di bisogni emotivi insoddisfatti e il rinforzo intermittente, ossia i momenti di gratificazione che rendono difficile interrompere il legame. Per intervenire, è fondamentale sviluppare consapevolezza dei propri bisogni, dei limiti personali e delle emozioni che la relazione suscita. Strategie utili possono essere: riconoscere e verbalizzare i propri confini, osservare con distacco i pattern relazionali, ridurre gradualmente il coinvolgimento nelle dinamiche disfunzionali e coltivare relazioni più equilibrate e rispettose. Un percorso di sostegno psicologico può offrirLe uno spazio sicuro per esplorare questi schemi, comprendere perché si ripetono, rafforzare la Sua assertività e aiutare a ridefinire confini relazionali in modo chiaro e sostenibile. Un percorso di sostegno psicologico può quindi diventare uno strumento concreto per recuperare benessere, autonomia emotiva e relazioni più sane. Resto a Sua completa disposizione per qualsiasi necessità. 

Dott.ssa Chiara Ilardi

Dott.ssa Chiara Ilardi

Roma

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È una domanda molto centrata, perché coglie un punto spesso trascurato: le dinamiche tossiche non dipendono dal tipo di legame, ma dal funzionamento relazionale. Amicizia e relazione amorosa condividono molti meccanismi psicologici di base: coinvolgimento emotivo, idealizzazione, paura della perdita, bisogno di riconoscimento, ma proprio perché l’amicizia è percepita come “meno vincolante” o “più libera”, alcune dinamiche disfunzionali possono restare invisibili più a lungo.
Nelle amicizie tossiche i segnali non sono tanto il conflitto aperto quanto l’erosione progressiva del Sé: sentirsi costantemente in debito, dover modulare il proprio umore per non disturbare l’altro, rinunciare ad altri legami, provare ansia o colpa quando ci si allontana. Spesso c’è un’asimmetria: uno dà contenimento, ascolto, disponibilità emotiva; l’altro assorbe, pretende, svaluta o si ritira quando non è più al centro. L’idealizzazione iniziale (“solo tu mi capisci”) può trasformarsi in dipendenza relazionale, mantenuta dalla paura di perdere il legame o di sentirsi “cattivi” nel mettere limiti.
Queste dinamiche si mantengono nel tempo perché attivano bisogni profondi: sentirsi necessari, speciali, finalmente visti. A volte entrambi i poli contribuiscono: chi “annulla” può avere una storia di iper-responsabilità affettiva, chi “assorbe” può temere l’autonomia o il confronto con il proprio vuoto. Uscirne non significa demonizzare l’altro, ma riportare l’attenzione su di sé: notare cosa accade nel corpo e nell’umore dopo gli incontri, distinguere empatia da sacrificio, tollerare il disagio che nasce quando si mettono confini. Piccoli cambiamenti come dire qualche no, ridurre la disponibilità, diversificare le relazioni sono già atti trasformativi.

In sintesi, amicizie e relazioni amorose non sono identiche, ma funzionano secondo logiche emotive molto simili. La chiave non è etichettare una relazione come “tossica”, bensì chiedersi: questa relazione mi espande o mi restringe? Mi sento più libero o più contratto? Da lì nasce la possibilità di ridefinire i confini o, se necessario, di lasciar andare senza colpa, ma con responsabilità verso il proprio benessere.

Un caro saluto
Dott.ssa Bacchi

Dott.ssa Flora Bacchi

Dott.ssa Flora Bacchi

Bergamo

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Buongiorno Clelia. 

Nelle amicizie, come nelle relazioni di coppia, siamo davanti a rapporti “alla pari”, basati su uno scambio reciproco: entrambe le persone dovrebbero dare e ricevere su un piano simmetrico e, quando questo equilibrio si rompe, nasce sofferenza, anche se non si tratta di amore erotico.

Segnali che permettono di riconoscere un'amicizia tossica possono essere: sentirsi svuotati dopo gli incontri; adattarsi continuamente all’altrə; rinunciare ad altri legami o attività; provare ansia o senso di colpa nel mettere dei limiti.

I meccanismi che mantengono la dinamica nel tempo includono paura della perdita, bisogno di approvazione, difficoltà a tollerare conflitto o distanza, e modelli interiorizzati che spingono a preservare il legame a costo del proprio benessere.

Alcuni spunti per sviluppare consapevolezza – passaggio necessario se si desidera un cambiamento: portare attenzione al proprio vissuto emotivo prima, durante e dopo gli incontri; ascoltare i propri bisogni e accettarli innanzitutto dentro di sé, per poi poterli far rispettare nella relazione; imparare a dire “no” come forma di tutela di sé; ridefinire i confini o, quando necessario, prendere distanza.

In sintesi: anche le amicizie possono diventare fonte di stress quando l’equilibrio tra dare e ricevere si perde e riconoscere questi segnali è il primo passo per ristabilire rapporti più sani - o per interromperli se non vi è spazio di cambiamento da parte dell'altra persona.

Un invito finale: chiediti se i tuoi sentimenti riguardo a questa amicizia “dicono qualcosa di te” e di schemi già sperimentati in passato, oppure se si tratta di un caso isolato legato a questa persona.

Un caro saluto, 

Francesca

Dott.ssa Francesca Alzetta

Dott.ssa Francesca Alzetta

Trieste

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