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CON GLI OCCHI DI UN BAMBINO di Caterina Carloni

 

 

“Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini” (Dante Alighieri).

 

“Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali vidi un magnifico disegno: rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale. Sotto c’era scritto: “I boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza masticarla. Dopo di che non riescono più a muoversi e dormono durante i sei mesi che la digestione richiede”. Meditai a lungo sulle avventure della jungla, e, a mia volta, riuscii a tracciare il mio primo disegno. Poi mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava, ma tutti mi risposero: “Spaventare? Perché mai uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?”. Ma il mio disegno non era quello di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Fu così che a sei anni io rinunciai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera di pittore. Scelsi un’altra professione ed imparai a pilotare gli aeroplani. Nel tempo, ho incontrato molte persone importanti e ho vissuto a lungo in mezzo ai grandi. Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino. Ma l’opinione che avevo di loro non è molto migliorata. Quando ne incontravo uno che mi sembrava di mente aperta, tentavo l’esperimento del mio primo disegno, che ho sempre conservato. Cercavo di capire così se era veramente una persona comprensiva. Ma, chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva: “E’ un cappello”. E allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle. Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte. E lui era tutto soddisfatto di aver incontrato un uomo tanto sensibile.”

Così comincia il famoso racconto di Antoine de Saint-Exupery “Il piccolo Principe” (1943), un vero e proprio inno alla purezza dei sentimenti dei bambini e alla loro capacità di vedere il mondo con idealismo e candore, riuscendo a ricontattare, pur tra le asprezze e le delusioni della vita, il lato poetico e misterioso dell’esistenza.

Il Piccolo Principe - l’archetipo del puer aeternus (l’eterno fanciullo o fanciullo divino) - incarna la tendenza, tipica dell’infanzia, a restare affascinati dalla natura, dal gioco, dalle piccole cose che appaiono come doni inestimabili della vita; esprime la saggezza che deriva dal saper ascoltare le favole, parlare con gli animali e coglierne i segreti, come quello sussurrato al bambino dalla sua amica Volpe: “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che con il cuore, perché l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Coniato nel 1912 da Jung, il termine puer aeternus fu successivamente  ripreso da altri psicologi e terapeuti dell’epoca, che addirittura lo impiegarono come sinonimo dell’Es, l’inconscio individuale.

L’archetipo, vasto e complesso, racchiude, in realtà, come tutti i simbolismi, molte contraddizioni, zone d’ombra e differenti sfumature interpretative: per Jung il bambino interiore rappresenta l’inizio e la fine, la creatura che esisteva prima dell’uomo e, al tempo stesso, la creatura finale, un’anticipazione di quello che la creatura sarà e della sua vita oltre la morte. Il suo tema è legato alla rinascita, alla gioia e alla creatività, ma può avere anche una connotazione aggiuntiva diversa: l’allieva prediletta di Jung, M.L. Von Frantz, ha preso in esame, ad esempio, nel suo libro “Il Puer aeternus”, il suo aspetto di ombra; se da un lato, infatti, il bambino rappresenta il rinnovamento della vita, la spontaneità ed una nuova apertura verso il futuro, dall’altro manifesta anche un aspetto distruttivo: la tendenza ad essere dipendente, pigro e a fuggire i problemi, rappresentando “l’infantilismo” che deve essere sacrificato per poter crescere.

L'opposto polare del Puer, secondo la visione di Jung, è il Senex, ovvero la rappresentazione mitologica di Saturno/Cronos, il signore del Tempo e del Karma. Saturno è il pianeta simbolicamente preposto alla strutturazione dell'Io, quindi alla maturazione e concretizzazione degli obiettivi, associato alla razionalità e alla fredda logica. Mentre il Senex si perfeziona attraverso il tempo, per il Puer non esiste sviluppo. Egli non possiede un volto organico che maturi, cresca e si trasformi.
Come ben rileva Hillmann nei suoi studi (“Saggi sul Puer”, 1986), tuttavia, “….. è solo nella prospettiva dell’Io che divengono possibili le opposizioni, generando, come nel caso di Puer e Senex, un archetipo bifronte”. I due modelli convergono, secondo l’autore, nella figura di Ulisse, il quale, grazie a questa sua doppia valenza, viene condotto dal cieco Tiresia all’iniziazione rituale della discesa al mondo degli inferi. “…Ciò gli consente di cogliere il significato della sua missione nel mondo: lo spirito giovane trova la sua controparte ammonitrice e piena di esperienza che gli insegna la sopravvivenza mentre l’uomo adulto ritrova il pathos dell’eroe e il cuore ridestato. Può così salpare di nuovo e continuare a viaggiare”.

Sul piano mitologico, il puer è correlato all’immagine del paradiso perduto, quel luogo d'amore, armonia e felicità, che precede il cosiddetto peccato originale e la conseguente “caduta” al piano dualistico dell'esistenza (o separazione da Dio). La letteratura occidentale ce lo propone personificato, a seconda degli autori, in Peter Pan, Icaro, Hermes/Mercurio, i gemelli Castore e Polluce ed Eros/Cupido. La puella trova invece la sua raffigurazione più potente nella figura di Kore- Persefone.

Hermes è il giovane Dio, messaggero dell'Olimpo, dotato di calzari alati che gli permettono di volare. Si diletta a fare scherzi ai divini fratelli, ma viene sempre perdonato dal Padre Zeus, poiché la caratteristica dell’eterno fanciullo è di suscitare in tutti simpatia. Il dio presiede le facoltà intellettive e la comunicazione; ha il compito di far circolare le informazioni e le notizie. Per fare ciò, sorvola velocemente il mondo delle idee, saltando da un luogo all'altro, discontinuo e in perenne moto.

Anche Peter Pan, noto puer aeternus delle favole, ama solo giocare, anzi; per lui non c'è alcuna differenza tra gioco e realtà, e la cosa che più teme è la noia. É in grado di volare perché non ha mai smesso di credere di poterlo fare.

Una rappresentazione recente del puer è anche la figura di Mozart, così come è stata portata sullo schermo nel film di Milos Forman Amadeus: gioioso, giocoso, irriverente, ben convinto del suo talento, in estasi di fronte agli apprezzamenti.

La letteratura dell’India antica contiene numerose storie i cui protagonisti sono fanciulli dotati di qualità divine. Non solo: le Scritture Vediche affermano chiaramente che i bambini rappresentano una delle molte vie attraverso le quali Dio si manifesta agli uomini, per indicare loro la strada per raggiungerLo.

L’undicesimo Canto dello Srimad Bhagavatam, indica, oltre al diksha-guru, che inizia ai sacri mantra, e allo siksha-guru, che dà gli Insegnamenti, ben altri ventiquattro guru, tra cui il bambino. Essi appaiono all’inizio della sezione chiamata Uddhava-gita, in cui Uddhava, devoto e cugino di Krishna, s’incontra con Lui poco prima della Sua partenza da questo mondo per chiederGli istruzioni spirituali.

Shri Krishna spiega ad Uddhava che il loro antenato, il re Yadu, conosceva un giovane avadhuta, un rinunciato senza fissa dimora che aveva lasciato tutte le sue proprietà e le sue responsabilità materiali. Yadu notò che questo giovane aveva un aspetto sereno e gioioso, benché non avesse alcuna delle consuete comodità della vita. Ed allora gli chiese come facesse ad essere così felice. L’avadhuta rispose che era stato abbastanza fortunato da avere avuto molti maestri, i quali gli avevano indicato il cammino da percorrere:

“O re, ho preso rifugio in ventiquattro guru, che sono i seguenti: la terra, l’aria, lo spazio, l’acqua, il fuoco, la luna, il sole, il piccione ed il pitone; il mare, la falena, l’ape mellifera, l’elefante e il ladro di miele; il cervo, il pesce, la prostituta Pingala, l’uccello kurara ed il bambino; la ragazza, il fabbricante di frecce, il serpente, il ragno e la vespa. Mio caro re, studiando le loro attività ho appreso la scienza di sé” (Srimad-Bhagavatam XI.7.35).

L’insegnamento ricevuto dal bambino viene così descritto:

“Nella vita di famiglia, i genitori sono sempre ansiosi per la casa, per i figli e per la reputazione. Ma io non ho nulla a che vedere con queste cose. Non mi preoccupo affatto della famiglia, non m’importa dell’onore e del disonore. Godo soltanto della vita dell’anima, e trovo l’amore sul piano dello spirito; così viaggio sulla terra come un bambino” (Shrimad-Bhavagatam XI.9.4).

 

La vicinanza tra il mondo infantile e quello divino è testimoniato anche da altre tradizioni spirituali, come quella cristiana: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di essi è il regno dei Cieli; se non diventerete come bambini non potrete entrare nel regno di Dio”, è scritto nel Vangelo di San Luca (18.15-17). Diventare come bambini significa recuperare lo sguardo incantato sul mondo; sapersi liberare da schemi e pregiudizi per ritrovare la purezza, la capacità di provare meraviglia e di sentire una fiducia incondizionata verso la vita. Vuol dire ritrovare la semplicità e l’abbandono filiale a Dio.

Negli Yoga Sutra di Patanjali, ciò è sottolineato con forza:

“Ishvara pranidhanad va”, [ samadhi può essere ottenuto] praticando l’abbandono a Dio.

“Il samadhi può anche manifestarsi non necessariamente come il frutto di una metodologia rigorosa ma spontaneamente, causato dall’amore per Dio” (Marco Ferrini, “Psicologia dello Yoga”, commento agli Yoga Sutra di Patanjali, Samadhi Pada, sutra XXIII).

É fondamentale per ognuno di noi riuscire a contattare e risvegliare il fanciullo divino che dimora nella nostra anima, perché è l'unico che ci consente di vivere la realtà, senza rinunciare ai nostri sogni, ideali e valori.

Recuperare la dimensione archetipica del bambino equivale a portare nella nostra vita valori di umanità, coraggio nel tendere una mano anche a chi ci osteggia, ricongiungersi con la nostra parte bambina ferita e trascendere quel dolore, imparare a perdonarsi e a perdonare.

 

Per ognuno di noi è facile identificarci in un bambino. Tutti siamo stati piccoli ed indifesi, tutti siamo stati sgridati ed abbiamo subito ingiustizie, tutti abbiamo avuto paura di perdere la sicurezza, l’approvazione, l’amore dei genitori, e tutti avremmo voluto per magia recuperare il calore, l’affetto ed il benessere originario.

Tutelare l’infanzia, curare l’educazione dei bambini e proteggere la loro crescita, valorizzando e sostenendo i talenti individuali, dovrebbe essere il primo dovere di una società civile.

Nella cultura Vedica classica, la cui filosofia di vita si basava sui principi eterni del dharma e del karma, l’insegnamento dei bambini avveniva nella guru-kula, l’ashrama del maestro spirituale, dove il padre mandava i figli quando avevano raggiunto l’età di cinque anni. Oltre all’adeguata istruzione accademica, essi ricevevano una formazione spirituale completa, che li rendeva buoni cittadini, capaci di adempiere i loro doveri verso la società, e soprattutto di liberarsi dalle quattro miserie dell’esistenza materiale (nascita, malattia, vecchiaia e morte).

Preservare l’infanzia dai condizionamenti del mondo adulto ed aiutare i bambini a crescere senza perdere lo stupore e l’immediatezza espressiva che li caratterizzano, è fondamentale per l’acquisizione di quella dimensione puramente infantile che costituirà, in futuro, una realtà della loro struttura psicologica, quel puer aeternus che dimora in ognuno di noi e che mantiene in sé le caratteristiche legate al mondo dell’infanzia: giocosità, creatività, stupore, contatto con le profondità dell’anima, forza capace di riequilibrare un mondo adulto spesso svuotato, in cui viene a mancare l’entusiasmo, in cui non si sa godere del qui ed ora, in cui ci si vergogna ad esprimere le proprie emozioni e a chiedere aiuto.

Ascoltiamo i bambini ed impariamo da loro il segreto della semplicità e dell’abbandono fiducioso  al vero sapere, al re di tutte le scienze, al più segreto dei segreti: l’Amore universale ed incondizionato verso il creato, le creature ed il Creatore.

“Quando un uomo ha grossi problemi - diceva Feodor Dostoevskij - dovrebbe rivolgersi a un bambino; sono loro, in un modo o nell’altro, a possedere il sogno e la libertà”.

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