Sogni

Il signore dei sogni

20 Settembre 2019

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Roger Zelazny nel suo Signore dei sogni narra di un futuro prossimo e di un illustre discendente degli at-tuali psicanalisti, capace di modellare (o deformare?) i sogni altrui. Egli, a causa della sua hybris sconfinata, finisce per rimanere intrappolato nelle sue stesse creazioni, o meglio vittima di quegli strumenti di mani-polazione che aveva tentato di usare contro gli altri.

Vero protagonista del racconto è infatti I’ “uovo", fantastica macchina che, in connessione bionica col binomio terapeutico, permette all'analista di dirigere i sogni del paziente e di "parteciparvi" senza implicarvisi emotivamente, costringendo onnipotentemente la loro evoluzione e determinando conseguentemente la guarigione.

L'uomo-robot?

Questa vicenda è emblematica di molte situazioni psicoterapeutiche attuali. L'impassibilità, olimpica solo all'apparenza, con cui questo psicoterapeuta del futuro penetra e manipola una parte così delicata dell'in-timità dei suoi pazienti, non può non ricordare gli atteggiamenti costruiti con cui certi "scienziati" della psi-coanalisi affrontano le problematiche umane che vengono loro affidate, equipaggiati come i famigerati cavalieri teutonici di Eisenstein, muniti di "batterie" di tests e di "tecniche terapeutiche" più o meno com-plesse.

Molti, fraintendendo, vedono in tale atteggiamento il segno di una serenità catartica, di una volontà vitale, capace di identificarsi senza fondersi, di resistere allo sguardo da basilisco delle fissazioni, di camminare intatta fra le chimere delle perversioni e di costringere l'oscura Madre Medusa ad abbassare gli occhi davanti al caduceo della sua arte.

Niente di tutto questo; purtroppo si tratta solo di una corazza superba eretta per impedire loro di specchiarsi inorriditi nei problemi di coloro che dichiarano di poter curare. Accade così che il paziente affidi le sue speranze di ritrovarsi nei suoi sogni (od incubi) a chi dovrebbe avere "umanità da vendere" e che invece tenterà — con la logica di un computer — di insegnargli ad ucciderle come ha fatto con le proprie.

I sogni sono giganti timidi che si nascondono dentro di noi. Dobbiamo tentare di non averne troppa paura. Ma se ci avviciniamo a loro tranquilli solo perché difesi da pesanti ed in-sensibili scudi e, peggio che mai, muniti di ceppi e armati di taglienti "bisturi psichici", scapperanno a gambe levate.

Quand'anche riuscissimo a prenderli, ci troveremmo tra le mani soltanto un guscio vuoto.

Così lo scudo del disimpegno emotivo, il bisturi dell'interpretazione "psico-" e i ceppi rappresentati dalla cattura forzata e materiale della traccia mnestica a nulla servono se non a darci quella stessa illusione di potenza, quella falsa sicurezza che ha perduto il Signore dei sogni.

Il coraggio di ri-cordare

Essi vanno considerati come qualcosa di realmente vivo, che va ricordato e cioè riportato al cuore, qualcosa alla cui "stranezza" bisogna avvicinarsi come la principessa al ranocchio della favola.

Una cosa è certa: l'ostilità che proviamo nei loro confronti — sentimento che al limite può sfumare ingannevolmente nel senso di dispetto per la loro irrealizzabilità — è una connotazione ineliminabile, che nasce e muore col sogno stesso ed è strettamente intrecciato con ciò che di esso ci affascina, sia la forza incontrollabile dei desideri in esso contenuti, sia lo stesso orrore che spesso questi desideri ci ispirano.

Sognare quindi è tessere un arazzo policromo con i colori dei nostri desideri e delle nostre paure; il loro contrasto talvolta è avvertito solo all'atto del ricordo. Ricordare un sogno —e cioè riviverlo in tutte le sue sfumature emotive (comprese quelle spiacevoli) — è in ogni caso anche avere il coraggio di confrontarne l'ordito con la realtà, tollerando l'impatto con essa e cioè lo sconcerto, la delusione, lo stupore per la sciarada che ne deriva.

La soluzione di questa sciarada paradossale è la chiave del vero linguaggio del sogno e rappresenta lo strumento indispensabile per effettuare il salto dimensionale che segna il suo superamento. Un esempio illustrerà meglio quest'ultimo concetto.

Avere o essere?

Francesca mi porta in analisi questo sogno con molta ansia: «Sono sdraiata sul lettino e lei si trova seduto dietro di me. Dopo un'interpretazione particolarmente sentita, io giro la testa di fianco, mentre lei si china verso di me, come ha fatto altre volte. Solo che questa volta, non so come, si avvicina di più... e ci ba-ciamo». L'ansia di Francesca nel raccontare dimostra chiaramente la paura di agire il desiderio del sogno (sentimento che compare solo nel momento in cui affiora il ricordo alla coscienza e si amplifica all'atto del-la confessione analitica).

Il desiderio evocato è tormentoso in quanto secondo Francesca non se ne andrà fino a quando non verrà agito.

D'altra parte, se Francesca facesse quello che sembra suggerire il sogno, essa avrebbe l'impressione di infrangere irreparabilmente la situazione analitica, precludendosi ogni possibilità di guarigione. Il dilemma sembra non avere via d'uscita.

La scissione del sogno in due volontà opposte crea un conflitto più o meno evidente, a monte del quale c'era una volontà unica, anche a livello di coscienza, che si è infranta nell'urto contro l'impossibilità di rea-lizzarsi. Quindi, a monte del l'ambivalenza rappresentata dal sogno e dalla realtà, o sinteticamente dal ricor-do, esiste un'unità, un essere cosciente che ne è l'antefatto storico, anamnestico, e l'epilogo dialettica prognosticamente augurabile.

Francesca infatti dà al suo volere-non volere una connotazione agita (prendere o non prendere, fare o non fare, dire o non dire) che eclissa ed implicitamente contraddice e annulla l'immanenza dell'essere.

Si prende, si fa, si dice per ottenere ciò che non si ha ma soprattutto ciò che non si è.

Ragionare in termini di categorie di possesso (dell'avere) significa automaticamente ammettere delle mancanze essenziali (dell'essere). Ma se tali mancanze non corrispondono ai propri veri limiti, ammetterle significherà abdicare alla propria essenza, automutilarsi, come nel caso di Francesca, che deve scegliere fra una perdita irreparabile all'idea di attuare il sogno e l'eterna astinenza all'idea di non attuarlo e ciò in quan-to non ha capito di essere lei stessa anche l'analista del sogno.

(Di certo l'alternativa dell'astinenza è quella più vicina alla scoperta del vero linguaggio del sogno e al suo superamento, che avverrà con il passaggio dall'"avere" all’”essere". Ma anche il tentativo di un passo regressivo da parte di Francesca nell'agito potrebbe essere al limite una delusione utile quando recuperata, perfino un lecito temporeggiare, uno sbaglio necessario nel continuo processo dell'imparare facendo).

Le parole dell'interpretazione

La risoluzione della sciarada è quindi fondamentale, ma è solo uno strumento necessario, l'effetto di una funzione logica, conseguenza si potrebbe anche dire di una particolare abilità nel risolvere tale tipo di rebus, in breve un'attrezzatura come il fantastico "uovo" di Zelazny.

Infatti un'ossatura teoretica, per quanto perfetta, ha bisogno di esse-re rivestita di "carne", di "prassi"; la nuova dimensione va riproposta al sognatore, "umanizzata", abitata almeno da una presenza, quella dell'analista. Perché il sognatore riesca a "tradurre" il proprio sogno non è sufficiente dargliene la chiave logica. Il sogno è una sciarada poetica, una poesia ermetica in cui l'ermetismo è solo uno strumento di maggior immediatezza. Ma una poesia può veni-re spiegata solo nella misura in cui viene realmente capita e, per capire un sogno proprio od altrui, bisogna abitare il suo mondo, vivere le sue passioni con una delicatezza, un coraggio, un impegno che ricordino all'artefice del sogno di possederli anch'egli.

Se il sogno, al di là di ogni logica, è anche poesia, il linguaggio che lo spiega deve essere un linguaggio poetico, che pone chi parla e chi ascolta su di uno stesso livello di comprensione anche emotiva. Ma il "compagno di viaggio" prescelto come depositario del sogno, può non essere all'altezza di tale compito; allora solo il caso e il coraggio personale potranno strappare il sognatore dal triste destino di ripetere le limitate esperienze di certi "maestri".

Ogni uomo nel suo piccolo può trovarsi a volte di fronte a un Signore dei sogni. Egli dovrà cercare, malgrado la disparità di forze, di smascherarlo, ridando il colore della poesia al grigio limbo di noia logica che gli viene proposto e non permettendo che i suoi sogni vengano rinchiusi in un lager senza confini.

E, se ci riesce, forse sarà anche senza volerlo la speranza di salvezza del suo analfabeta e inconsapevole nemico.

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