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L'importanza dei piccoli appigli

21 Aprile 2020

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Avete presente quando sui vostri occhiali, non importa se da sole o da vista, c'è una piccola macchia?
Beh quella macchia influenza il vostro modo di vedere. Lo distorce, rende tutto più faticoso, a volte può portare a tremendi mal di testa.
Oggi uscendo e indossando la mascherina, mi sono reso conto che, per quanto cercassi di metterla bene, ne vedevo sempre un pezzetto con la coda dell'occhio.
E allora ho pensato che la mascherina sembra proprio quella puntina di sporcizia che sempre più ci sta portando a vedere il mondo in un modo diverso da quello a cui eravamo abituati.
Se ripenso alla mia vita, mi rendo conto che, per quanto ci potessero essere momenti difficili, imprevisti o duri da superare, sentivo che questi riguardavano me.
Quando vivevo uno di quei momenti, mi bastava pensare un po' al fatto che sì la mia vita poteva avere delle fluttuazioni ma c'erano delle certezze che non cambiavano.
Qualsiasi cosa mi succedeva il mondo sarebbe continuato ad andare come sempre.
E se da una parte poteva sembrare atroce, dall'altra era rassicurante, perché prevedibile.
Quelle certezze erano le sporgenze sulla roccia a cui mi aggrappavo per non cadere.
Oggi, spesso abbiamo la sensazione che non sia più così.
Quelle certezze, anche banali, le stiamo perdendo. Il fine settimana in cui ti vedi con gli amici e ti distrai. Le vacanze estive che ti possono ridare un po' di fiato. L' abbraccio di un caro in cui ti abbandoni e che ti rilassa.
Tutto andato, per ora.

Se ti guardi intorno, su quella parete a cui stai aggrappato sembra tutto totalmente liscio.
Nessuna sporgenza a cui aggrapparti, ed è lì che viene il panico.
Se lasciamo la nostra mente andare.
Se lasciamo che questa inizi a pensare al fatto che non sapremo come andrà il mondo nelle prossime settimane, mesi o anni allora siamo spacciati. Perché viene quella paura che blocca e che paralizza.
Che rende impossibile ogni movimento e che fa sì che i nostri muscoli si irrigidiscano fino a cedere, facendoci cadere.
Però quella è la nostra percezione.
La visione elaborata dal nostro cervello che, filtrata da quella mascherina che rende tutto strano. Qualche tempo fa, guardando un documentario su un campione di arrampicata mi sono però reso conto di una cosa.
Quella parete che ad un primo sguardo sembrava totalmente liscia, in realtà non lo era.
Vista da vicino, da molto vicino, quella parete aveva piccole fessure o piccole sporgenze che sembravano insignificanti ma che erano una certezza a cui lo scalatore poteva aggrapparsi per salire e andare avanti nel suo percorso.
Per vederle però dobbiamo cambiare la nostra prospettiva e renderci conto che anche in questa situazione delle certezze le abbiamo, magari più piccole o diverse da quelle che ci saremmo aspettati ma ci sono.
Oppure possiamo costruircele facendo dei piani concreti e reali su cui abbiamo il controllo.
Lo so forse può sembrare assurdo pensare di poterci “salvare” aggrappandoci ad una routine quotidiana, ad orari stabili e definiti.
Ad un allenamento fatto con gli amici via whatsapp. Oppure a quella puntata di quella serie che stiamo vedendo con nostra moglie o con nostro marito e che diventa un appuntamento fisso.
Però forse quando sei lì lì per cadere anche una piccola sporgenza può salvarti la vita e allora aggrappatici.
Iniziamo a governare i nostri occhi e obblighiamoli a mettere a fuoco il mondo un po' più come vogliamo noi.
Per farlo abbiamo bisogno di quelle certezze, di quelle routine, di quei compiti che possiamo governare, così da evitare che il panico ci prenda.

Aggrappiamoci a queste. Così come alla possibilità di mantenere un contatto con gli amici.
Di poter comunque parlare e avere vicino, sebbene in maniera diversa, quelle persone per noi così importanti. Non vergogniamoci di dire loro che abbiamo paura quando siamo lì appesi e non vediamo nessuna sporgenza.
Perché magari possono aiutarci a vedere meglio, a mettere a fuoco.
Oppure possono raccontarci di quell'uscita in parete che avevano fatto tempo prima e di come anche loro erano rimasti paralizzati. Ma anche di come poi, se sono lì con noi, hanno trovato le risorse per risollevarsi e riprendere la scalata.
Parlare delle nostre emozioni può farci sentire normali.
Sentire che anche gli altri vivono le nostre emozioni può farci provare quella sensazione che prima provavamo quando pensavamo che comunque sia, la nostra era una vita come quella di tutti gli altri e che eravamo inseriti in qualcosa di "naturale".
Ma per vedere quelle piccole sporgenze, quella parete dobbiamo vederla da molto vicino. Senza avere paura di guardarci dentro e stare in contatto con ciò che proviamo.
Credo che forse in questo periodo, ancora più delle altre volte, non dobbiamo sentirci sbagliati o in difetto se vogliamo fermarci e riprendere fiato. Farlo può fare la differenza. Accettare che ora, non ce la stiamo facendo e che siamo stanchi, può essere essenziale per ripartire.

Abbassiamo gli stimoli.
Ridimensioniamo i nostri obiettivi. Stiamo in contatto con ciò che proviamo. Facciamo dei piani FATTIBILI per quando ci sentiremo pronti a muoverci.
Ma intanto aspettiamo, sentiamoci, programmiamo e condividiamo. Oggi siamo abituati ad associare questo termine alla tecnologia. In realtà possiamo condividere noi stessi.
Insomma, diciamocelo chiaramente, stiamo vivendo un periodo della nostra vita come mai prima.
Stiamo vivendo una di quelle situazioni che cambieranno il mondo e le società a cui eravamo abituati.
Ma questo non significa che siamo in pericolo. Anzi, possiamo avere l'opportunità di indirizzare il mondo e la nostra vita in un modo diverso da prima e farlo andare un po' più come lo vogliamo noi.
Approfittiamo di questo momento per imparare a fare cose difficili e che solitamente evitiamo. Fermarci, stare in contatto con noi stessi, programmare e ripartire da noi.
E allora potremo uscire dalla quarantena con la consapevolezza e la capacità di controllare le nostre emozioni anziché fare sì che siano loro a controllare la nostra vita...

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