Famiglia e bambini

Il linguaggio del sintomo nei bambini

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La presenza del bambino negli incontri di terapia ci permette di osservare la famiglia e di entrarci in contatto a livello più profondo: il bambino è di fatto il maggior conoscitore sistemico e il miglior co-terapeuta che il clinico possa avere in stanza di terapia.


Il sintomo del bambino entra a far parte della terapia come una “metafora relazionale, ovvero un segnale indiretto di bisogni relazionali che trovano un tempo e uno spazio nel manifestarsi dentro le relazioni attuali” (M. Andolfi).
Secondo quanto sostiene Stern nel suo libro “Il momento presente in psicoterapia e nella vita quotidiana”, l’intersoggettività è un sistema motivazionale innato ed essenziale alla sopravvivenza della specie, non meno importante rispetto alla sessualità o all’attaccamento.

Così come il bambino per assicurarsi la sopravvivenza alla nascita fa di tutto per ricercare e garantirsi una prossimità fisica, una vicinanza con il caregiver, parallelamente è capace di agganciarsi alla mente del caregiver provocando un cambiamento nelle risposte dell’adulto: la sintonizzazione degli affetti prende il posto dell’imitazione.

Mentre l’imitazione mantiene il focus dell’attenzione sul comportamento esterno, i comportamenti di sintonizzazione sono necessari per spostare l’attenzione verso l’interno, verso la qualità del sentimento che viene condiviso (Stern 1984).
Nelle ricerche di Fivaz e del Gruppo di Losanna l’attenzione viene spostata verso l’esplorazione dello sviluppo dell’intersoggettività nella famiglia e delle competenze sociali del neonato in contesti di interazione triadici. Gli studi sulla comunicazione intersoggettiva nella famiglia evidenziano nel bambino, fin dai primi tre – sei mesi, la competenza triangolare del neonato, parallelamente alla competenza diadica; sostengono la teoria dell’intersoggettività come un sistema motivazionale che prepara i bambini alla vita sociale e indicano che il livello familiare è essenziale per la valutazione clinica quanto il livello diadico e individuale.
Questo spostamento di prospettiva dall’intrapsichico all’intersoggettivo ha condizionato nel tempo il modo di leggere il funzionamento psichico degli esseri umani e le manifestazioni psicopatologiche, ma soprattutto ha modificato il modo di fare terapia in cui il campo intersoggettivo fra paziente e terapeuta diventa l’essenza stessa del processo di cambiamento.
La ricerca sull’intersoggettività offre uno spunto importante anche a noi terapeuti familiari per definire meglio le influenze reciproche fra individuo e sistema, ma soprattutto essa sembra rappresentare la base empirica mancante per evidenziare, in termini di modello evolutivo di base, il processo di sviluppo dell’individuo nel sistema familiare.
Leggere il sintomo del bambino in chiave intersoggettiva ci porta a spostare il nostro focus di osservazione dal comportamento manifesto all’esperienza soggettiva ossia al modo in cui i membri di una diade riescono a leggere reciprocamente i loro stati affettivi interni.
Secondo Stern il sintomo del bambino può essere letto come il segnale d’allarme di un disagio profondo in tutti i membri della famiglia, in termini di funzionalità all’interno del sistema emozionale della famiglia, come catalizzatore su di sé della tensione in un momento particolarmente rischioso per la stabilità dell’intero gruppo allo scopo di mantenere stabile e coeso il gruppo stesso. Ritiene necessario focalizzarsi sull’interazione fra genitore e figlio perché questa ha un ruolo cruciale nel determinare il sintomo o il problema che la famiglia porta in terapia. Il sintomo di un bambino si manifesta nel contesto dell’interazione e deve essere valutato in base a quel contesto, perché è lì che i genitori lo vivono. Il bambino nel corso della sua esistenza fa esperienza di diversi schemi di “essere con” che lo porteranno a utilizzare quelle rappresentazioni nel comportamento quotidiano. Ad esempio quando un bambino si trova nello schema di “essere con” una madre depressa farà di tutto per riportare la madre in vita facendo il “rianimatore” e qualora questo schema diventasse importante nel suo funzionamento quotidiano, può condizionare anche scelte oggettuali future.
Fra gli autori di orientamento sistemico, Bowen, sostiene che il sintomo del bambino diventa il segnale di una rigidità di funzionamento familiare che non permette ai membri di progredire nel processo di crescita, di trovare nuove forme di scambio e nuove modalità relazionali maggiormente evolutive.
Ackerman (1988) sostiene che un modo per mantenere inalterata una struttura familiare disfunzionale è quello di scegliere un suo componente e farlo diventare “il problema”. Sulla scia di questi autori anche Minichin (1980) afferma che il sintomo assolve alla funzione omeostatica del sistema e, al tempo stesso, è anche una spinta al cambiamento; ciò significa che mentre la famiglia ne facilita la comparsa, contemporaneamente il sintomo tende a mantenere in vita le sue caratteristiche disfunzionali.
Dagli scritti di Andolfi possiamo intendere quanto il sintomo portato in stanza di terapia dal bambino rappresenti il campanello d’allarme di un disagio più profondo che la famiglia, a diversi livelli, prova da tempo senza averlo mai apertamente affrontato. Importante quando abbiamo davanti una famiglia che chiede aiuto per il problema del figlio innanzitutto ridefinire i suoi disturbi, ricercandone insieme significati relazionali, introducendo delle chiavi di lettura nuove con l’obiettivo di perturbare la trama narrativa lineare portata dal sistema e rompere quei rigidi schemi relazionali che hanno messo la famiglia con le spalle al muro.

Nel suo libro “La consulenza in terapia familiare” l’autore si serve del bambino come porta d’entrata nel sistema familiare. Il bambino diventa il portavoce più rappresentativo all’interno della famiglia e quindi il consulente del terapeuta che mette a disposizione le sue capacità per costruire ponti tra le generazioni, per ridistribuire pesi e competenze tra i vari membri, così da aiutare ciascuno a ricollocarsi in ruoli e funzioni più idonee alla crescita sana della famiglia.
Minuchin (1980) parla di processo familiare che incoraggia la somatizzazione ed individua alcune caratteristiche proprie della famiglia psicosomatica quali: l’invischiamento, l’iperprotettività, la rigidità, l’evitamento del conflitto e l’incapacità ad affrontare le differenze per contrattare una soluzione. Il sintomo serve per deviare i membri dal vero conflitto, questo è ciò a cui assistiamo nel lavoro clinico a due quando i coniugi che per non occuparsi della vera radice delle loro tensioni, spostano il conflitto sulla necessità di prendersi cura del “figlio malato” per non occuparsi di se stessi.

In molti casi dietro la richiesta di aiuto per un figlio si nasconde una terapia di coppia mascherata e in molti casi dalla terapia familiare si passa a una ridefinizione del problema e a una nuova richiesta spostando il focus sulla coppia.
E’ frequente nel lavoro del terapeuta familiare imbattersi in famiglie che involontariamente e inconsapevolmente triangolano il bambino nella relazione di coppia, all’interno del triangolo primario o in un’altra delle possibili configurazioni che la triangolazione comporta.


Spesso quando il conflitto di coppia è esasperato, il bambino viene preso in una disputa parentale e viene incoraggiato più o meno velatamente a prendere le parti di uno dei genitori contro l’altro. Questo può condurre allo schieramento del bambino dalla parte della madre contro il padre o viceversa, portando il bambino ad una successiva inversione dei ruoli e alla parentificazione del bambino (il bambino smette di essere il soggetto principale delle cure per essere colui che “si prende cura di…”).


Il altri casi, al bambino viene riservato il ruolo di “malato” o “vulnerabile” per catalizzare la conflittualità all’esterno della coppia con la finalità di garantirne l’unione, anche se limitata alla risoluzione di un problema che ha le sue origini su un piano generazionale diverso da quello in cui si manifesta. La forma peggiore di triangolazione si osserva nella relazione a doppio legame in cui i due genitori colludono tra loro nel produrre ingiunzioni paradossali e bloccando la metacomunicazione.


Quando il bambino è presente nell’incontro di terapia è possibile stringere con lui un’alleanza terapeutica, spostandolo da una posizione marginale e strumentale a una posizione autentica in cui diventa l’esperto della sua famiglia e valido consulente per il terapeuta. Attraverso il bambino è possibile accedere alle memorie e alle esperienze delle generazioni passate ed entrare in contatto con i genitori, riferendoci ad altre fasi evolutive facendo.
Posto il bambino in questa posizione centrale nella costruzione della mappa emotiva della famiglia lo si valorizza come persona competente e questo è il primo atto da fare per costruire una complicità terapeutica con lui e attraverso di lui con la famiglia.


Il sintomo quindi va sempre letto in una chiave di reciprocità perché nessun attore ha un potere unidirezionale sull’insieme; il sintomo viene influenzato dal contesto ma al tempo stesso è condizionato dalle strategie specifiche che il soggetto mette in campo per mantenere il suo ruolo invariato.
L’osservazione diretta delle relazioni familiari in terapia è un valore aggiunto del lavoro fatto con la famiglia, perché permette di dare voce anche ai bambini molto piccoli che non sono in grado di fornire attraverso il linguaggio una descrizione del loro modo di percepire se stessi e gli altri, di rilevare caratteristiche del funzionamento della famiglia come insieme superando i limiti delle valutazioni effettuate su individui o su sottosistemi. Essa è volta a cogliere i modelli interattivi e, dunque, una forma di intersoggettività implicita e pre-verbale che si esprime sia a livello dell’autoregolazione degli individui sia a livello della regolazione reciproca del gruppo familiare.


Nelle coppie con figli usare il figlio “come se” permette al terapeuta di espandere la fantasia sul piano dei fratelli e di comunicare in modo nuovo con il figlio reale e i genitori, permette di esplorare la gerarchia nel sottosistema dei figli, gli stereotipi sessuali, i miti familiari e osservare il processo di appartenenza e separazione interno alla famiglia.
Quando abbiamo di fronte una coppia non genitoriale poter far immaginare un figlio è utile per esplorare le qualità del legame di coppia e il mondo delle aspettative, per permettere ai due partner di allargare il campo di osservazione e di ascoltarsi senza pregiudizi proprio perché non si parla della coppia, spesso presa in ostaggio da tensioni e aspettative eccessive, ed infine è utile per creare un contesto collaborativo all’interno della terapia.


Quando un bambino viene portato in stanza di terapia è necessario avere un sentimento di rispetto per il bambino e per il sintomo che porta, per la sofferenza-impotenza di molti adulti in fasi critiche della vita, spesso imprigionati in ruoli rigidi, in copioni e lealtà familiari antiche.

E’ importante inoltre che il terapeuta mostri un atteggiamento di curiosità nel ricercare quei nessi che collegano storie di sviluppo che, se rivisitate in terapia, assumono una notevole valenza conoscitiva e terapeutica. Sta al terapeuta cogliere il messaggio implicito nei comportamenti problematici dei bambini e permettere a ciascuno dei presenti di sperimentare in seduta forme nuove di essere e di relazionarsi con gli altri membri significativi della famiglia. 

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