Salve Audette,
quello che scrive non suona come una polemica, ma come una richiesta accorata di essere capiti. Si sente frustrazione, ma anche il bisogno sincero di fare chiarezza su cose che, viste dall’esterno, possono apparire ingiuste, confuse o persino intrusive. È legittimo porsi queste domande, soprattutto quando riguardano i bambini, che sono la cosa più preziosa per un genitore.
Parto da un punto centrale: molti genitori oggi hanno la sensazione che i figli vengano osservati più per ciò che “non va” che per ciò che sono. Questo può far sentire giudicati, messi sotto esame, come se ogni comportamento diventasse un segnale di allarme. È comprensibile che questo generi rabbia e sfiducia verso la scuola e verso chi lavora nell’ambito psicologico.
Sul tema della cosiddetta “medicalizzazione”, è vero che oggi c’è una maggiore attenzione ai comportamenti dei bambini rispetto al passato. In parte nasce dal desiderio di intercettare precocemente difficoltà reali, in parte però può trasformarsi in un eccesso di lettura, dove la normalissima variabilità dello sviluppo rischia di essere scambiata per un problema. I bambini non crescono tutti allo stesso ritmo, né nello stesso modo, e questo andrebbe sempre tenuto come primo riferimento.
Riguardo al coinvolgimento di figure psicologiche a scuola, è importante chiarire che senza il consenso informato dei genitori non dovrebbe esserci alcun percorso formale di valutazione. Se questo non viene comunicato in modo chiaro, il problema non è il bambino, ma la relazione scuola–famiglia che si è incrinata. Quando manca il dialogo, è facile che i genitori si sentano scavalcati o colpevolizzati.
Il punto che solleva sul controllo e sulla gestione dei bambini è altrettanto delicato. I contesti educativi sono cambiati molto: classi più numerose, meno tempo, meno risorse, meno continuità. Questo non giustifica tutto, ma può aiutare a capire perché a volte gli adulti si sentano in difficoltà e cerchino spiegazioni “altrove”, invece di fermarsi a interrogarsi anche sul proprio ruolo educativo.
Quando dice che spesso quello che viene chiamato disagio è solo una maturazione diversa, sta toccando un tema fondamentale. Non tutti i bambini sono pronti nello stesso momento a stare seduti, a seguire regole, a contenere l’energia. Questo non li rende problematici, li rende bambini. Il rischio nasce quando non c’è più spazio per questa differenza e si cerca una risposta rapida invece di un’osservazione paziente.
Il mio invito, se posso permettermi, è a non mettere genitori, insegnanti e psicologi su fronti opposti. Quando il dialogo funziona, nessuno “accusa” l’altro: ci si chiede insieme cosa serve a quel bambino, in quel momento della sua crescita. Quando invece il dialogo manca, crescono il sospetto e la rabbia, come traspare giustamente dalle sue parole.
La sua non è ignoranza. È il tentativo di difendere l’infanzia da sguardi troppo rigidi e di chiedere agli adulti più responsabilità, più confronto e meno etichette. Ed è una richiesta che merita ascolto, non smentita.