Mamma in viaggio

Sara

Buonasera, sono mamma di un bimbo di 15 mesi. Ho prenotato un viaggio in Perù per il mese di novembre, della durata di 15 giorni. A quel punto mio figlio avrà 20 mesi e resterà a casa con suo padre, con cui ha un rapporto molto stretto e sereno. Da quando ho prenotato, però, provo molta ansia all’idea della separazione e forti sensi di colpa, al punto da faticare a dormire la notte. Mi chiedo se un distacco di due settimane a questa età possa causargli sofferenza significativa o avere conseguenze sul suo benessere emotivo. Potrebbe vivere questa esperienza come un trauma? Come posso distinguere le mie paure da ciò che è realmente importante per lui? Grazie

8 risposte degli esperti per questa domanda

Buongiorno Sara è comprensibile la sua preoccupazione e la sofferenza che può provocare l'idea di separarsi dal suo bambino per un tempo che può sembrare breve. All'età di 20 mesi, la figura di accudimento è molto forte, indispensabile per questa naturale relazione madre- bambino ed è naturale la si viva con disagio, colpa, timore.

È importante che il bambino possa essere accudito nel frattempo dal papà, altra figura fondamentale per il bambino. I bambini possono ben tollerare il distacco e superare separazioni temporanee. È importante creare una routine prevedibile, sicura, protetta, confortevole. Per un confronto su risorse da utilizzare e strumenti da utilizzare fin da subito prima della sua partenza, può accedere tramite la piattaforma e contattarmi, mi trova online, sarò felice di confrontarmi e approfondire su come potrebbe affrontare le dinamiche. Un caro saluto.

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

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Roma

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Cara Sara,

A 15 mesi  il legame tra madre e figlio sta attraversando una fase di transizione magnifica e delicata. Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo e della teoria dell'attaccamento, proviamo a guardare con totale onestà e lucidità clinica i fatti e la realtà biologica del tuo bambino, per aiutarti a disaccoppiare le tue paure dai suoi reali bisogni. La parola "trauma", in psicologia, è legata a situazioni di abbandono reale, di trascuratezza o di crollo improvviso delle figure di riferimento senza alcuna sponda alternativa. La tua situazione è l'esatto opposto. Inserisci un dato fondamentale: tuo figlio ha un rapporto molto stretto, solido e sereno con suo papà. Il padre non è un "ripiego" o un babysitter temporaneo; è una figura di attaccamento primario a tutti gli effetti. Per il bambino, rimanere nel suo nido, con le sue routine, i suoi giochi e accudito da un genitore presente e sintonizzato, significa rimanere in una condizione di totale sicurezza emotiva. Alla attuale età di tuo figlio, il concetto di tempo è molto diverso dal nostro. I bambini vivono immersi nel presente. Tuo figlio si accorgerà certamente della tua assenza e vivrà dei micro-momenti di nostalgia (il che è sano e naturale), ma la costanza oggettiva della figura paterna colmerà quel vuoto giorno dopo giorno. Non vivrà due settimane di "attesa disperata", ma due settimane di quotidianità intensa e protetta con il papà. La sofferenza e l'insonnia di queste notti sono tue, non del tuo bambino. Tuo figlio ora dorme sereno, ignaro di tutto. Chi sta anticipando il dolore della separazione, la "fame d'aria" del distacco e la paura di non avere il controllo della situazione sei tu. Spesso, la maternità contemporanea ci spinge dentro l'archetipo della "madre sacrificale", facendoci credere che desiderare uno spazio proprio, un viaggio culturale di 15 giorni o un momento di esplorazione nel mondo sia un reato biopolitico contro il figlio. Il senso di colpa è il guardiano di questo antico tabù. Ti fa credere che se soffri tu, soffrirà anche lui. Ma la realtà è che la tua identità di donna e di ricercatrice non si è spenta con la nascita di tuo figlio: reclama legittimamente il suo spazio. Questo viaggio in Perù è, sotto molti punti di vista, un dono evolutivo immenso che fai alla relazione tra tuo figlio e suo padre. Nei 15 giorni in cui tu non ci sarai, loro due avranno l'occasione unica di strutturare una complicità profonda, una "linea diretta" di gestione della quotidianità e una sintonizzazione corporea che la presenza (spesso totalizzante) della madre rischia involontariamente di coprire. Guarda alla tua partenza non come a un "togliere qualcosa" al bambino, ma come a un regalare uno spazio esclusivo di crescita al papà e al figlio. Nell'era digitale del 2026, la tentazione è quella di fare videochiamate continue. Attenzione però: a 20 mesi vedere la mamma dentro uno schermo freddo senza poterla toccare o odorare può creare più confusione e frustrazione che sollievo. Accordati con il tuo compagno: sentitevi via messaggio o chiamata vocale per monitorare la situazione, e fate videochiamate brevi solo nei momenti della giornata in cui il bambino è già sereno e attivo (evita i momenti critici della nanna o dei pasti, in cui la stanchezza amplifica il bisogno emotivo). Meriti di fare questo viaggio con la mente libera e il cuore fiero. Tornare a casa dopo due settimane, arricchita, rigenerata e con gli occhi colmi di meraviglia, ti permetterà di essere una madre ancora più vitale, presente e capace di testimoniare a tuo figlio che il mondo è un luogo magnifico da esplorare senza paura.

Un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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Cara mamma, la sua domanda contiene già una risposta importante: sa distinguere le proprie paure da ciò che riguarda suo figlio. È un buon punto di partenza. Sul bambino: a 20 mesi, ciò che protegge non è la presenza continua della madre, ma la disponibilità di un caregiver sensibile e affidabile. Suo figlio ce l’ha, nel padre. Una separazione temporanea in un contesto stabile e affettuoso non configura un’esperienza traumatica. Potrà sentire la sua mancanza — è normale — ma questo fa parte dello sviluppo, non è un danno. Su di lei: l’ansia che descrive, intensa al punto da toglierle il sonno, merita attenzione. Non perché il viaggio sia sbagliato, ma perché quel livello di attivazione emotiva — a fronte di una situazione ben organizzata — suggerisce qualcosa che vale la pena esplorare: cosa significa per lei, profondamente, assentarsi come madre.

Una domanda utile da porsi: “Sto proteggendo mio figlio, o sto cercando di gestire la mia angoscia?” Non per colpevolizzarsi, ma per orientarsi.

Dott.ssa Jessica Multineddu

Dott.ssa Jessica Multineddu

Sassari

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Gentile Sara,

l’ansia che senti non parla di tuo figlio.
Parla di te, del tuo essere una mamma presente, sensibile, profondamente legata al tuo bambino. È proprio perché sei così connessa a lui che l’idea di separarti per quindici giorni ti scuote ma questo non significa che lui vivrà un trauma.

A venti mesi, un bambino non misura il tempo come un adulto. Misura la continuità delle cure e tuo figlio questa continuità ce l’ha: un papà con cui ha un rapporto stabile, una casa che conosce, una routine che lo rassicura. Per lui, la tua assenza sarà un cambiamento, sì, ma non una ferita. I bambini soffrono quando vengono lasciati senza figure di riferimento, non quando una figura si allontana per un periodo e l’altra resta salda.

Il trauma non nasce dalla distanza.
Nasce dall’incertezza, dall’instabilità, dalla mancanza di qualcuno che contenga le emozioni del bambino. E tuo figlio questo contenimento ce l’ha.

Quello che senti tu invece è il peso invisibile che molte madri portano: l’idea che una buona madre non si allontani mai, che debba essere sempre disponibile, sempre presente, sempre “sul pezzo”. Ma la verità è che un bambino cresce bene quando ha accanto adulti che stanno bene e un viaggio, se è un tuo desiderio, può essere un modo per ricaricarti, per tornare più centrata, più viva, più presente.

La domanda che ti aiuterà non è: “Lui starà male?”
La domanda è: “Questa paura è mia o sua?”

La tua paura è legittima, ma non è un indicatore di pericolo e' il segno di un legame forte, non di un rischio. Prepararlo con gradualità, mantenere qualche videochiamata, lasciare al papà piccoli rituali rassicuranti: tutto questo sarà più che sufficiente.

Sara, tuo figlio non verrà traumatizzato da quindici giorni senza di te, ma tu meriti di non vivere questi mesi nell’angoscia. Meriti di riconoscere che essere madre non significa annullarsi, ma esserci con autenticità. E a volte, per esserci davvero, serve anche sapersi allontanare un po’.

Un caro saluto,
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
Ricevo Online

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Gentile mamma, la sua richiesta tocca corde molto profonde e comuni all’esperienza della genitorialità. Tenga presente che sin dalla nascita, lo sviluppo del bambino avviene attraverso la relazione "corpo-a-corpo" con i caregivers. Sebbene la madre sia spesso la figura principale, il padre non è un semplice sostituto. Il bambino non vive nel vuoto durante la sua assenza, ma continua a incontrare l'altro in un "mondo comune". Il padre sarà in grado di modulare il senso di Sé del bambino attraverso la coerente regolarità delle interazioni quotidiane, che è l'elemento fondamentale per la stabilità emotiva del piccol. La ricerca dimostra che solo intorno ai 4 anni i bambini sviluppano un senso diacronico di Sé (un Sé esteso nel tempo). Non avendo ancora una "narrativa personale" strutturata (che si sviluppa dopo i 3-5 anni), il bambino non può "raccontarsi" la sua assenza come un abbandono storico. Il trauma è legato al modo in cui un evento viene configurato nel racconto di sè, poiché il bambino non ha ancora gli strumenti linguistici e narrativi per dare un significato complesso all'assenza, è improbabile che questa esperienza venga vissuta come un trauma, a patto che il padre mantenga la sintonia necessaria a farlo sentire protetto.  L'ansia e i sensi di colpa che lei prova sono modi di sentirsi situata rispetto a un elemento futuro, il viaggio, che lei percepisce come minaccioso per il legame. Lei sta anticipando scenari negativi (il "viaggio mentale nel futuro") che caricano l'evento di un peso emotivo che appartiene alla sua storia, non necessariamente a quella di suo figlio. A volte ci si aggancia a ideali di "madre sempre presente" che diventano regole rigide. Queste "idee-limite" possono piegare il senso dell'esperienza verso l'inadeguatezza, facendole dimenticare che il suo benessere è fondamentale per essere una risorsa per suo figlio. Consigli pratici da psicologa: Chieda al padre di mantenere le routines abituali (pasti, ninna nanna, giochi). La capacità del bambino di sintonizzarsi secondo regolarità è ciò che gli dà sicurezza. Ricordi che lei è "sempre se stessa" anche al di fuori del ruolo materno. Il viaggio può essere un momento di riappropriazione di Sé che la farà tornare a casa più serena. La sua sofferenza è reale, ma non riflette necessariamente una sofferenza equivalente nel bambino. Il piccolo rimarrà in un "tessuto atmosferico" sicuro con il padre, e la sua mancanza non minerà la base della sua identità.

Dott.ssa Maria Rosaria Pascarelli

Dott.ssa Maria Rosaria Pascarelli

Sassari

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Salve.

Comprendo la sua preoccupazione. A 20 mesi un bambino può certamente percepire la mancanza della madre e manifestare qualche reazione emotiva legata alla separazione, ma questo non significa necessariamente che vivrà l’esperienza come traumatica.

Nella situazione che descrive, è molto rilevante il fatto che suo figlio rimarrà con il padre, con cui ha già un legame solido e rassicurante. La presenza di una figura di riferimento stabile e affettuosa rappresenta un importante fattore di protezione per il suo benessere emotivo.

Mi chiedo se una parte della sofferenza che sta sperimentando in questo momento possa essere legata più alla sua fatica nel pensarsi lontana da lui che a segnali concreti di difficoltà da parte del bambino. Distinguere questi due aspetti può aiutarla a guardare alla situazione con maggiore serenità.

Buongiorno sig. Sara, quello che sta vivendo è molto comprensibile: quando si tratta dei figli, la mente tende facilmente a immaginare scenari negativi e a trasformare il dubbio in senso di colpa.

Dal punto di vista psicologico, è importante distinguere tra ciò che il bambino vive realmente e ciò che la nostra mente teme. A 20 mesi, un bambino può tollerare una separazione temporanea se resta con una figura di riferimento stabile, affettuosa e prevedibile, come il padre nel suo caso. In queste condizioni, non si parla di esperienza traumatica, ma di un cambiamento temporaneo nella routine.

L’ansia che descrive sembra più legata ai pensieri anticipatori (“potrebbe soffrire”, “potrei fargli del male”) che a segnali concreti di difficoltà del bambino. Questo è un meccanismo frequente: più qualcosa è importante per noi, più la mente cerca di proteggerci… a volte esagerando.

La domanda che si pone — distinguere tra paura e realtà — è già un ottimo punto di partenza.

Se desidera approfondire questi aspetti e comprendere meglio come gestire questi pensieri e il senso di colpa, resto a disposizione.

Un cordiale saluto dott.ssa Claudia Mosneagu psicoterapeuta cognitiva omportamentale

Dott.ssa Claudia Mosneagu

Dott.ssa Claudia Mosneagu

Padova

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Cara Sara,

non si fasci la testa e vada in Perù tranquilla. Se il bimbo resta con il padre cui è legato, nesfun problema, nessun abbandono né trauma. Rimane con l'altra solida figura di attaccamento oltre la mamma. Farete qualche videochiamata e lui sarà contento di vederla.
Buon viaggio! Rosanna Schiralli

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