Ragazzi e sport: successi e insuccessi sportivi. Come gestirli?

SARA

Sono da sempre sostenitrice dell'importanza dell'attività sportiva per la crescita dei ragazzi e lungi da me puntare sulla competitività e i successi. Mia figlia pratica regolarmente questo sport da 4 anni senza mai ottenere risultati importanti (hanno effettuato pochissime gare in un ambiente molto più ludico che competitivo). Con la società non ci sono mai stati dei "colloqui" sulle sue reali capacità e progressi dal punto di vista fisico e noi l'abbiamo sempre vista andare felice (vosa fondamentale) agli allenamenti. Il punto è che in questi anni lei ci ha sempre raccontato di essere molto forte e portata per un determinato tipo di attività e alla prima gara utile in quella disciplina di fatto non è stata selezionata. Nessun problema per noi, ma quello che mi dispiace è che abbia raccontato una storia non corrispondente al vero per giustificare il suo "insuccesso". Tutta questa premessa per dire che mi dispiace/mi preoccupa se si fa delle idee su stessa che non sono veritiere. Questo aspetto l'ha notato di recente anche l'insegnante di matematica che mi ha detto essere troppo sicura di sé stessa e poco "umile". Qui a casa non abbiamo mai parlato di necessità di dimostrare o di ottenere risultati eccelsi. Come gestire questa divergenza tra quello che lei crede e i dati oggettivi (risultati sportivi di fatto "scarsi")? Parlargliene? Lasciare che se ne accorge da sola? Rincuorarla sul fatto che a noi non deve dimostrare nulla se non l'impegno? Questi allenamenti sono molto impegnativi in termini di gestione e lei non vuole mai saltarli (lodevole), ma a volte ho la sensazione che vada più per le relazioni sociali che per la crescita/impegno sportivo. Non vorrei ferirla, ma spronarla a dedicarsi con serenità ed entusiasmo.

4 risposte degli esperti per questa domanda

Buongiorno Sara, 

grazie per aver condiviso con noi la situazione di tua figlia. Innanzitutto sarebbe importante capire quanti anni ha tua figlia, per comprendere meglio a quali compiti evolutivi sta cercando di adempiere tua figlia con questi atteggiamenti, che descrivi prevalentemente nello sport, ma che si stanno palesando anche nel contesto scolastico, è corretto? 

Da come descrivi i fatti, sembra che lei faccia fatica a tollerare il fallimento/ insuccesso e neghi completamente i fatti, effettuando una nuova narrazione...

Parlare con lei di come vive lo sport, le dinamiche tra pari (sia a scuola che nello sport) può aiutarvi a capire meglio cosa sta succedendo solo se la figlia è adolescente/preadolescente, se fosse più piccola, il rischio è che non sappia neanche lei cosa le stia succedendo o, più precisamente che non sappia verbalizzarlo. 

Un altro aspetto da tenere presente è se il bisogno di dimostrare è rivolto a voi, oppure ad altri (insegnanti, compagni, sè stessa...)

Con l'insegnante dello sport vi siete confrontati? 

Forse può essere opportuno per voi genitori, richiedere un colloquio con un terapeuta, in modo tale da poter approfondire meglio la situazione e comprendere insieme quali bisogni sta manifestando vostra figlia con questo comportamento. 

Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti.

Un caro saluto

Dott.ssa Alice Piccardi

Dott.ssa Alice Piccardi

Dott.ssa Alice Piccardi

Udine

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Gentile Signora, grazie per la condivisione, dal suo racconto sembra emergere una preoccupazione significativa e continuativa rispetto a come sua figlia costruisce l’immagine di sé, in particolar modo nell'ambito dello sport, immagino perchè contesto di condivisione. Più che intervenire direttamente sui contenuti di sua figlia, può essere utile soffermarsi su ciò che questa discrepanza attiva in lei: il bisogno di allineare, il timore che sviluppi un’immagine non realistica, l’urgenza di “correggere”,

Quando queste attivazioni sono intense, il rischio è di intervenire in modo anticipatorio, senza lasciare spazio ai naturali processi di esperienza e rielaborazione esperienziale di sua figlia.

Cosa ne pensa di approfondire la questione? Crede possa essere utile un supporto psicologico in questo momento? In uno spazio utile per lei dove provare a comprendere meglio la natura della sua preoccupazione, il significato delle sue mozioni e individuare modalità di intervento più sintonizzate ed efficaci nella relazione con sua figlia. Spero di esserle stata utile, se sente il bisogno di un confronto, può contattarmi online per un primo colloquio conoscitivo. 

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Cara Sara,

quello che descrivi è molto più comune di quanto sembri, e non è necessariamente un segnale negativo. Anzi: tua figlia sta attraversando una fase tipica della crescita in cui identità, autostima e realtà esterna non sono ancora perfettamente allineate. Il punto non è “correggerla”, ma accompagnarla a costruire uno sguardo più realistico senza spegnere entusiasmo e fiducia. Non serve smontarla, ma aiutarla a osservare meglio

Dirle frontalmente “non sei così forte” rischia solo di chiuderla o ferirla. Più utile è aiutarla a sviluppare consapevolezza con domande del tipo:

  • “Secondo te in cosa sei migliorata in questi anni?”
  • “Cosa ti riesce meglio e cosa invece ti costa più fatica?”
  • “Come funziona la selezione per le gare?”

Questo la porta pian piano a confrontarsi con i fatti senza sentirsi giudicata.

 Sì, parlane… ma nel modo giusto. Puoi affrontare il tema, ma spostando il focus:

Invece di:

  • “Non sei stata presa perché non sei abbastanza brava”

Meglio:

  • “Immagino che non essere selezionata ti abbia fatto un po’ male. Vuoi capire insieme cosa chiedono per entrare?”
  • “Se ti va, possiamo chiedere agli allenatori un feedback per capire come crescere”

Così trasformi un “insuccesso” in informazione utile, non in giudizio.

 Va per lo sport… o per le relazioni?

Anche qui: non è un problema.
Se va volentieri, è già un grande valore.

Lo sport nei ragazzi serve a:

  • socializzare
  • costruire routine
  • sviluppare competenze emotive

Non deve per forza diventare “prestazione”.
Puoi però aiutarla a tenere insieme le due cose:
👉 “Ti diverti con le tue amiche, ma proviamo anche a darti un piccolo obiettivo personale?”

In sintesi

  • Non serve “smascherarla”
  • Sì al dialogo, ma esplorativo e non correttivo
  • Introduci il concetto di miglioramento concreto
  • Chiedi feedback esterni (allenatori)
  • Accetta che lo sport possa essere anche sociale

 

Dott.ssa Antonella Bellanzon

Dott.ssa Antonella Bellanzon

Massa-Carrara

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Salve,

quello che descrive ha un nome preciso: alta autostima, bassa autoefficacia. Le spiego cosa significa e perché riguarda sua figlia.

Un po' di contesto storico, per capire come ci siamo arrivati

Per secoli il modello educativo dominante è stato autoritario — non per cattiveria, ma per necessità. In un mondo in cui si moriva di parto, di stenti o di un'influenza mal curata, i figli erano tanti, le risorse poche e il tempo per le attenzioni individuali quasi nullo. I genitori erano duri, distanti, esigenti. Il risultato? Figli con una bassa autostima — nessuno li elogiava mai — ma con un'altissima autoefficacia, ovvero la capacità concreta di fare le cose, di farcela, di misurarsi con la realtà.

Con la rivoluzione industriale prima, e poi con il lavoro impiegatizio e la prosperità del dopoguerra, il modello si è rovesciato. I genitori hanno iniziato ad avere meno figli, più tempo, più risorse — e la preoccupazione principale è diventata proteggere i bambini dalle difficoltà, premiarli, incoraggiarli, rimuovere gli ostacoli. Il risultato è l'opposto di prima: bambini con un'altissima autostima — sono principi in casa propria — ma con una bassa autoefficacia, perché non hanno mai davvero dovuto misurarsi con qualcosa di difficile, con una sconfitta vera, con un limite reale.

Sua figlia è il prodotto di questo modello — e probabilmente lo è anche lei

Non lo dico come accusa, ma come osservazione. Lei scrive che non ha mai parlato di risultati, di competizione, di dover dimostrare qualcosa. Ottimo in teoria. Ma il messaggio implicito che arriva a sua figlia potrebbe essere stato: puoi credere di essere brava senza doverlo mai verificare davvero. Quando la prima verifica oggettiva arriva — la non-selezione in gara — sua figlia non ha gli strumenti per elaborarla, e costruisce una narrativa alternativa per proteggersi.

Lo stesso vale per il giudizio dell'insegnante di matematica: troppo sicura di sé, poca umiltà. E' un problema di carattere, ed è il risultato dello stile educativo e del modo in cui la trattate in casa.

Dott. Mario Pugliese

Dott. Mario Pugliese

Roma

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