Ansia

Genitori oppressivi

Gianluca

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Salve dottori, vi scrivo perché vivo una condizione particolare e, a mio dire, assurda.
Sostanzialmente vivo in perenne "assenza di controllo" o comunque, mi sento li per li per esperire un attacco di panico da anni.
Ripeto, da anni, mi sento invalidato.
Questa cosa mi sta distruggendo e credo che i miei genitori e il loro comportamento mi stiano distruggendo la vita.
Da una parte, c'è mio padre che esige attenzioni, addirittura chiamandomi a distanza di pochi minuti prima minacciandomi e poi inscenando una situazione irreale in cui piagnucola affinché io gli risponda, e telefonandomi dicendomi che mi invierà il denaro mensile; dall'altra, mia madre, iperprotettiva e anche lei bisognosa d'affetto, che s'intromette e vive in giro per casa lavando i miei vestiti, la casa, la mia camera ecc... Insomma mi trattano come se "io avessi bisogno"; nell'adolescenza mi sono spesso ribellato, ora ho 24 anni, sono di lecce e vivo a Parma, e mia madre, per litigi con mio padre, sia trasferita qui, ed ora vivo con lei e mio fratello maggiore.
Sostanzialmente, ascoltando qualche video di Nardone sulla paura patologica, ho ripreso contatto con alcune sensazioni che in quello stato fobico non capivo e, sostanzialmente, mi rendo conto che mia madre e il comportamento di mio padre, mi stanno creando questa condizione.
Hanno sempre cercato di creare in me questa condizione, affinché potessero essere utili, solo che, quest'anno, all'inizio, in preda a quest'ansia, ogni tanto sbottavo, ma la mia reazione veniva vista come da "folle" dai miei parenti, che squadrandomi male, mi facevano cadere in pensieri vorticosi e senza senso.
Insomma, mia madre in casa (non posso esperire la solitudine), mi lava i vestiti, cucina anche se non lo chiedo ecc... insomma, riassumendo, l'intuizione che mi ha ri-portato a scrivere scaturisce da una frase di Nardone ovvero l'aiuto non richiesto genera insicurezza.
Ora, io mi sento super invaso dalla mia famiglia, perché l'unico contatto comunicativo è sul "hai bisogno?
" e in me scatta ormai l'associazione e il conseguente fastidio che percepisco al livello dello stomaco.
Appena li sento, li vedo, sento solo questo fastidio, non li sopporto, mi stanno rovinando la vita.
Se mi metto a studiare mi scattano associazioni del tipo "mia madre mi disturba, mia fratello mi parla ecc", insomma si intromettono... come dire, qualunque cosa io faccia mi sento sotto la lente della mia famiglia, mi sento perseguitato.
Ho otto esami da dare, siamo a Marzo e non so cosa fare.
A 19 anni, stessa cosa, volevo studiare psicologia, recarmi a Parma e trovare una casa da solo (sia perché me ne sentivo in grado, sia perché, se chiedo una mano, effetto paradosso, non mi danno un braccio, ma due) e mi ci portarono loro, dapprima andando in Svizzere, per oltre un mese, e poi a Parma.
Mi fecero la spesa e, insomma, le mie rimostranze caddero nel nulla e rimasi li, nello studentato (volevo, invece, prendere una casa con altri coinquilini) pieno di somatizzazioni (rabbia?) e un atteggiamento interiore negativo che mi portano a credere di essere stato una cattiva persona nei loro confronti. Ora, vivo le giornate a merda, non riesco a studiare, ho l'ansia, il pensiero che mia madre mi criticherà, giudicherà (è ansiosa) o peggio mi chieda ossessivamente di cosa ho bisogno, mi fa percepire una forte rabbia che non so sfruttare, la somatizzo. In questi, sul serio, non capivo cosa fosse, la somatizzavo, sono sostanzialmente finito a giustificarli e ad avere questo atteggiamento remissivo nei confronti di chiunque (ed io invece ho sempre lottato, non immaginate quanto). Cosa posso fare? In più ho collezionato una serie di esperienze che a definire del cazzo, scusatemi il termine, poiché esperite in questo stato psicologico assurdo, quasi impacciato, mi hanno fatto passare per uno stupido di fronte ad una marea di contesti e persone cosicché oggi mi ritrovo a rimuginare, giorno e notte, giorno e notte. Se sto in casa, penso che mia madre mi giudichi perché non esco, se esco, perché non studio..non ho soluzione.. dovrei incanalare la rabbia ma come? Non penso bene, mi sento in prigione, per ogni cosa mi sento di dover lottare e mi prende il magone allo stomaco.. Ho preso la tendenza a giustificare le persone e il loro comportamento, ma io non mi sento libero, mi sento oppresso e non felice.. Non so come ritrovare la serenità.
Vi dico, scrivendovi, mi sento già meglio, almeno ho capito che acufeni e sintomi fisici sono rabbia non espressa, ma cosa fare? tendo a rimuginare e mentre scrivo o studio, si intromettono questi pensieri negativi che mi fanno perdere il filo del discorso.. Aiutatemi vi prego, non capisco più la mia psiche, cosa desidero né come uscirne. Oltretutto, non mi sembra di poter stare in casa con lei, non nello stesso luogo; è rabbia accumulata a parlare o è lo stato di cose attuali? non capisco..

4 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

RISPOSTA A “GENITORI OPPRESSIVI” DEL 26-02-2020


Buongiorno, ho letto con attenzione la sua richiesta e mi sento di rispondere nel seguente modo. Premetto che sono una Psicoterapeuta ad indirizzo Psicoanalitico- Psicosomatico e credo molto nel rapporto psiche e corpo, due medaglie della stessa faccia.


Inoltre, penso che il panico o qualsiasi manifestazione a livello fisico o psichico siano la sola via che l’anima ha a disposizione se ci costruiamo delle gabbie, che possono essere atteggiamenti innaturali con cui ci presentiamo agli altri, una modalità che si sceglie per adeguarsi ad uno standard, ma che non ci corrisponde, un modo di essere che reprime le  nostre vere inclinazioni ed i nostri più profondi desideri. Se non si  sé stessi, ma si recita(anche con sé stessi) un personaggio che non ci corrisponde, i segnali che ci invia il corpo o la psiche sono dei modi che ci costringono a vedere che siamo in gabbia. È come se l’anima stesse “ lavorando “ per noi, ci avvisa tutte le volte che qualcosa non va ed occorrerebbe iniziare a considerare questi segnali come alleati , non nemici da respingere. Solo così potranno andarsene.


 


 

Caro Gianluca, trovo nella sua lettera una grande consapevolezza delle relazioni che ci sono tra il suo stato “psicosomatico” e la relazione coi suoi genitori e con le persone in generale. Mi sembra che lei si descriva come un uccello che vuole spiccare il volo ma che viene in qualche modo trattenuto e questo le procura grande frustrazione ed insoddisfazione.


Mi colpisce molto che lei non parli della relazione con suo fratello: com’è? I suoi genitori come si comportano con lui? Potreste allearvi per mettere dei confini all’invadenza dei genitori o lui è più libero grazie anche al fatto che loro sono concentrati su di lei?


Per i suoi problemi di ansia, rimuginazione e concentrazione potrei consigliarle di frequentare un MBSR (midfulness based stress reduction: riduzione dello stress tramite la mindfulness): è un programma di gruppo che dura due mesi con otto incontri settimanali che serve a ridurre lo stress tramite la mindfulness (consapevolezza) che è la capacità di stare nel presente, momento per momento senza giudizio. Questo programma potrebbe aiutarla a regolare meglio le sue emozioni senza sopprimerle, diminuire la rimuginazione ed aumentare la concentrazione. Si tratta di un percorso di conoscenza personale esperienziale attraverso il quale potrebbe stare in una relazione migliore con sé stesso e con gli altri … persino coi suoi genitori.


Può trovare psicologi che svolgono questi programmi a Parma, io lo faccio a Reggio Emilia.


La saluto cordialmente.

Gentile Gianluca , 


alla luce di quanto afferma , il suo stato d'animo è comprensibilissimo. Alla sua età, è normale e sano desiderare degli spazi d'autonomia sempre maggiori, poichè il destino di un uomo è quello di divenire  gradualmente indipendente dalla famiglia d'origine e imparare a reggersi con le proprie gambe e non, di vivere risucchiato dalle esigenze fusionali e simbiotiche dei genitori. La scelta di sua madre, risulta molto strana, dal momento che pare non avere avuto problemi emotivi particolari nel lasciare sia il marito che i suoi luoghi d'origine, determinata però a chiedere ai figli ormai grandi di colmare le sue lacune affettive, addirittura piagnucolando se necessario, mascherando da abnegazione e amore, l'imposizione della propria persona, delle proprie abitudini, dei propri ritmi e concezione di vita. Di fatto, in una situazione come questa, è possibile regredire ad un livello preadolescenziale, con tutto ciò che questa situazione può comportare sul piano della sottrazione delle preziose energie che oggi le sarebbero indispensabili per portare a termine il suo compito evolutivo. Se non riesce da sè a delimitare i suoi confini, magari parlando pacatamente ma altrettanto seriamente e direi severamente con sua madre  e con suo padre, oppure uscendo di casa e andando altrove, sarebbe auspicabile, intraprendesse un percorso di indagine e sostegno psicologici. Potrebbe così, utilizzare in un modo veramente adeguato per sè, la generosità dei suoi genitori.


Un cordialissimo saluto.

Gent. sig.ra, come dimostrano molti studi anche recenti, l'orientamento sessuale non è una caratteristica stabile preordinata alla nascita, ma una preferenza fluida che muta nel tempo, i confini della condizione etero, omo o bisessuale sono assai più sfumati di quanto si possa immaginare.


Il miglior aiuto che può dare a sua figlia è trasmetterle un chiaro messaggio di accettazione di ciò che è e che vorrà essere, a tutti i livelli e coltivare un canale di comunicazione privilegiata che farà bene ad entrambe. Tenga presente che una quattordicenne è in piena adolescenza, periodo in cui particolarmente si è alla ricerca di definire e conoscere se stessi.


Un caro saluto

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