Gentile Daniele,
da quello che racconti si sente tutta la fatica di questi anni e, allo stesso tempo, l’enorme cura che stai mettendo nel proteggere tuo figlio. Non è semplice trovarsi in mezzo a una situazione così delicata, dove il desiderio di un ragazzo di 14 anni, per di più con una sensibilità particolare e un funzionamento neurodivergente, si intreccia con dinamiche familiari complesse, reazioni impulsive e un percorso terapeutico che è diventato un punto di riferimento importante per lui.
Il fatto che tuo figlio abbia espresso in modo chiaro e costante la volontà di vivere con te non è un dettaglio. È un bisogno che ha preso forma nel tempo, che è stato valutato da professionisti e che non nasce da un capriccio. Quando un ragazzo nello spettro autistico riesce a nominare un desiderio così grande, significa che dentro di lui c’è un senso di sicurezza, di stabilità e di riconoscimento che sente più vicino a te. E questo non è un giudizio sulla madre, ma un’indicazione preziosa sul suo benessere emotivo.
La reazione della madre, l’allontanamento improvviso, la sospensione della terapia, il rifiuto di presentarsi in udienza, racconta più la sua difficoltà a tollerare questo cambiamento che un reale disinteresse verso il figlio. Ma per un ragazzo fragile, questi movimenti bruschi possono essere molto destabilizzanti. Ed è proprio per questo che il giudice ha insistito sul mantenimento della terapia: perché in questo momento lui ha bisogno di continuità, di adulti stabili, di un luogo dove poter elaborare ciò che sta vivendo senza sentirsi in colpa o responsabile delle reazioni degli altri.
La tua paura è comprensibile. Quando si parla di figli, soprattutto in situazioni così delicate, l’incertezza pesa come un macigno. Ma da ciò che descrivi emerge un dato importante: ogni volta che è stato chiesto di tutelare il benessere di tuo figlio, le decisioni sono andate nella direzione della continuità terapeutica e dell’ascolto dei suoi bisogni. Questo non garantisce nulla, ma indica che il suo mondo emotivo è stato preso sul serio.
In questo momento il tuo compito non è prevedere l’esito dell’udienza, ma continuare a essere per lui ciò che sei già: un punto fermo. Un adulto che non reagisce con impulsività, che non lo mette in mezzo, che non usa la sua fragilità come arma, ma che lo accompagna con calma, presenza e coerenza. È questo che fa la differenza, molto più di qualsiasi documento legale.
Il bene di tuo figlio passa attraverso la possibilità di sentirsi al sicuro, di non doversi dividere tra lealtà impossibili, di sapere che c’è almeno un genitore che riesce a contenere la sua paura e la sua confusione. E tu questo lo stai già facendo.
Se vuoi, posso aiutarti a capire come sostenerlo emotivamente in questi mesi, come parlargli senza aumentare la sua ansia e come proteggere anche te stesso da un carico che, da solo, è davvero molto pesante. Non sei solo in questa strada.
Un caro saluto,
Dottoressa Arianna Bagnini, Psicologa Clinica, del Lavoro, Risorse Umane, Organizzazioni
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