Ansia

Sentirsi finita

Clarissa

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Buongiorno. Non riuscendo a definire un vero momento di inizio in cui ho incominciato a sentirmi "finita" come mi sento adesso, vorrei ripercorrere la mia vita attraverso diverse tappe, con la piena convinzione che nel bene e nel male tutto ciò di cui facciamo esperienza, e la sua mancata o meno elaborazione, ci porti ad essere ciò che siamo.
Durante la mia infanzia sono una bambina vivace e molto curiosa, la più brava della classe alle elementari sebbene non mi impegni un granché, trattata con cura da mio padre, abituata a non avere una mamma troppo presente. Mia madre lavorava la metà dei pomeriggi del mese, se non di più, a causa dei turni al lavoro. La vedevo poco e anche quando era casa, era la stessa cosa, dato che non è mai venuta a una mia recita scolastica o a un saggio di danza; a scuola mai nessuno ha visto la faccia di mia madre. Apparentemente non interessata a me, fredda, ma allo stesso iperprotettiva, con manie di controllo (mi è sempre mancata la privacy, ora come allora), a tratti dispotica. Ciò che mi sembrava la normalità ora capisco quanto fosse tutto eccetto che normale: ero piccola e quasi sempre, d'estate, lasciata a casa da sola con mia sorella (3 anni più grande di me), in preda alla noia e a consumare quantità spropositate di cibo spazzatura che andavo a comprare appositamente da sola. A 10 anni vivo un'esperienza che ora non mi sento di descrivere, ma che all'epoca mi turbò molto, e che riguarda la mia famiglia. Durante le medie, come sempre circondata da tanti amici, ma altrettanto insicura, inizia la prima piccola sorta di indipendenza, che gestivo facendo un po' come volevo, con voglia di libertà, iniziando a fumare all'età di 13 anni, e passando dalla brillante studentessa (che studiava poco ma sveglia) a prendere voti sempre più bassi e note, salvandomi in calcio d'angolo. L'estate, terminati gli esami di terza media, mi chiudo in casa, mi taglio tutti i capelli sfreggiandomi, inizio a ingrassare veramente tanto per la mia corporatura, e muore il padre della mia migliore amica, con cui ero cresciuta, e per me rappresenta una botta emotiva, che mi spinge alle 6 di mattina a prendere e andare a piedi da mia zia, "scappando" di casa come sempre facevo. I miei sbalzi di umore e la mia sensibilità nei confronti di tutto, mi hanno portato al cinismo estremo come reazione, alla durezza nei confronti di tutto, della morte, dei funerali (del padre della mia amica e di mia nonna l'anno dopo) a cui non versavo una lacrima. Mi iscrivo al ginnasio, un po' per emulare mia sorella (sempre più giudiziosa di me ed eccellente studentessa) ma vanno molto male i primi due anni: sbalzi di umore, relazioni interpersonali morbose con alcuni amici, frequentazioni rivelatesi malsane in giri di persone più grandi -amici di sorella, periodi di assenza da scuola che duravano mesi, e infine la bocciatura agli esami di riparazione di settembre, nonostante avessi dovuto cambiare scuola. Dopo la bocciatura in seguito a una litigata mia madre mi caccia di casa, due giorni prima aveva cacciato di casa mio padre, e così vado con lui, in una sistemazione precaria che però dura 2 mesi. Mio padre sempre più distante, persona estremamente emotiva ma che non ha mai comunicato, che dava cure "materiali" ma carente in ambito affettivo, e la voragine affettiva ci ha resi sempre più distanti con il tempo, fino agli sconosciuti che siamo ora. Quel periodo lo vivo in modo indefinito: soffrivo, parlavo poco, non andavo a scuola (ero rimasta al classico), mia sorella si era trasferita in un'altra regione dopo aver vinto una borsa di studio per una scuola di studi superiori, e i rapporti con lei erano all'osso, e mi sentivo abbandonata. [Solo ora mi capacito di quanto con tutta me stessa provassi a sopperire a queste mancanze, a questo abbandono, in ogni modo possibile, trovando a volte anche un piccolo rifugio nelle famiglie degli altri, ammaliata da un calore che non essendo mai stato così normale per me, appariva ai miei occhi ancora più straordinario, per dissonanza.] Con una sorta di inganno torno a casa con mio padre dopo 2 mesi: tutto sembra andare bene ma solo apparentemente, vengo ricoperta di attenzioni materiali come vestiti, mini car, ma la deriva è comunque dietro l'angolo: mio padre se ne va via di nuovo di casa, diventa uno sconosciuto per me in quei mesi in cui a causa del blocco emotivo tra noi (e della famiglia in generale) ci vediamo poco, io bevo alcool in continuazione, in preda all'ansia e agli sbalzi di umore, insicurezze su tutti i fronti, e disturbi alimentari. In più mia madre, nel periodo in cui io ero fuori casa con mio padre, chiude i rapporti con suo fratello e la sua famiglia (amavo mia zia e i miei cugini, ed ero cresciuta abituata a vederli tutti i giorni per 16 anni). Non li ho mai più visti, ho solo sentito i primi tempi mio cugino, che per 6 anni poi non ho visto, fino all'anno scorso. Intanto in quel periodo ricordo di una sera in cui totalmente dissociata, in un bar inizio a piangere perché non mi sentivo viva, e non riuscivo a sentire nulla, ero stordita dal vortice attorno a me. Questa sensazione non se ne è andata per giorni e giorni. Torna a casa una volta per tutte dopo diversi mesi e intanto io mi avvicino alla maggiore età: sempre più sola, perché perdevo amici importanti, e non ho mai saputo ritrovarne altri, sempre meno consapevole di me stessa, sempre più vicina a una situazione di involuzione a livello di crescita personale. Gli anni scolastici andavano così, tra mesi di assenza bei voti, brutti voti, impegnata con il lavoro 3 volte a settimana come cameriera da mia zia (esperienza in cui mi sono sentita a tratti denigrata). A 19 anni grazie a delle pasticche omeopatiche e non inizio a dimagrire molto, a curarmi di più, a provare a migliorarmi e a volermi bene, ma mi ritrovo solo ad essere una persona rigida nei propri schemi mentali, lontana da una stabilità emotiva e ben presto ossessionata dal peso. Mi butto in relazioni amorose malsane, in cui io non sono interessata, ma non voglio sentirmi sola, non riesco a dire di no a nessuno, e sento pressioni sotto tutti i fronti. Stressata mi abbandono definitivamente a fenomeni di binge eating, inizio (di nuovo) a darmi all'alcool e alla marijuana soprattutto, e abbandono la scuola, a 5 mesi dalla maturità; volevo staccare la spina con tutto, ero stanca. Mi cancello da ogni social, tabula rasa di rapporti sociali, mi sfregio i capelli, metto 20 kg, rimanendo chiusa in casa per 1 anno e mezzo, con una sola "amica", che non consideravo più tale (eravamo molto distanti già da tempo, ma era un'amicizia basata sull'abitudine poiché in quanto vicine di casa, ci conoscevamo dall'infanzia). Di punto in bianco, dopo questo anno chiusa in casa, nonostante mi vergognassi a uscire, decido di studiare per 3 mesi pesantemente per riuscire a prendere il diploma presentandomi da privatista in un liceo classico pubblico (non avrei mai accettato di prendere un diploma in una scuola paritaria). Ottengo un risultato veramente buono, e dopo gli esami decido di studiare per il test di ingresso di medicina che si sarebbe tenuto due mesi dopo. Credo sia stata una decisione per gli altri, per dimostrare di valere qualcosa non per me stessa. Io non avevo idea per il mio futuro, non ne avevo mai avuta effettivamente una, mi sono sempre sentita tappata le ali in qualche modo, e mi ero abituata all'idea di un futuro povero di speranza, cui avrei fatto un lavoro umile senza un titolo universitario. Dopo 1 anno e mezzo in preda alla depressione, e ansia, senza mai affrontare la situazione e piena di in sicurezze, mi butto in questa cosa qui chiamata "Medicina". Passo il test: non sono orgogliosa di me stessa, bevo bottiglie di vino tutte le notti in camera, e sento di non meritare il posto all'università; oltretutto continuo come ho sempre fatto a desiderare di andarmene dalla mia città, nonostante fossi entrata a medicina lì, e non mi trovo benissimo in un ambiente super competitivo e falso come era quello, con la maggioranza della gente piena di sé (per aver fatto cosa poi?). Non avevo semplicemente le ossa. Sostengo 5 esami su 8, con una media non brillante, del resto non riuscivo a impegnarmi molto, e inizio a dimagrire tantissimo. Dallo stare in forma, solo apparentemente, passo all'avere un corpo e sopratutto una mente da persona con disturbi alimentari. Intanto inizio a frequentare un ragazzo che è in corso con me; la pseudo relazione, in cui a me lui nemmeno piaceva, dura per circa 4 mesi, da settembre a gennaio febbraio 2018 a ed è ciò che mi ha rovinato definitivamente. Mi sento di non avere il controllo su di me, di non avere confini psicologici. Non ho più una personalità, mi sento nulla e "preda dei venti", preda di chiunque passi. Ho un rapporto malsano con me stessa, con la vita, con gli altri da cui mi sono lasciata saccheggiare e con cui ho un rapporto emotivamente subalterno. Questi pensieri, che si sono sempre più consolidati in questi mesi, mi hanno portato progressivamente a riabbandonare la vita, e così sono 6 mesi che non esco di casa, se non sporadicamente, che i miei ritmi biologi sono sfasati, che sono preda della stanchezza fisica perenne, che ho lasciato l'università, che ho chiuso i contatti, già praticamente inesistenti, che avevo. Ho paura ad uscire, per me la vita è dolore, ogni gesto mi fa male. È difficile spiegare il risentimento che io provo per l'altro: l'incapacità ad essere me stessa mi porta forzatamente ad essere accondiscendente, senza carattere, compiendo una violenza psicologica ai danni di me stessa, e mettendo, consapevolemente oserei dire, il coltello in mano ad altri, questi "altri" che a volte sono tutto fuorché persone per cui io proverei mai stima. Sono arrabbiata, depressa e confusa. Mi fa male vedere i miei coetanei che a 23 sono riusciti a cambiare, hanno intrapreso percorsi di crescita, le mie compagne del liceo sono diventate donne, in giro per l'Europa, mentre io sono qui, con il mio fare giudicante e sprezzante nei miei confronti (e non solo), abbandata a me stessa, senza i mezzi economici per fare nulla, senza la vicinanza emotiva dei miei genitori. Come ho fatto a ridurmi così? La cosa più sconfortante è avere una sorta di "lucidità" che mi fa capire quanto io sia caduta in basso, ma, d'altra parte, avere zero forza vitale, spirito di conservazione o chicchessia, per aiutarmi un po' e farmi aiutare. Ho perso il sonno, la speranza, ho perso tutto tutto; ho guadagnato solo peso, e ossessioni.
Mi scuso per essere stata prolissa e forse poco chiara.
Grazie a chiunque trovi tempo e pazienza di leggere fino alla fine.

1 risposta degli esperti pubblicate per questa domanda

E' una lettera molto lucida, cara Clarissa, che ben descrive la sofferenza che prova di fronte alla vita e nel gestire le emozioni, l'incapacità di amarsi e di accettarsi, una mente brillante e assai vivace. 


E' importante decifrare i poli di sofferenza, mettere ordine al grande materiale che è presente nella sua vita, perchè lei è dotata di grande intelligenza e sensibilità, e lo sa bene. Tutta questa ricchezza che lei possiede a tratti la rivolge contro se stessa. Si ricordi che non è necessario immergersi nella sofferenza per sentirsi vivi.


Mi riscriva privatamente se crede, potrò darle indicazioni più precise che non posso scrivere attraverso questo canale pubblico.


Un carissimo saluto

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