Buongiorno, leggendo quello che scrive si sente tanta amarezza, ma anche tanta lucidità. Non è uno sfogo confuso: è il racconto di una situazione che la fa stare male da tempo.
Essere ignorata, non salutata, criticata per il suo corpo, sentire frasi contraddittorie su un altro figlio, percepire che con vostra figlia lui sta “malvolentieri”… sono tutte esperienze che, sommate, logorano l’autostima. Non sono dettagli. Sono piccoli colpi ripetuti che nel tempo fanno sentire invisibili, poco considerate, magari anche sbagliate.
Mi colpisce molto una cosa: scrive che la situazione è sempre stata così. Questo significa che lei non sta reagendo a un periodo difficile passeggero, ma a un clima che dura nel tempo. E vivere a lungo in un clima del genere può far dubitare di sé, può far pensare di non avere alternative.
C’è poi un aspetto economico che pesa tanto. Dipendere quasi totalmente da lui, avere un limite rigido sui soldi, vivere con l’invalidità… tutto questo può far sentire intrappolate. Quando una persona controlla fortemente le risorse economiche dell’altra, la libertà di scelta si restringe. È comprensibile che lei si chieda: “Come posso fare?” Lei parla di voler iniziare una nuova vita con sua figlia. Questa non è un’idea impulsiva: è un desiderio di protezione, di dignità, di serenità. Prima ancora della questione dell’affidamento o dei soldi, qui c’è una donna che vorrebbe sentirsi rispettata.
Provo a risponderle in modo concreto.
Prima cosa: non prenda decisioni affrettate senza un piano. Quando si dipende economicamente dall’altro, è fondamentale muoversi con strategia, non solo con rabbia o esasperazione.
Potrebbe iniziare a:
Informarsi in modo riservato sui suoi diritti (patrocinio gratuito, consultori familiari).
Capire esattamente quali sostegni economici potrebbe avere come madre con invalidità.
Parlare con un avvocato per un primo colloquio informativo, anche solo per sapere cosa succede davvero in caso di separazione. Spesso le paure sull’affidamento sono più grandi della realtà giuridica.
Parallelamente, le faccio una domanda delicata: oggi lei si sente al sicuro in casa? Se c’è anche solo il dubbio che una separazione possa scatenare reazioni aggressive, è ancora più importante farsi seguire da professionisti sul territorio prima di comunicare qualunque decisione.
Vorrei anche dirle una cosa più emotiva: non è esagerata per sentirsi ferita. Non è “troppo sensibile” se soffre perché non viene salutata o viene umiliata. Il rispetto in una relazione non è un lusso, è la base.
Forse il primo passo non è “lasciarlo subito”, ma uscire dall’isolamento. Trovare una figura esterna, psicologo, assistente sociale, centro di supporto che la accompagni nella costruzione di un piano concreto. Quando ci si sente senza soldi, senza potere e con una figlia da proteggere, il cervello va in modalità sopravvivenza. Serve qualcuno accanto che aiuti a vedere le opzioni con calma.
Lei non è senza risorse. Il fatto stesso che stia cercando informazioni, che stia pensando al futuro di sua figlia, che voglia proteggerla, dice molto della sua forza.
Un caro saluto