Il bisogno di accettazione non nasce con Instagram, TikTok o gli smartphone; appartiene da sempre alla vita sociale dell’essere umano e svolge un ruolo importante nella costruzione delle relazioni e dell’identità. Il digitale, però, ha modificato profondamente le modalità attraverso cui questo bisogno viene alimentato e misurato. Nella vita quotidiana possiamo domandarci che cosa pensino gli altri di noi, ma raramente possiamo sapere con precisione quante persone abbiano apprezzato il nostro aspetto, una nostra opinione o una nostra giornata. Sui social, invece, l’approvazione assume una forma numerica, immediata e visibile; like, commenti, follower, visualizzazioni e condivisioni trasformano qualcosa di complesso come il riconoscimento sociale in dati che possono essere controllati in qualsiasi momento.
È qui che può crearsi una confusione pericolosa: quanto piace ciò che pubblico non coincide con quanto valgo come persona. Un contenuto che riceve poche visualizzazioni può essere interpretato come “non sono interessante”, un messaggio senza risposta come “non piaccio”, una fotografia meno apprezzata del previsto come “non sono abbastanza bello o abbastanza bella”. Il dato digitale viene così trasformato in un giudizio personale e, quando l’autostima è fragile, può diventare una conferma di convinzioni negative già presenti.
La ricerca scientifica invita tuttavia a evitare semplificazioni. Non è corretto affermare che i social media siano necessariamente dannosi o che il loro semplice utilizzo provochi problemi di salute mentale. Una recente umbrella review pubblicata nel 2026, che ha analizzato 72 revisioni della letteratura e meta-analisi pubblicate tra il 2021 e il 2025, ha evidenziato proprio la complessità di questo rapporto: l’uso generico dei social presenta associazioni relativamente deboli e inconsistenti con il benessere psicologico, mentre l’uso problematico dei social risulta molto più frequentemente associato a esiti negativi. La questione, quindi, non riguarda soltanto quanto tempo trascorriamo online, ma anche il modo in cui utilizziamo questi strumenti, ciò che cerchiamo attraverso di essi e l’impatto che hanno sul nostro funzionamento quotidiano.
Uno dei meccanismi psicologici più studiati è il confronto sociale. Confrontarsi con gli altri è un processo umano e non nasce nell’era digitale; ciò che è cambiato è la quantità di confronti a cui possiamo sottoporci ogni giorno. Online incontriamo soprattutto immagini selezionate: vediamo il viaggio, non necessariamente la fatica che lo ha preceduto; il successo, non gli insuccessi; il corpo allenato, non le insicurezze; la relazione felice, non i conflitti. Possiamo quindi finire per confrontare la nostra vita reale con la versione più curata e positiva della vita altrui, sviluppando la sensazione che gli altri siano più belli, più felici, più amati o più realizzati.
Questo meccanismo è particolarmente evidente quando il confronto riguarda l’aspetto fisico. Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2025, che ha analizzato 83 studi per oltre 55.000 partecipanti, ha rilevato un’associazione significativa tra maggiore confronto sociale sui social media e maggiori preoccupazioni relative all’immagine corporea e ai sintomi dei disturbi alimentari, oltre a una minore immagine corporea positiva. Non significa che una fotografia vista online provochi automaticamente un disturbo alimentare o una bassa autostima; significa che, soprattutto nelle persone più vulnerabili, un’esposizione ripetuta a determinati contenuti può contribuire ad alimentare un circuito di confronto e insoddisfazione.
Il corpo può così trasformarsi progressivamente da parte di sé a oggetto da correggere. “Non sono abbastanza magra”, “non sono abbastanza muscoloso”, “la mia pelle non è perfetta”, “dovrei cambiare il mio viso”: pensieri apparentemente isolati possono diventare una forma stabile di autocritica. La persona comincia a guardarsi con gli occhi di un osservatore esterno e a chiedersi continuamente come appare, perdendo gradualmente il contatto con una domanda molto più importante: come mi sento nel mio corpo?
Questa dinamica merita particolare attenzione durante l’adolescenza e la giovane età adulta, periodi nei quali l’identità è ancora in evoluzione, il rapporto con i coetanei assume un'importanza crescente e il bisogno di appartenenza può essere particolarmente intenso. La ricerca sullo sviluppo adolescenziale ha mostrato come questa fase sia caratterizzata da una significativa sensibilità alle esperienze sociali e al riconoscimento da parte degli altri. I social media si inseriscono proprio all’interno di questo processo, offrendo possibilità di connessione e contemporaneamente nuove forme di esposizione e valutazione.
La domanda “chi sono?” può allora lasciare progressivamente spazio a interrogativi come “come appaio?”, “quanto piaccio?”, “come mi vedono gli altri?” oppure “perché quella persona riceve più attenzione di me?”. Quando l’identità viene costruita soprattutto attraverso il feedback esterno, diventa più difficile distinguere tra ciò che siamo e l’immagine che gli altri hanno di noi. Non si tratta di smettere di ascoltare il giudizio altrui; si tratta di riuscire ad ascoltarlo senza trasformarlo automaticamente in una definizione di sé.
Anche il sonno può entrare in questo circuito. Controllare continuamente notifiche, rimanere coinvolti nelle conversazioni online, scrollare fino a tarda notte o sentire il bisogno di verificare cosa sia accaduto durante la propria assenza può interferire con il riposo e mantenere uno stato di attivazione prolungato. Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2024, che ha preso in considerazione 182 studi per oltre un milione di partecipanti, ha rilevato associazioni tra uso dei social media, salute mentale e sonno, evidenziando in particolare una relazione tra uso problematico dei social, depressione, ansia, problemi del sonno e minore benessere. Gli autori sottolineano comunque l’eterogeneità degli studi e la necessità di ulteriori ricerche longitudinali per comprendere meglio i rapporti causali.
C’è poi un aspetto ancora più profondo: il telefono può diventare uno strumento di regolazione emotiva. A volte non cerchiamo realmente un contenuto, ma un modo per non sentire qualcosa. La noia, la solitudine, l’ansia, la tristezza, il senso di esclusione o il vuoto possono essere temporaneamente attenuati attraverso lo scrolling, le notifiche e le interazioni online. Se questo diventa il principale modo attraverso cui gestiamo le emozioni, però, rischiamo di avere sempre meno occasioni per imparare a tollerarle e comprenderle.
Per questo un intervento efficace non può limitarsi al consiglio “usa meno il telefono”. Se una persona utilizza i social per sentirsi meno sola, occorrerà comprendere la qualità delle sue relazioni; se li utilizza per sentirsi desiderabile, sarà necessario lavorare sull’autostima e sul bisogno di approvazione; se li utilizza per evitare pensieri dolorosi, sarà importante comprendere che cosa sta cercando di non affrontare. Il comportamento visibile è soltanto la parte più superficiale del problema; sotto possono esserci bisogni psicologici molto differenti.
Questo aiuta anche a superare una contrapposizione ormai poco utile tra “vita reale” e “vita digitale”. I social fanno parte della vita reale e possono avere funzioni positive: permettono di mantenere relazioni, trovare informazioni, condividere interessi, esprimere creatività e, in alcuni casi, trovare comunità e sostegno. La questione diventa problematica quando la dimensione digitale occupa uno spazio sproporzionato o quando la persona non riesce più a separare il proprio valore dalle reazioni che riceve online.
Un campanello d’allarme può essere rappresentato dal cambiamento del funzionamento quotidiano: quando il proprio umore dipende continuamente da like, commenti o messaggi, quando il confronto genera sistematicamente ansia e senso di inferiorità, quando il rapporto con il corpo diventa fonte costante di sofferenza, quando il sonno viene compromesso o quando lo smartphone interferisce con studio, lavoro, relazioni e attività quotidiane, può essere utile fermarsi e comprendere che cosa sta succedendo.
Rivolgersi a uno psicologo o a uno psicoterapeuta non significa necessariamente essere arrivati a una situazione grave. Significa riconoscere che qualcosa sta causando sofferenza e scegliere di comprenderlo. La psicoterapia può offrire uno spazio nel quale esplorare il rapporto tra pensieri, emozioni e comportamenti, lavorare sull’autostima e sull’immagine di sé, riconoscere i meccanismi del confronto sociale, sviluppare una maggiore consapevolezza emotiva e costruire strategie più funzionali per affrontare ansia, insicurezza e bisogno di approvazione.
Nel mio lavoro come psicologa e psicoterapeuta considero fondamentale partire dalla persona e non soltanto dal comportamento che la preoccupa. Dietro un uso problematico dei social può esserci ansia, solitudine, difficoltà relazionale, bisogno di appartenenza, bassa autostima, perfezionismo, difficoltà nella regolazione delle emozioni oppure un momento particolarmente delicato della propria vita; per questo ritengo importante costruire ogni percorso sulla storia individuale, sulle risorse della persona e sugli obiettivi che desidera raggiungere.
Il lavoro psicologico può integrare ascolto clinico, psicoterapia, psicoeducazione, consapevolezza emotiva e interventi sui pensieri e sui comportamenti che mantengono il disagio; ma una metodologia efficace, da sola, non è sufficiente. Prima di ogni tecnica c’è una persona che ha bisogno di sentirsi ascoltata senza essere giudicata, compresa senza essere etichettata e accompagnata con professionalità e umanità.
Quando lavoro con adolescenti, giovani adulti e adulti che vivono difficoltà legate all’autostima, al confronto con gli altri, all’immagine corporea, all’ansia o al rapporto con il mondo digitale, cerco quindi di creare uno spazio nel quale sia possibile rallentare, dare un significato a ciò che sta accadendo e ritrovare progressivamente un senso di maggiore autonomia. Non si tratta semplicemente di imparare a usare meno il telefono; si tratta di comprendere che cosa stiamo cercando attraverso quello schermo e di costruire risorse personali e relazionali che permettano di non dipendere continuamente dalla conferma degli altri.
Forse è proprio questo il significato più interessante che possiamo dare a un tormentone come “Cioccolata”: dietro una frase leggera può esserci una riflessione profondamente umana, quella sulla possibilità di non dover piacere a tutti per sentirsi degni di valore. Non siamo un like, non siamo un follower, non siamo una visualizzazione e non siamo il numero di persone che decidono di guardarci; siamo molto più complessi di qualunque metrica digitale possa raccontare.
La vera libertà digitale, forse, non consiste nello smettere di guardare gli altri; consiste nel non avere più bisogno dello sguardo degli altri per sapere chi siamo.
Riferimenti scientifici
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