Autostima
Dott.ssa Lorena Ferrero

Imparare a dire NO

Se abbiamo paura di rifiutare le richieste altrui la nostra vita può complicarsi alquanto, ci ritroviamo a fare cose, che non vogliamo, in genere frustrati ed arrabbiati con noi ...

27 Maggio 2019

Domande e risposte

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Sentirsi al limite

Salve a tutti, sono uno studente universitario di 24 anni che, pur andando bene negli studi (media alta, numero di esami dato a sessione non indifferente) si sente afflitto dal fallimento. Prima di iscrivermi all'università ho frequentato un altro percorso accademico non universitario, portato a termine con successo, che mi ha garantito un'adeguata formazione nel mio ambito. Il problema è che pensavo di laurearmi quest'anno (dopo aver compiuto 25 anni) ma razionalmente parlando diventa sempre più impossibile. Niente di grave, direte voi: invece che a novembre mi laureerò a marzo. Che saranno mai 4 mesi in più? Per me, purtroppo sono tutto (anche perché 25 anni non sono pochi per l'attuale mondo del lavoro). So che non sono l'unico a trovarmi in questa situazione di sconforto, in giro ne leggo e sento di cotte e di crude, però continuo a sentirmi debilitato. Sono in terapia da circa 3 anni e di progressi ne ho fatti tantissimi, però ancora non riesco a fare i conti col fallimento. Tutto quello che voglio dalla vita è un po' d'indipendenza: nella mia famiglia le cose non vanno, più divento grande e più mi sento diverso da loro, dunque spingo al massimo sui miei studi e su altri corsi/progetti/occasioni che un giorno potrebbero permettermi di andarmene e vivere serenamente. Inutile prendersi in giro, però: questo non è un paese per gente che vuole farsi da sola. Sento la pressione di una società che da me vuole ogni cosa (laurea triennale nei tempi, poi la magistrale, poi il master, poi stage infiniti, poi tutto e ancora di più) ma che probabilmente in cambio mi darà poco. Forse talmente poco che i miei sogni d'indipendenza (sempre più ridotti, sempre più striminziti) non troveranno mai realizzazione. In mezzo a tutto ciò, basta la consapevolezza di non riuscire a dare il quinto esame della sessione per farmi sentire un incapace. Tra l'altro non riesco a darlo perché non ho più energie, non perché non abbia studiato. Sono svuotato e stanco, irascibile, rabbioso, deconcentrato, triste. Oltre all'università in questo momento della mia vita ho poco: nessuna relazione, pochi amici, uscite ridotte all'osso, momenti di socializzazione inesistenti se non in ambito universitario e per ragioni di studio. Se fallisco qui non ho altro, e la cosa mi terrorizza. Ora si aggiungerà un altro esame alla schiera, e via che la strada si allunga ancora di più. Qualcuno può darmi un consiglio?

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Mi sento sbagliato per la vita che conduco sin da piccolo, e così facendo la complico.

Buongiorno a tutti, sono Davide e ho 23 anni. All età di 9 mesi mio padre fu arrestato per tentato omicidio, lasciando me e mia madre soli per 8 anni. Sin da quando iniziai a frequentare l asilo all età di 3 anni per via di stupidi pettegolezzi e pregiudizi da parte della gente del paese i miei compagni mi bullizzavano mi prendevano in giro perché balbetto e mi lasciavano sempre e dico sempre isolato; nemmeno le maestre facevano qualcosa per me. (Racconto le cose che penso mi abbiano segnato) Alle elementari la medesima cosa. Quando dopo 8 anni di carcere mio padre tornò, alzava le mani a mia madre e anche a me, non c’era giorno in cui io e mia madre non subivamo violenze. Fortunatamente mia madre un giorno si prese di coraggio e lo lasciò, creandosi una nuova vita con un altro uomo. Mio padre divenne totalmente assente e io desideravo la sua presenza più di ogni altra cosa; anche se ogni volta che stavamo insieme in un modo o in un altro trovava la scusante per alzarmi le mani. Un giorno di giugno dell anno 2015 mio padre mi chiamò chiedendomi di vederci, io avevo già capito dal tono di voce che voleva farmi del male, ma, amandolo più di me stesso ci sono andato ugualmente. Fu il giorno più pesante della mia vita: salì in macchina, e lui si parcheggiò con il mio sportellò attaccato ad un muro (così da non farmi scappare) e senza dire una parole mi afferrò dalla testa e mi diede una testata sul naso frantumandomelo, fortunatamente sono riuscito a mantenere i nervi saldi e con una gomitata ( mentre lui mi assaliva nonostante io già fossi ricoperto di sangue per via del naso) riuscii ad uscire dal finestrino malgrado qualche taglietto causato dal vetro rotto. Scappai e lui mi rincorse con l auto tentando di investirmi; la strada era a mio favore ( doppio senso e una campagna dall altra parte della strada divisa da un muretto) quindi riuscì a scappare andando dritto all ospedale e svenendo una volta entrato. I fratelli di mio padre ( i miei zii) mi costrinsero a non esporre denuncia ma a chiarire. Quindi quando sono andato da lui dopo l’operazione al naso avvenuta una settimana dopo per avere delle spiegazioni riguardo l aggressione, lui mi rispose che lo aveva fatto perché qualcuno gli aveva detto che io facevo uso di cocaina. A quel punto io andai a fare il droga test in una clinica e portai il resoconto a lui, e incredulo nel vedermi “pulito” mi disse che la persona che gli aveva detto che io mi drogavo era in rianimazione a causa della bugia che aveva detto, e che una volta ripreso me lo avrebbe presentato per farmi riscattare. Non ho mai visto questa persona e dubito pure che esista, so che lui mi ruppe il naso solo ed esclusivamente per le problematiche mentali che lo affliggono da tutta una vita. Poi sono successe altre cose simili che non sto qui a dirvi ma vi dico che mi hanno portato ad allontanarmi definitivamente da quell uomo. La sua presenza/assenza nella mia vita mi ha “formato” in malo modo, ho molti problemi sociali ed emotivi, faccio uso di marijuana per riuscire a staccarmi dal mondo, lo faccio ormai dal 2014 ( si ho iniziato presto perché ho sempre voluto “avvelenarmi”). Continuò ad avvelenarmi in ogni modo, tradisco la mia ragazza, mi chiudo in me stesso, non sto mai bene mentalmente e mi sento stretto Nella mia vita. Ho un contratto di lavoro Fino a novembre e ho paura di arrivare a novembre perché una volta finito il lavoro tornerò ad essere un fallito buono a nulla. La cosa che mi fa male è che so di essere intelligente e molto capace, ma NON RIESCO MAI ad applicarmi, ho sempre paura del confronto, mi sento nessuno ma nello stesso tempo so di essere migliore della gente che mi circonda. Scusate il mio discorso non ha senso.

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Bassa autostima e ansia sociale.

Buongiorno, Sono una ragazza di 19 anni che studia all'università di Psicologia, con il grande sogno di poter diventare un giorno una psicoterapeuta. Tuttavia penso ancora di dover crescere su determinati aspetti che penso siano dovuti a come ho vissuto la mia infanzia. Mi spiego meglio. Mi capita quasi sempre nelle serate tra amici di voler essere trasparente, di stare in un angolo e di provare ansia per tutto il tempo. Non mi piace stare al centro dell'attenzione perché mi sento in imbarazzo, e odio la mia presenza. Al solo pensare al mio corpo, alla mia voce e a tutto ciò che mi caratterizza, mi sento in imbarazzo. Sono sempre in ansia, anche quando sto con persone che conosco benissimo e da tanto tempo. Spesso ho provato a parlarne, ma nessuno capisce quella sensazione di rifiuto che io provo per me stessa. Nonostante ciò cerco sempre di superare questo mio limite e cercare di godermi la serata cercando di socializzare, ma finisce sempre che sto male perché torno a casa e penso: forse dovevo parlare in un certo modo, forse dovevo camminare in un altro modo.. Ecc.. Quando all'inizio ho detto che potrebbe essere legato alla mia infanzia tutto ciò è perché penso che sia dovuto al fatto che io sin da piccola non mi sono confrontata con gli altri. Tendevo a stare da sola, o comunque cercavo di instaurare rapporti solo con una persona, non con un gruppo. Quindi volevo capire come poter superare questo mio limite che spesso mi sembra quasi infantile, ma mi provoca tanta sofferenza perché vedo solo ciò che non va in me. Grazie.

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Blocco emotivo, senso di colpa e insicurezza. Alla ricerca di un senso...

Buongiorno a tutti, mi chiamo Giuseppe e vivo a Verona, ho 50 anni e sono una persona fondamentalmente fragile e insicura. Infatti convivo ancora con la mia anziana e parzialmente invalida madre. Svolgo un lavoro precario che non riesco più a sopportare : operatore socio-sanitario, mi occupo di disabili ma lo stress e il burn-out mi hanno fatto allontanare parzialmente da questo lavoro sottopagato che ho sempre considerato un ripiego. Se sopravvivo è grazie a mia madre. Sono ovviamente single da una vita sebbene abbia avuto qualche breve relazione (pochissime) ma sempre senza futuro. Anche da giovane e giovanissimo non ho mai avuto successo come possibile compagno/partner, questo a causa di una bassa autostima alimentata da insuccessi scolastici e scuole non adatte. A causa di ciò i sensi di colpa per aver deluso le aspettative paterne prima, e la profonda insoddisfazione personale poi, mi hanno sempre fatto sentire “indegno” e vergognoso dei miei fallimenti. I problemi scolastici sono poi diventati lavorativi : l’attuale impiego come operatore socio sanitario è stato un ripiego giacché anni addietro lavoravo in un settore completamente diverso ma di cui ero nauseato (operaio nel settore lapideo). Settore in cui non vedevo prospettive, inoltre la pesantezza fisica unita alle oggettive condizioni di scarsa salubrità del luogo di lavoro mi hanno fatto abbandonare tale ambiente per sempre. Senza un riferimento (mio padre era già scomparso) ho dato stupidamente retta ai consigli di un conoscente a me simile come problematiche esistenziali e disagi lavorativi da cui la sciagurata scelta di essere operatore socio sanitario. Nonostante ciò anno dopo anno cominciai a recuperare gli anni di studio persi : dopo il diploma di maturità venne la laurea ma a 37 anni e con una laurea “debole” le uniche possibilità erano di aprire p.iva e andare a fare il rappresentante a provvigione. Cosa che ho fatto ma ho capito molto presto di non esservi tagliato oltre a non saper gestire l’ansia che l’incertezza di un lavoro simile genera. Successivamente ho provato a riciclarmi come formatore (l’ennesimo ripiego) ma nonostante l’energia per garantirmi continuità lavorativa ho raccolto poco, molto poco. Deprimendomi. Del resto sono impieghi per liberi professionisti con anni di esperienza sul campo, cosa che io non potevo vantare. In tutti questi anni privi di senso il confronto con i coetanei mi ha sempre fatto vergognare di me stesso. Tutti i vecchi conoscenti li ho visti crescere come adulti, dapprima realizzati affettivamente e compiuti come lavoratori/professionisti (quindi uomini completi e non “a metà” come me) per poi diventare mariti o compagni con una famiglia voluta e costruita. Ma riconosco che me la sono in parte cercata, ho preferito non assumermi fin da adolescente determinate responsabilità per poi crogiolarmi nel rimpianto, nel lamento, nei sensi di colpa e nella depressione. I fallimenti non sono mancati ma questo perché ero lontano da me, stupidamente ho seguito i consigli di persone “esterne” giacché la conoscenza di me stesso era scarsa e l’insicurezza altissima. Come ora. Infatti sono bloccato da anni, fermo, invischiato in una palude esistenziale priva di senso, con una madre anziana che rappresenta l’unica persona con cui avere un dialogo e con cui posso confidarmi ma fino ad un certo punto : non mi va di vuotare il sacco dei miei malesseri e amarezze, alla sua età non lo merita anzi meriterebbe di meglio da suo figlio. Quando vedo una donna che mi piace scappo, evitando che possa così chiedermi : “Che lavoro fai, vivi da solo..?”. Sono bloccato nelle mie paure, nella paura di un futuro minaccioso, attirato dalle “distrazioni” anziché concentrarmi sul presente, ma l’angoscia e il disagio di affrontare una realtà ormai labirintica mi porta a lasciar correre. Mi sento svuotato e isolato giacché le poche amicizie di un tempo sono scomparse da anni anche per evitare confronti per me devastanti, e di crearmene di nuove mi è impossibile : sento di essere, apparire “strano”, poco credibile, come uno sfigato di mezza età, forse patetico. E mi aggrappo al passato. Da decenni lo commemoro masochisticamente recandomi nei luoghi per me simbolici in cui ho vissuto emotivamente determinate situazioni. Talvolta negative. Mi ci rifugio durante le mie crisi e sento che ho perso me stesso, continuo a perdere me stesso, ripenso a quando ero lì, più giovane e coglione di adesso ma con qualche speranza in più. In questo modo fuggo dal presente anche perché di trovare motivazioni mi è quanto mai arduo. Penso si chiami accidia, come mio padre mi disse molto duramente in alcune occasioni stanco degli insuccessi scolastici e della mia inerzia. Avrei voluto vederlo orgoglioso di me e per diverso tempo ho convissuto con un senso di colpa tenace. Cosciente del malessere ho frequentato per alcuni anni dei corsi sull’autostima ma di risultati ne ho visti pochi a parte la crescente consapevolezza cioè un sempre più visibile filo che collega anni, persone, relazioni, luoghi di lavoro, non-scelte e stati d’animo. A questo punto cosa posso fare prima di darla vinta ai miei maledetti demoni ? Per sbloccare una situazione del genere (e placare un doloroso e mai sopito malessere) è necessario l’intervento di un professionista ? Ringrazio per la risposta scusandomi per la prolissità di questo sfogo. Giuseppe

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Genitore possessivo all'università

Buonasera, gentili psicologi. Nel parlarvi del mio problema, comincio raccontandovi un aneddoto risalente alla mia terza media: un giorno, la mia professoressa supplente di matematica, mi spiegò il significato di un semplice gioco numerico popolare tra noi ragazzi mediante un'equazione. Questo semplice avvenimento, come si suol dire, mi aprì un mondo, perchè capii per la prima volta cos'è realmente la matematica, cioè una ricerca dei significati eleganti dietro le cose ed i concetti, è il mondo di ciò che è vero, e la cosa mi affascinò molto. Ben presto passai al capire di amare la fisica come spiegazione matematica della natura a noi circostante e maturai il desiderio di iscrivermi al liceo scientifico, ma i miei genitori me lo impedirono, forzandomi al liceo classico. La cosa inizialmente mi intristì, ma poi mi resi conto che da autodidatta era possibile fare molto più di quel che credessi, e così feci, trascurando lo studio scolastico. Da questa mia passione scaturì anche la maturazione del mio carattere, in quegli anni così delicati ed importanti per la crescita. La mia personalità molto critica nei confronti praticamente di ogni cosa piaceva a tutti, tranne che a mio padre. Lui notava la mia caratteriale tendenza ad agire e pensare in maniera originale, ma questo, invece che renderlo fiero di me, me lo aizzava contro: "sei come acqua che scivola per dove gli viene meglio, non hai regole", mi diceva, facendomi sentire sbagliato e sempre in torto, ma la mia passione fungeva sempre da riparo, lì trovavo conferma di me stesso e libertà di pensiero, una libertà incondizionata, visto che i miei non sapevano nulla di queste mie "astrazioni interiori" e facevano convergere tutte le loro critiche e pressioni sul liceo classico di cui non poteva fregarmi di meno. La scuola, infatti, faceva se non altro da "parafulmine" per tutto il disprezzo che ricevevo, soprattutto da parte di mio padre, mentre la fisica rimaneva così un paradiso immacolato. Datomi la maturità, la mia scelta verso l'università di fisica subì non poche avversioni, seppur velate, da parte di mio padre, che mi consigliò varie alternative, principalmente il militare, arrivando ad insinuare che non sarei stato capace di fare fisica. Questa volta ho insistito, e credevo che una volta all'università non mi sarei visto piovere addosso tutta la stessa pressione e il trattamento di asino che DEVE studiare perchè lo dicono mammina e papino come avveniva a scuola. Credevo che una volta entrato nel mio "habitat" universitario, mio padre e mia madre mi avrebbero dato piena fiducia e lasciato spiegare le ali verso il mio sogno di diventare uno scienziato a tutti gli effetti, lasciandomi fare le cose a modo mio, MA ovviamente così non fu. "Non azzardarti a non studiare!", "sei il mio operaio, lavori per me!", "l'università non lascia spazio di organizzazione, è peggio della scuola! Come un carcere!" queste sono solo alcune delle affermazioni che mio padre ha cominciato a scagliarmi addosso immediatamente dopo la mia iscrizione. In poche parole, quella mia oasi felice dove potevo usare la mia fantasia ed il mio edonismo, era adesso invasa da qualcun altro, e non uno qualsiasi, ma proprio la figura autoritaria e invadente di mio padre che tanto aveva avversato in me la stessa mentalità che mi ha portato ad ottenere buoni risultati e motivazione in questo ambito. Il risultato è stato devastante: ho smesso di riconoscermi in questo studio, mi ci sono sentito un ospite malgradito, ho sviluppato un blocco, un rifiuto verso la mia adorata fisica. Questa situazione dura da due anni e mezzo, e continua ancora oggi. Se apro un libro di fisica sento come una morsa al cervello, come se studiare e andare avanti, a questo punto, non significasse capire quello che spiega il libro come avevo fatto con l'equazione della professoressa, ma al contrario, forzare la propria testa a ingurgitare procedure mnemoniche come rospi all'insegna del DEVO STUDIARE PER FARE CONTENTO PAPÀ e non del "mi piace studiare, pur essendo faticoso". È inutile cercare di ignorare la cosa, perchè pur riconoscendo le mie ragioni, la pressione emotiva resta ed è forte. Mio padre mi urla contro, quando cerco di parlargli la sua idea non si muove di un millimetro, ma anzi coglie l'occasione per passare all'attacco e sottolineare quanto lui sia "esperiente" e quindi deve essere ascoltato alla lettera, mentre io non ho voce in capitolo ("esperienza zero!!!"), oppure mi rinfaccia il fatto di pagare le tasse universitarie come se questo gli desse il potere assoluto sulla mia carriera, accenna persino a comportamenti fisicamente minacciosi. Io credo, a questo punto, che lui abbia un bisogno ossessivo di controllare la mia vita, per cui da sempre cerca di recidere tutti gli aspetti di essa che favoriscono la mia indipendenza, allo scopo di farmi abituare alla sua presenza autoritaria indelebile e indiscutibile su tutto. Per farlo si serve dei metodi di manipolazione di cui ho parlato sopra, e di molti molti altri. Cercare un dialogo è inutile, può rivelarsi addirittura dannoso, non ammette colpe. D'altronde, non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire. Magari si è sempre trattato di un genitore narcisista, possessivo che cerca di espiare così qualche sua frustrazione. So solo che mi sento disperato, il mio sogno è stato violentato, corrotto, sbranato, dilaniato... vorrei salvarlo, ma più il tempo passa, più diventa tutto difficile, e poi non vedo vie di uscita, come posso liberarmi da questa morsa? Cosa posso fare? Grazie in anticipo.

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Insicurezza e paura del confronto

Buongiorno a tutti. Sono una ragazza di 22 anni. Sto affrontando un periodo difficile e da poco ho deciso di intraprendere un percorso di psicoterapia. Non sono ancora riuscita ad aprirmi completamente con lo psicologo ho delle grosse difficoltà nel parlare e nel tirare fuori le mie emozioni, ho quasi un blocco... per ora quello che sono riuscita a dire è che sto passando un momento di solitudine. Le mie giornate oramai sono tutte uguali, casa o università senza mai avere un momento di svago, le mie relazioni restano sempre su un piano formale (la parte affettiva manca da sempre), non ho mai avuto un fidanzato, non mi vedo abbastanza bella, mi sento sempre inferiore alle altre... Il terapeuta mi ha proposto di prendermi più cura di me perché secondo lui il mio abbigliamento va più sul nascondere piuttosto che sul mostrare e mi ha detto di provare a truccarmi qualche volta. In questi giorni ho pensato tanto a quello che mi ha detto e devo dire che ci sono rimasta male per il fatto che abbia detto che il mio abbigliamento va più sul maschile. Ero già stata in terapia con lui circa 4 anni fa e questa era una cosa che mi diceva anche allora, ma io penso di aver fatto dei miglioramenti rispetto al passato e speravo che lui lo notasse. Anni fa avevo i capelli corti, pesavo 7 kg in più e il mio abbigliamento era meno curato. Oggi ho fatto crescere i capelli (media lunghezza), mi sento un po' meglio con i miei kg in meno (anche se vorrei perdere ancora qualche kg, e infatti sono ancora a dieta) e penso di curare di più il mio abbigliamento. È vero non mi trucco, non indosso gonne o vestiti se non in occasioni particolari, ma io per uscire tutti i giorni mi sento comoda ed a mio agio con i jeans/pantaloni e mi piace indossare camicie o bluse. Quindi non sono d'accordo con ciò che mi ha detto, io vorrei imparare ad amarmi e accettarmi per quella che sono. Penso di aver fatto dei miglioramenti (anche se magari piccoli) rispetto al passato e ciò che mi ha detto mi ha fatto stare male. Non penso di essere una ragazza sciatta o trasandata (nemmeno lo psicologo non mi ha definito così..) spesso metto pure cose semplici ma carine, uso un abbigliamento casual ma non mi presento disordinata. Non vado in giro trasandata, ma in modo semplice. Per me una donna non la si definisce per cosa indossa, una donna è tutta un altra cosa, è il suo carattere, è l'amore, è nei gesti di giorno, nelle cose che pensa e che dice. E poi io mi vedo inferiore anche quando le altre mettono il jeans come me quindi non solo quando mostrano e vestono in maniera più provocante e mi sento inferiore alle altre anche quando magari per qualche occasione particolare indosso un vestito e sono truccata. Quando mi dice che dovrei prendermi più cura di me io penso che lo sto facendo anche se in modo diverso da quello che intende lui. Io mi prendo cura di me seguendo una dieta e andando in terapia perché voglio capire il perché dei miei stati d'animo, per migliorare, per eliminare tutte le mie insicurezze ecc. Si è vero, credo di non piacermi abbastanza ma non penso che il mio abbigliamento sia il problema. Ho proprio bisogno di essere amata, di sentirmi desiderata da qualcuno. Vorrei trovare una via d'uscita...C'è un grande conflitto dentro di me, non mi piace essere così fragile e priva di personalità ma non riesco a non essere così! Grazie mille per la vostra disponibilità

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Come uscire al più presto da un blocco universitario?

Salve, sono una ragazza di 22 anni e sono all'inizio del mio primo anno fuori corso. Sono sempre stata una ragazza brillante, mi sono diplomata con il massimo e lo studio è sempre stato la mia vita. O meglio l'unica cosa che sapevo fare visto che per il resto non ho particolari capacità. Adesso però la mia vita si sta trasformando in un disastro. Sono bloccata a cinque esami dalla fine, in particolare da un esame che ormai rimando da un anno. È un esame molto vasto e il professore in questione tende a bocciare facilmente e anche più volte consecutive. I primi mesi di preparazione cercavo di fuggire dall'idea dell'esame procrastinando lo studio, studiando senza fissare le informazioni, fino ad oggi. Nelle ultime tre settimane ho provato a studiare tutto di questo esame, ma facendolo velocemente e con l'acqua alla gola sono caduta in un baratro. Piango ogni giorno, mi vengono crisi di ansia, crisi nervose al punto di scaraventare via i libri. Non riesco a fissare le informazioni come vorrei io, mi sembra di non ricordare mai niente, di non essere preparata abbastanza e quindi adesso i miei familiari mi hanno consigliato per la mia salute fisica e mentale di rimandarlo al prossimo mese. Io ho paura che risucceda tutto da capo, di rivivere l'incubo. Il mio problema è che mi sento una fallita. Tutte le mie compagne di corso si stanno laureando e io non sono ancora in grado di affrontare un ostacolo che potrebbe bloccarmi ancora per mesi (per le varie bocciature che potranno esserci) e chissà quando mi laureerò. Io ragazza brillante che si laurea un anno e mezzo se non due fuoricorso. Penso alla vergogna e al fatto che sarà troppo tardi per un lavoro, al fatto che la mia laurea non varrà niente agli occhi di chi mi conosce da tempo e alcuni di loro godranno nel sapere che la persona infallibile che conoscevano alla fine ha fallito. Nel frattempo piango continuamente, piango senza volerlo e non dormo. L'insonnia mi sta uccidendo. A dire il vero ho anche pensato di farla finita, ma in quei momenti torno subito lucida e mi rendo conto che non posso dare un dolore simile ai miei genitori e al mio ragazzo, uniche persone a cui mi sto aggrappando.

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Perchè i miei genitori non credono in me?

Ho 22 anni e da sempre i miei ricordi sono di genitori che non credono nelle mie capacità. Per intenderci, alle elementari mi trattavano come se fossi una dislessica; alle medie e al liceo non facevano altro che paragonare i risultati che ottenevo con quelli degli altri e anche se prendevo il massimo dei voti mi rispondevano che potevo fare di più; quando c'erano delle riunioni dove i prof facevano delle domande al gruppo di studenti, se non ero la prima a rispondere mio padre mi diceva che se non sapevo le cose allora era inutile rimanere e dovevamo andarcene.Adesso sono all'università, indirizzo scelto su mio personale interesse ed inutile dire di litigi con loro ed il resto della famiglia perché avevo rinunciato a medicina per seguire il mio sogno. Ogni volta che passo un esame, e lo passo sempre con voti alti, sento sempre il loro tono di voce cambiare a seconda del voto preso. Alle volte rimangono impassibili persino se prendo la lode. Quando cerco di raccontare a loro o al resto della famiglia quello che faccio e imparo vengo trattata come se fossi una stupida e ciò che so assolutamente inutile. Il risultato è una depressione altalenante durante tutto l'anno, la completa sfiducia in me stessa, l'ansia ad ogni esame e il fatto che ho smesso di parlare con loro sui miei interessi, sui miei sogni e su quello che faccio. Perciò mi chiedo e vi chiedo, c'è qualcosa che secondo voi possa aver scatenato questa sfiducia? Qualcosa che possa fare per risolverla o se semplicemente devo solo accettarla ed andare avanti?

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