Cara Giada,
da quello che racconti si vede un bambino che ama il calcio, che ha qualità e che è stato scelto perché merita, ma che oggi gioca con un peso addosso più grande della sua età. La paura di sbagliare, il timore del giudizio dei compagni e la pressione che sente da parte del padre non riguardano le sue capacità tecniche, ma il suo mondo emotivo. A dieci anni un bambino non ha ancora gli strumenti per distinguere l’errore dal valore personale: se sbaglia si sente sbagliato, se gli altri non credono in lui pensa che forse hanno ragione, se il papà sottolinea gli errori, anche con buone intenzioni, registra solo di non essere abbastanza. Questo non perché voi sbagliate come genitori, ma perché quando un figlio ha talento si rischia senza volerlo di trasformare il calcio in un terreno di prestazione invece che di crescita.
Il fatto che indietreggi, che tema il contatto e che giochi bene ma con paura non è un difetto, è un segnale. Sta dicendo che ha bisogno di sentirsi più sicuro dentro, non più forte fuori. Il modo migliore per aiutarlo non è spronarlo di più, ma alleggerirlo. Un bambino ritrova fiducia quando sente che può sbagliare senza perdere l’amore e la stima dei genitori, quando percepisce che il campo è un luogo dove può provare e non dimostrare, quando gli adulti parlano più di emozioni che di prestazioni, quando gli errori vengono normalizzati e non analizzati, quando il papà diventa un porto sicuro e non un secondo allenatore.
Il papà non sbaglia per cattiveria, vuole il meglio per lui, ma oggi il “meglio” è aiutarlo a respirare, non a performare. Una frase come “mi piace vederti giocare, non sono qui per giudicare come giochi” può cambiare completamente la sua esperienza. E un’altra, ancora più importante, è “puoi sbagliare tutte le volte che vuoi, io sono orgoglioso di te comunque”. Quando un bambino sente questo, il corpo si rilassa, la mente si apre e il gioco torna ad essere gioco. E spesso, proprio allora, arriva anche la prestazione.
Non siete genitori sbagliati, siete genitori coinvolti che amano il proprio figlio e che ora stanno cercando un modo diverso di stargli accanto. Questo è già un passo enorme.
Un caro saluto
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica, del Lavoro
Risorse Umane, Organizzazioni
Ricevo anche Online