Sentirsi di aver falliti e inutili a tutto

Flavio

Buongiorno, sono un 63enne (ad agosto 64). Dai 60 in su è iniziata dentro di me una crisi che non va più via, anzi direi che è peggiorata. Cercherò di fare una veloce cronistoria di me stesso.

Vivo a Bologna con la mia famiglia: una moglie bravissima e un figlio di 20 anni. Ci siamo sposati tardi per via del lavoro (vengo dal Sud Italia) che non ci ha permesso di avere stabilità, come spesso accade al Sud. Poi alla fine ci siamo decisi e abbiamo "messo su" famiglia.

Sono uno sportivo e lo sport per me rappresenta un'attività importante, tanto che avrei avuto voglia di professionismo ed è probabilmente mancato poco dal raggiungerlo, ma gli eventi della vita e magari anche la poca attenzione da parte della società in quel momento ti portano poi a fare altre scelte. Così mi sono ritrovato a cercare di realizzarmi come tecnico (sono un programmatore nel campo dell'automazione), altra mia passione.

Ho cambiato tante aziende perché avevo voglia di realizzarmi e di realizzare qualcosa. Ho trovato "tsunami" di ostacoli che mi sono trovato davanti e che ho dovuto affrontare: aziende in crisi, crisi economiche (ricordo quelle del 2008 in poi), cassa integrazione. A tutto questo aggiungo la difficoltà di vivere da soli: fino a quest'anno ho lavorato solo io in famiglia perché mia moglie aveva difficoltà a trovare lavoro e a equilibrare famiglia, educazione ecc. ecc. Ora lavora part time poche ore al giorno.

Insomma, come dicevo prima, ostacoli su ostacoli.

Ora, dal luglio 2023, mi trovo a lavorare in un'azienda (multinazionale molto forte e ricca) in cui venni assunto soprattutto da un dirigente che, pensi un po', il giorno in cui sono entrato in azienda non l'ho trovato perché si era dimesso! Così mi sono trovato in un contesto formato da giovani ingegneri (io non sono laureato) e a me hanno affidato un ruolo marginale, a ragione io penso.

Mi sono praticamente trovato da solo e messo quasi da parte, se non occasionalmente coinvolto in progetti vecchi e in fase di abbandono. Non mi chieda se ho domandato il perché: le risposte sono evasive e diplomatiche.

Sono giunto alla conclusione ovvia: una sorta di mobbing per far sì che possa stancarmi e cercare altro oppure arrivare in sordina alla pensione (2023... pochi anni). Insomma sono "il vecchietto" inutile.

Aggiungiamo anche il mio carattere molto introverso (sono timido per natura), ma anche la stanchezza, soprattutto mentale, gioca a mio sfavore.

Adesso mi ritrovo con una vita "insipida" e demotivante. Mi sento di essere stato un "buono a nulla" come lavoratore, come sportivo, come padre, come uomo. Insomma "un fallito e un frustrato della vita".

Io sono un credente e spesso ho chiesto che sarebbe meglio che il buon Dio mi porti via da questo mondo che, soprattutto adesso, in questa giostra di "gente impazzita", è diventato insopportabile (guerre, terrorismo, malattie che invadono in continuazione l'umanità: mi sembra di vivere in un gigantesco ospedale a cielo aperto, competizioni spinte a livelli disumani... ecc., ecc., ecc.).

A mio figlio, che amo tanto, non sono riuscito più a manifestargli il mio affetto per lui da diversi anni, penso. Lo vedo crescere e basta. Oggi stesso mi ha confessato che si sente stanco anche di noi genitori, ma non posso parlare anche di lui altrimenti non finisco più.

Le relazioni tra noi e lui sono quelle un po' scontate: noi siamo grandi e non capiamo nulla, il loro mondo è diverso da quello nostro alla loro età, e così via, col risultato di non dare conto a ciò che diciamo, vogliamo, pensiamo e di essere inutili anche per lui.

Anche verso mia moglie la relazione è cambiata, ma questo non ce lo si aspetta dopo quasi 25 anni di matrimonio. Stiamo sopravvivendo in mezzo alle onde della vita e a stento rimaniamo a galla.

Io sono caduto improvvisamente come in un vortice di paure e di insicurezze di ogni genere. E ora non so più che fare. Mi sento svuotato. Niente più mi appassiona. Niente più mi coinvolge.

Dovevo acquistarmi una bici da corsa nuova già 3 anni fa (sono un ciclista ed ex pattinatore). Non riesco a farlo perché secondo me sarebbe una spesa inutile (4000 euro): quella mia è vecchia di 25 anni.

Mi sento un "abitudinario", dove la "routine" sta dandomi il colpo di grazia. Oltretutto sono ipocondriaco di "alto livello" e quindi a ogni piccolo malore per me è la fine e si apre dinanzi a me la "galleria degli orrori".

Cerco di non sentire più le notizie che mi portano solo malore e alimentano le mie paure.

Insomma, mi giro indietro e trovo una inutile corsa. Guardo avanti e non trovo nulla... anzi...

Inoltre queste aziende non ti aiutano di certo. Si guarda al risultato, all'efficienza, alla competitività, ai "soldi". È ovvio. All'uomo non si guarda mai e mai si è guardato in passato.

O forse è solo una scusa la mia... non saprei.

E la malinconia è la mia compagna fedele.

9 risposte degli esperti per questa domanda

Buongiorno,

dal suo racconto emerge una grande fatica emotiva accumulata nel tempo, legata sia alla storia lavorativa sia ai cambiamenti personali e familiari che sta vivendo in questa fase della vita. Sentimenti come demotivazione, malinconia, senso di vuoto e di fallimento possono comparire quando si attraversano periodi di transizione importanti e quando si guarda al proprio percorso con uno sguardo molto severo verso se stessi.

Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio sicuro in cui fermarsi, raccontare con calma la sua storia e rielaborare ciò che ha vissuto, dando un significato emotivo alle esperienze, alle fatiche e alle delusioni accumulate negli anni. In terapia si lavora proprio per comprendere meglio questi vissuti, ridimensionare i pensieri molto critici verso se stessi e ritrovare un maggiore equilibrio interiore.

Attraverso questo processo, molte persone riescono gradualmente a sentirsi più leggere, a recuperare energie e a guardare alla propria vita con uno sguardo più comprensivo e meno giudicante verso se stesse.

Con il tempo, questo lavoro può aiutarla a stare meglio con se stesso e nelle relazioni, affrontando con maggiore serenità la fase di vita che sta attraversando.

Rimango a disposizione 

Dr.ssa Vanessa Conforto

Buonasera Fabio, l’età dei bilanci di una vita può essere crudele e la realtà in cui ci muoviamo non aiuta a essere gentili. Non è così rara la sensazione di avere fallito in tutto ma le sensazioni bisogna trattarle per ciò che sono: solo sensazioni.

 Dentro ognuno di noi c’è un giudice severo : giudica, commenta, da consigli e non è mai gentile ne’ comprensivo. Direi che il suo non sta mai zitto, ha parlato forte e chiaro anche nella fase conclusiva del suo post: “o forse è solo una scusa la mia…” Come per dire: se la tua vita va male non inventare scuse perché è solo colpa tua.

Insomma se è così malinconico è solo colpa sua, doveva essere più, più e più.

Come si fa a fare un bilancio equilibrato della propria vita se il nostro giudice interno è così severo, impietoso e parziale? Come si fa a non essere malinconici se il nostro sguardo sa essere solo rigido e inflessibile?

La inviterei a cominciare da qua, provi a essere più gentile verso se stesso. Provi a immaginare quante cose cambierebbero intorno a lei.

Resto a disposizione se lo desidera e la saluto cordialmente, d.ssa Manuela Leonessa

Dott.ssa Manuela Leonessa

Dott.ssa Manuela Leonessa

Torino

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Salve, ho letto attentamente la sua storia scritta con dovizia di particolari : ci sono state e ci sono situazioni difficili che magari si sommano fra di loro e fanno andare in tilt fare un breve percorso anche online di counselor può aiutare a portare alla luce quelle risorse necessarie per ottenere forza per affrontare le situazioni Io lavoro con sedute d counseling anche online e posso assicurare per mia esperienza ventennale che funzione se è possibile ci si vede in presenza comunque  cordiali saluti  Dott.ssa Simonetta Fabbri

Dott.ssa Simonetta Fabbri

Dott.ssa Simonetta Fabbri

Bologna

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Flavio, dalle tue parole emerge con grande chiarezza la fatica che stai vivendo, una fatica che non riguarda solo il lavoro ma che si estende alla percezione di te stesso, alle relazioni familiari, al senso di direzione nella vita. È come se la crisi che descrivi avesse intaccato non soltanto la motivazione professionale, ma anche la fiducia di base nel tuo valore come uomo, padre, marito. E questo ti porta a guardarti indietro con malinconia e a guardare avanti con paura, come se ogni prospettiva fosse svuotata.

Dal punto di vista della psicologia del lavoro, la tua esperienza racconta bene cosa accade quando una persona con competenze e passione si trova in contesti che non la valorizzano. Il fatto di essere stato assunto in una multinazionale e di ritrovarti subito senza il dirigente che ti aveva scelto, circondato da giovani laureati e relegato a compiti marginali, ha inevitabilmente alimentato la sensazione di essere “messo da parte”. Non è raro che in contesti molto competitivi, soprattutto quando si è vicini alla pensione, si venga percepiti come figure di transizione, e questo può generare vissuti di esclusione e di inutilità. Ma questo non significa che tu sia “un fallito”: significa che il contesto non sta riconoscendo il tuo valore, e che la tua identità professionale, costruita con anni di esperienza e resilienza, non trova oggi uno spazio adeguato. È un problema organizzativo e culturale, non un difetto tuo.

Dal punto di vista clinico, la depressione che descrivi, la malinconia costante, l’ipocondria, la sensazione di svuotamento e di colpa, sono segnali che meritano attenzione e cura. Non sono semplici “pensieri negativi”, ma il modo in cui la tua mente e il tuo corpo stanno reagendo a un accumulo di stress, di delusioni, di ostacoli affrontati senza sostegno. È comprensibile che tu arrivi a pensare di non avere più energie, ma proprio per questo è importante che tu possa avere uno spazio di ascolto e di supporto psicologico individuale, oltre alla terapia di coppia che già stai facendo. La tua sofferenza non è un destino, è una condizione che può essere affrontata con strumenti adeguati.

Il fatto che tu ti senta “abitudinario”, che la routine ti stia dando il colpo di grazia, che anche lo sport, che è sempre stato una tua risorsa vitale, sia diventato difficile da vivere, indica che hai bisogno di ritrovare un senso di movimento, non solo fisico ma esistenziale. Non è la bici nuova che ti manca, ma la possibilità di sentire che un gesto, un progetto, un investimento su di te ha ancora valore. E questo valore non dipende dal giudizio degli altri, né dalla competitività del mondo del lavoro, ma dalla tua capacità di riconoscere che la tua storia è stata fatta di resilienza, di tentativi, di passioni, di amore per la tua famiglia, e che tutto questo non può essere cancellato da un contesto che oggi ti marginalizza.

La malinconia che descrivi è reale, ma non è l’unica compagna possibile. Può diventare un segnale, un invito a fermarti e a chiedere aiuto, a dare spazio a un percorso psicologico che ti aiuti a distinguere tra ciò che appartiene al contesto esterno e ciò che appartiene al tuo mondo interno. Non sei un “buono a nulla”: sei un uomo che ha attraversato crisi economiche, cambiamenti, sacrifici, che ha cresciuto un figlio e che ha mantenuto una famiglia in piedi. Il fatto che oggi tu ti senta svuotato non cancella tutto questo, ma indica che è arrivato il momento di prenderti cura di te con la stessa dedizione che hai sempre avuto per gli altri.

Se vuoi, possiamo approfondire insieme quali sono i momenti della giornata in cui la malinconia pesa di più e quali invece ti danno un minimo di sollievo, perché spesso è proprio da lì che si può iniziare a ricostruire un senso di direzione.

Dottoressa Arianna Bagnini 

Psicologa Clinica - del Lavoro

Organizzazioni - Risorse Umane

Buongiorno Flavio, prima di tutto desidero dirle che dalle sue parole emerge una cosa molto chiara: lei non è affatto un uomo “vuoto” o insignificante. Al contrario, si percepisce la storia di una persona che ha attraversato molte responsabilità, molte prove e molti cambiamenti. Il fatto stesso che senta il bisogno di raccontarsi con tanta lucidità e profondità dice molto sulla sua sensibilità e sulla sua capacità di riflettere su di sé. Quello che descrive è un passaggio della vita che molte persone incontrano, anche se spesso non ne parlano. Intorno ai sessant’anni, soprattutto quando il lavoro cambia significato o perde centralità, può emergere una sorta di bilancio esistenziale: ci si guarda indietro e si misura ciò che si è fatto, ciò che si sarebbe voluto fare e ciò che forse non è stato possibile realizzare. Questo processo può essere molto duro perché tende a mettere in luce soprattutto le mancanze e molto meno tutto ciò che invece è stato costruito. Eppure, se prova a guardare con un minimo di distanza la sua storia, emerge altro. Ha attraversato crisi economiche, cambi di lavoro, instabilità, e nonostante questo ha mantenuto una famiglia, ha cresciuto un figlio, ha continuato a lavorare con competenza in un settore complesso come l’automazione industriale. Non è affatto poco. Spesso chi ha un forte senso di responsabilità e standard interiori molto elevati tende a giudicarsi con grande severità, quasi senza concedersi il diritto di riconoscere ciò che ha fatto bene. Il contesto lavorativo che descrive può certamente contribuire al senso di svuotamento. Entrare in un’azienda dove la persona che l’aveva voluta non c’è più, trovarsi circondato da colleghi molto più giovani e sentirsi progressivamente marginalizzato è una situazione che molti professionisti maturi vivono oggi. Non è raro che le aziende, senza dirlo apertamente, accompagnino le persone verso la fine della carriera riducendone progressivamente il ruolo. Questo può essere vissuto come una forma di svalutazione personale, ma spesso riguarda dinamiche organizzative e generazionali più grandi della singola persona. Il punto però non è soltanto il lavoro. Dalle sue parole emerge una stanchezza più profonda, quasi esistenziale. È come se molte delle strutture che per anni le hanno dato identità, il lavoro, lo sport, il ruolo di padre, la sicurezza nel futuro, stessero cambiando contemporaneamente. Quando succede, è facile che la mente riempia il vuoto con pensieri molto duri verso se stessi: “sono un fallito”, “non sono servito a nulla”.

Questi pensieri, però, non sono una fotografia oggettiva della realtà. Sono piuttosto il linguaggio tipico della malinconia e della depressione, che tendono a farci guardare tutta la nostra vita con una lente negativa.

Anche il fatto che le notizie del mondo le risultino insopportabili e che ogni piccolo sintomo fisico scateni scenari catastrofici rientra spesso in questo quadro di forte affaticamento emotivo. Quando l’energia psicologica è bassa, tutto appare più minaccioso e più pesante.

C’è poi il tema delle relazioni familiari. Il rapporto con un figlio ventenne attraversa quasi sempre una fase di distanza: è l’età in cui i figli devono prendere le distanze dai genitori per costruire la propria identità. Spesso non è mancanza d’amore, ma un passaggio necessario. Molti padri interpretano questa distanza come un fallimento personale, mentre in realtà fa parte del processo di crescita. Anche il matrimonio dopo molti anni cambia forma. Non significa necessariamente che l’amore sia finito; più spesso significa che la coppia sta attraversando una fase di trasformazione, dove bisogna trovare nuovi equilibri dopo tanti anni dedicati soprattutto al lavoro e alla crescita dei figli.

Una cosa che colpisce nel suo racconto è che in passato aveva passioni forti: lo sport, la programmazione, la voglia di costruire qualcosa. Queste parti non sono scomparse: sono semplicemente coperte da uno strato di stanchezza e disillusione. Il fatto che pensi ancora alla bici da corsa è significativo. Non è solo un oggetto: è il simbolo di una parte viva di lei. Spesso, quando una persona attraversa una fase come la sua, il primo passo non è trovare grandi soluzioni ma riattivare piccoli spazi di vita che restituiscano energia e senso.

Le direi anche una cosa importante: quando i pensieri diventano così duri verso se stessi e quando la malinconia diventa una compagna quotidiana, parlarne con uno psicologo dal vivo può essere davvero utile. Non perché sia “debole”, ma perché questi passaggi della vita a volte hanno bisogno di essere attraversati insieme a qualcuno che possa aiutare a rimettere ordine nei pensieri e nelle emozioni. Lei non è alla fine di nulla. È piuttosto in una fase di passaggio in cui molte certezze stanno cambiando forma. Questo può far paura, ma può anche diventare uno spazio in cui ridare un significato diverso ai prossimi anni, meno legato alla prestazione e più legato a ciò che davvero conta per lei.

E una cosa, leggendo la sua storia, appare molto chiara: è un uomo che ha resistito molto più di quanto oggi riesca a riconoscere. A volte il compito più difficile non è continuare a lottare, ma imparare a guardare la propria vita con un po’ più di benevolenza. E forse proprio da lì può cominciare qualcosa di nuovo.
Un caro saluto

Dott. Fabiano Foschini

Dott. Fabiano Foschini

Milano

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La sua richiesta è piena di immagini potenti.

Lei parla di tsunami di ostacoli, di una giostra di gente impazzita, di un ospedale a cielo aperto, di una galleria degli orrori, e di una vita che ora appare come una corsa inutile. Infine c’è la scena più forte: lei e sua moglie che restate a galla tra le onde.

Partirei da un’altra domanda: che immagine sta cercando di vivere attraverso di lei?

Perché la sua storia, letta simbolicamente, non è quella di un uomo inutile.
È la storia di
un combattente stanco dopo una lunga traversata.

Lei ha vissuto come un atleta anche fuori dallo sport: cambiare aziende, attraversare crisi economiche, sostenere la famiglia quasi da solo, continuare a lavorare senza il titolo universitario in mezzo a ingegneri più giovani. Questa non è la biografia di un fallito. È la biografia di qualcuno che ha remato controcorrente per decenni.

Ma ora la psiche sembra dirle qualcosa:
non più correre. Non più dimostrare.

La malinconia che la accompagna potrebbe essere proprio questo passaggio.

È una stagione dell’anima che costringe a guardare la vita non dal punto di vista della prestazione, ma del significato.

E poi c’è l’immagine più delicata: suo figlio che cresce mentre lei lo guarda da lontano. Qui non c’è fallimento. C’è un padre che sente il dolore di non riuscire più a mostrare l’affetto. Questo dolore è già la prova che l’amore esiste.

La sua anima oggi sembra dirle:
“Ho corso per tutta la vita. Ora voglio capire che senso aveva la corsa.”

Non è la fine della storia.
È il momento in cui il corridore si ferma sul bordo della strada, guarda il paesaggio, e scopre che
il viaggio non era solo la gara.

E una cosa curiosa accade spesso qui: quando l’uomo smette di chiedersi se è stato un vincente o un fallito, comincia finalmente a diventare una persona reale.

La malinconia, in questa prospettiva, non è la sua nemica.
È la voce lenta dell’anima che chiede di essere ascoltata dopo molti anni di rumore.

Dott.ssa Miriam Mariani

Dott.ssa Miriam Mariani

Firenze

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Gentile,

per aiutarla avrei bisogno di comprendere meglio la sua domanda. 

Mi appare chiaro quanto dice, sicuramente è addolorato da stratificazioni di complessità che si protraggono nel tempo. Avrebbe senso iniziare un percorso psicoterapeutico che l'aiuti a comprendere meglio la sua posizione e il suo desiderio.

Se non riesce a pagamento, sul territorio di Bologna ci sono dei servizi gratuiti che la possono supportare, anche se per percorsi brevi. 

Come si suol dire "piuttosto che niente è meglio piuttosto". 

Cordialmente

Dott. Emanuele Simonetti

Dott. Emanuele Simonetti

Bologna

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Flavio buongiorno.

Sei stato chiarissimo nella tua soggezione ma, credo, che tu stia intensificando in maniera eccessiva la tua visione negativa.

La vita, spesso è intensa ed il lavoro, a volte, va "contro" le nostre aspettative.

Da quanto scrivi e dalle emozioni che manifesti sembra che tu stia consumando le tue energie senza risultati.

Sei stato BRAVISSIMO ad esserti aperto.

Ora fai un passo importante:

contatta un Professionista competente ed affidati con serenità. Sarà la tua ancora a cui agganciarti.

Ma non "gettare la spugna" perché sembri avere ancora risorse ed entusiasmo nelle "tue tasche". Fai il passo, contatta qualcuno/a ed affidati.

 

Fabio Falino

Dott. Fabio Falino

Dott. Fabio Falino

Milano

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Gentile Signore,

la ringrazio per aver condiviso con così tanta onestà e coraggio la sua storia. Leggendo le sue parole, arriva con forza il senso di stanchezza e di "svuotamento" che sta attraversando. Sembra che lei si trovi in un momento in cui il peso degli ostacoli passati e l’incertezza del futuro si siano sommati, creando un presente che le appare, come lei dice, "insipido" e privo di valore.

Vorrei prima di tutto dirle che quello che prova — questo sentirsi "fuori tempo" o marginalizzato, specialmente in un contesto lavorativo che corre veloce e ignora l’umano — non è un suo fallimento personale, ma il riflesso di una fatica che molti vivono in una fase di transizione così delicata come quella che precede la pensione.

Lei si descrive come un "buono a nulla", eppure nella sua "cronistoria" io leggo qualcosa di diverso: leggo di un uomo che ha lottato per dare stabilità alla famiglia, che ha affrontato crisi economiche, che ha saputo cambiare e mettersi in gioco, e che ha nutrito passioni profonde per lo sport e la tecnologia. Questa "corsa" che oggi le sembra inutile è stata, in realtà, l’espressione della sua dedizione verso i suoi cari.

È comprensibile che, dopo anni passati a "tenere a galla" la famiglia, oggi lei si senta esausto. La malinconia che la accompagna e il senso di distacco da suo figlio e sua moglie sembrano parlarci di una protezione che lei ha alzato per non soffrire troppo, ma che finisce per isolarla. Anche l'ipocondria e la paura per il futuro sono spesso segnali di un'ansia che non trova altre vie d'uscita.

Il fatto che lei abbia scritto qui, però, è un segnale importante: c'è una parte di lei che non si è arresa e che chiede aiuto per non affogare in questo vortice. Non è mai troppo tardi per ritrovare un senso, non per "performare" come vuole la società, ma per stare bene con se stesso. Quella bici nuova, che oggi le sembra un acquisto inutile, rappresenta simbolicamente la possibilità di darsi ancora il permesso di provare piacere e di investire sul proprio benessere.

Ricominciare a piccoli passi è possibile. Potrebbe essere utile concedersi uno spazio protetto, un percorso psicologico, dove poter trasformare questa "galleria degli orrori" in un luogo di parola, per ritrovare quella vitalità che oggi sente spenta.

Le sono vicina in questo momento di fatica e la invito a non restare solo con questo peso.

Un cordiale saluto,

Dott.ssa Concetta Lo Bartolo

Dott.ssa Concetta Lo Bartolo

Dott.ssa Concetta Lo Bartolo

Bologna

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