Capita spesso, in studio, di sentire frasi come: “Il mio problema è che non ho autostima”, “Se avessi più autostima non resterei in certe relazioni”, “Vorrei imparare a volermi bene”.
“Autostima” è una parola molto usata, ma proprio per questo rischia di diventare vaga. In termini concreti, l’autostima riguarda il modo in cui ci trattiamo dentro: come interpretiamo successi ed errori, che significato diamo a ciò che ci accade, che tono ha la nostra voce interna quando siamo in difficoltà.
Per esempio: quando ricevi un complimento lo riesci a prendere come un riconoscimento, oppure lo svaluti (“è stato un caso”, “hanno esagerato”)? In una discussione esprimi il tuo punto di vista, o ti blocchi per paura di sembrare “troppo”? Davanti a un errore pensi “posso imparare”, o parte subito l’autocritica (“sono un disastro”)?
In psicologia, l’autostima è spesso descritta come una valutazione globale del proprio valore personale. Mruk la sintetizza come incontro tra due dimensioni: competenza (quanto mi percepisco capace) e valore (quanto mi sento degno di rispetto e amore). Non significa sentirsi sempre forti o senza paura, ma restare “degni” anche quando si sbaglia.
Due equivoci sono frequenti. Il primo: confondere autostima con narcisismo. Una buona autostima è compatibile con umiltà, limiti, scuse. Il narcisismo, più spesso, è una corazza che protegge una fragilità: la minima critica diventa minaccia, e l’altro viene svalutato per non sentire vulnerabilità.
Il secondo equivoco: pensare che basti “decidere” di volersi bene. Se fosse così, non esisterebbero percorsi terapeutici. Il modo in cui ci valutiamo nasce da una storia relazionale: messaggi ricevuti, dinamiche familiari, esperienze di attaccamento, ingiunzioni interiorizzate. Nessuno nasce pensando “non valgo”: spesso è una conclusione emotiva appresa per adattarsi e sopravvivere psicologicamente in un contesto poco accogliente o ipercritico.
L’Analisi Transazionale offre un linguaggio chiaro: le posizioni di vita. Molte persone con bassa autostima vivono, anche senza saperlo, in “Io non OK – Tu OK”: gli altri appaiono sempre un passo avanti, mentre sé stessi restano “sotto”. Non è solo un pensiero negativo: è un modo abituale di stare nel mondo.
In AT parliamo anche di strokes (unità di riconoscimento): segnali che dicono “ti vedo, conti”. Se nella storia personale sono mancati strokes positivi (o sono prevalsi quelli negativi/condizionati), può crearsi un’economia rigida: non chiedo riconoscimento, non lo accetto, non me lo concedo. Qui la terapia lavora in modo molto concreto: ricostruire un’economia sana degli strokes, imparando a chiedere, ricevere e dare riconoscimento in modo realistico e rispettoso; e, parallelamente, trasformare la voce interna ipercritica in una voce più adulta e regolata.
Riferimenti essenziali: Berne (1961); Mruk (2006).
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