Salve Rosy,
capisco bene la sua preoccupazione: quando un bambino sembra “non partire da solo”, è facile temere che ci sia qualcosa che non va. Provo a restituirle qualche punto fermo, con chiarezza e senza allarmismi.
La prima cosa importante è questa: il quadro che descrive non parla di un deficit cognitivo né di un problema di attenzione, e il fatto che la neuropsichiatra lo abbia escluso è un dato molto rassicurante. Questo ci permette di spostare lo sguardo dal “cosa non sa fare” al “come funziona emotivamente e relazionalmente”.
Suo figlio sembra un bambino:
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cauto,
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che ha bisogno di sentirsi guidato per attivarsi,
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che osserva molto prima di agire,
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e che fatica a passare dall’intenzione all’azione autonoma.
Nei bambini di 5 anni questo funzionamento è spesso legato non all’intelligenza o all’attenzione, ma a una insicurezza operativa: sa fare le cose, ma ha bisogno che l’adulto “accenda il via”. È come se dicesse, senza parole: “Dimmi che va bene, dimmi da dove parto”.
Anche la difficoltà con le consegne multiple va letta in questo senso: non tanto come incapacità di comprendere, quanto come blocco quando deve tenere insieme più passaggi senza una conferma esterna. Il pensiero si interrompe, non perché manchi, ma perché si irrigidisce.
Sul piano sociale, il fatto che osservi i compagni e giochi se coinvolto è un altro indizio importante: il desiderio di relazione c’è, ma manca l’iniziativa. Questo è tipico dei bambini introversi o sensibili, non di bambini disinteressati o in difficoltà relazionale.
Cosa fare, concretamente?
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Evitare di anticipare sempre i suoi bisogni (anche se viene naturale): provare, gradualmente, a lasciargli piccoli margini di scelta e iniziativa, tollerando un po’ di attesa.
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Rinforzare ogni tentativo autonomo, anche minimo, più che il risultato.
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Usare consegne brevi e scandite (“prima questo, poi quello”), aiutandolo a interiorizzare una sequenza.
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Continuare con lo sport: è un ottimo regolatore emotivo e favorisce l’autoefficacia.
Quanto alla scuola primaria: osservarlo sì, preoccuparsi ora no. A questa età molti bambini maturano proprio nel passaggio tra i 5 e i 6 anni, soprattutto sul piano dell’autonomia e dell’iniziativa.
Se nel tempo questa dipendenza dall’adulto dovesse rimanere molto marcata o aumentare l’ansia nel fare da solo, una consulenza psicologica evolutiva potrebbe aiutarvi a capire come sostenerlo nel modo giusto, senza spingerlo né proteggerlo troppo.
In sintesi: suo figlio non sembra “in difficoltà”, ma in attesa di fiducia — soprattutto nella propria capacità di agire. E questa, con i tempi giusti e gli strumenti adeguati, si costruisce.
Un caro saluto.
dott.ssa Giulia Sottile