Disturbi dell'alimentazione

Cibo e tristezza: la ricerca del comfort food

19 Novembre 2019

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Quando parliamo di funzione consolatoria del cibo subito ci viene in mente il collegamento con la tristezza. Quante volte pensiamo di "tirarci su" con un pezzo di cioccolata, un gelato o un sacchetto di patatine? Ecco, sono tutte situazioni in cui non si mangia per fame, bensì per cercare conforto in un momento spiacevole: per questo si parla di comfort food. Non è detto che si tratti di cibo spazzatura, anzi; i cibi di conforto possono anche essere ricette sane legate a ricordi di famiglia e della tradizione ( per esempio una crema di verdure, una zuppa di legumi,...) in grado di scaldare il cuore e concederci un momento di coccola.

Premettiamo che non c'è nulla di sbagliato nel desiderare ( e consumare) un pasto consolatorio in caso di eventi spiacevoli particolari: una giornata lavorativa difficile, una perdita da elaborare, una brutta notizia. Si tratta per l'appunto di casi sporadici dove il cibo è riconosciuto come tamponamento provvisorio e non come soluzione definitiva.

Quando il cibo diventa invece la modalità di elezione per affrontare la tristezza allora sì che possiamo andare incontro a a conseguenze dannose nel tempo. Da un punto di vista fisico, alimenti particolarmente elaborati, ricchi di grassi e zuccheri ci affaticano e forniscono un surplus di calorie non necessarie. Il corpo è appesantito e la mente inizia ad affollarsi di sensi di colpa: la tristezza aumenta così come la voglia di cibo. Si crea un circolo vizioso in cui il problema invece di essere risolto viene incrementato. Sono triste allora mangio; mangio troppo e mi sento ancora più triste, perciò mangio ancora per consolarmi...

Emotivamente parlando, soffocare la tristezza nel cibo è una strategia che può sembrare efficace nell'immediato ma che con il trascorrere nel tempo è come nascondere la polvere sotto al tappeto. Le emozioni negative esistono e hanno la loro dignità: ci stanno dicendo qualcosa e ignorarle significa non ascoltare una parte di noi. Che cos'è che ci rende tristi? Abbiamo la possibilità di fare qualcosa? Se sì, in che modo?

Negare la tristezza significa lasciare che le situazioni dolorose restino tale, senza possibilità di cambiarle. Assumiamo un atteggiamento passivo per cui deleghiamo al cibo il compito di migliorare la nostra esistenza. Non saranno certo le patatine o le ciambelle a migliorare la vita al posto nostro, anzi. Soltanto imparando a riconoscere le nostre emozioni e ad affrontarle in maniera onesta e sincera con noi stessi potremo veramente ambire al cambiamento.

In queste situazioni una psicoterapia può aiutare la persona nell'esplorazione dei propri vissuti emotivi, andando a fondo sulle origini e sui fattori scatenanti, lavorando sulle risorse e sulla ricerca di nuove modalità per stare meglio. Ciò comporta anche una ridefinizione più consapevole del proprio comportamento alimentare, in una visione del benessere che integra corpo e mente.

 

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