Il termine "tripofobia" deriva dal greco *trypa*, "buco", e *phobos*, "paura". Tuttavia, parlare semplicemente di "paura dei buchi" è riduttivo. Una delle caratteristiche più interessanti della tripofobia è proprio il fatto che la reazione non coincide necessariamente con la paura. Per molte persone prevalgono infatti **disgusto, repulsione, nausea, prurito, sensazione di pelle che formicola, brividi e forte disagio corporeo**.
La ricerca scientifica degli ultimi anni ha mostrato che la tripofobia non è soltanto una curiosità nata su Internet. Dal primo studio scientifico sistematico pubblicato nel 2013, il fenomeno è stato oggetto di numerose ricerche sperimentali e cliniche, che hanno cercato di comprendere perché immagini apparentemente innocue possano generare reazioni emotive così intense.
Che cos'è la tripofobia? Tra scienza, emozioni e percezione visiva
È importante fare una precisazione diagnostica. **La tripofobia non costituisce attualmente una diagnosi autonoma prevista dal DSM-5-TR**, il manuale diagnostico utilizzato in ambito clinico e psicologico. Questo, però, non significa che le reazioni descritte dalle persone siano "inventate" o prive di rilevanza clinica.
Quando la reazione verso determinati stimoli è intensa, persistente, determina evitamento e interferisce significativamente con la vita quotidiana, il professionista può valutare se siano presenti caratteristiche riconducibili, nel singolo caso, a una **fobia specifica** o ad altre problematiche psicologiche. La ricerca clinica ha infatti rilevato che le persone con sintomi tripofobici possono sperimentare un disagio significativo e una compromissione del funzionamento quotidiano.
Uno studio clinico condotto su 195 persone che riferivano tripofobia ha evidenziato sintomi persistenti, distress psicologico e interferenze nella vita quotidiana. Un dato particolarmente interessante è che la maggioranza dei partecipanti descriveva la propria esperienza soprattutto in termini di **disgusto**, più che di paura. Allo stesso tempo, una quota significativa mostrava caratteristiche più vicine ai criteri della fobia specifica che a quelli del disturbo ossessivo-compulsivo.
Questo risultato aiuta a comprendere perché l'espressione "paura dei buchi" non riesca a descrivere completamente il fenomeno.
Perché i piccoli buchi provocano disgusto? Le principali ipotesi scientifiche
Una delle prime spiegazioni scientifiche della tripofobia è stata proposta nel 2013 da Geoff Cole e Arnold Wilkins dell'Università di Essex. I ricercatori hanno analizzato le caratteristiche visive delle immagini capaci di provocare disagio e hanno osservato una particolare presenza di **energia ad alto contrasto nelle frequenze spaziali intermedie**. Configurazioni visive simili sono presenti anche in alcune immagini di animali potenzialmente pericolosi, come serpenti e ragni.
Secondo questa prospettiva, quindi, il cervello potrebbe essere particolarmente sensibile a determinate caratteristiche geometriche e visive perché, nel corso dell'evoluzione, esse avrebbero potuto essere associate a potenziali minacce.
Questa è però soltanto una delle ipotesi formulate dalla ricerca. L'idea secondo cui la tripofobia deriverebbe principalmente dalla somiglianza con animali velenosi o pericolosi non è infatti sufficiente a spiegare tutti gli stimoli che provocano reazioni tripofobiche. Per esempio, un'immagine di semi di loto può suscitare una forte repulsione pur non assomigliando direttamente a un animale pericoloso.
Per questo motivo, negli anni successivi ha acquisito maggiore attenzione un'altra interpretazione: quella della **malattia e dell'evitamento dei patogeni**.
Tripofobia e disgusto: il possibile ruolo dell'evitamento delle malattie
Una delle ipotesi oggi più studiate considera la tripofobia come una possibile forma di **risposta eccessivamente generalizzata a segnali visivi associabili a contaminazione, parassiti o malattie della pelle**.
Uno studio pubblicato nel 2017 da Tom Kupfer e An Trong Dinh Le ha osservato che le persone con elevata tripofobia mostravano una forte avversione non soltanto verso immagini contenenti piccoli gruppi di forme circolari, ma anche verso stimoli visivamente associabili a malattie e parassiti. La risposta risultava inoltre strettamente collegata alla sensibilità individuale al disgusto.
L'ipotesi è particolarmente interessante perché il **disgusto non è semplicemente un'emozione spiacevole**. Dal punto di vista evolutivo, viene considerato parte di un sistema comportamentale finalizzato anche a ridurre il contatto con potenziali fonti di contaminazione e infezione.
In quest'ottica, davanti a un'immagine caratterizzata da numerosi piccoli fori, il cervello potrebbe elaborare molto rapidamente alcune caratteristiche visive senza che la persona abbia necessariamente la consapevolezza di stare pensando a una malattia.
È una risposta automatica: prima arriva il "non voglio guardare", poi eventualmente la mente cerca una spiegazione.
Questa interpretazione è stata ulteriormente approfondita da ricerche che hanno messo in relazione la tripofobia con immagini di alterazioni cutanee. Uno studio pubblicato su *Scientific Reports* ha confrontato il disagio provocato da immagini tripofobiche, immagini di malattie della pelle e altre texture naturali, trovando ulteriori elementi a sostegno dell'ipotesi secondo cui il disagio tripofobico possa essere collegato alla percezione di segnali visivi associati alla malattia.
Anche un precedente studio osservazionale su un ampio campione, composto da 856 partecipanti nella prima rilevazione e da altri 690 nella replica, aveva riscontrato una maggiore reazione di disagio verso immagini tripofobiche nelle persone con una storia di problemi cutanei. Gli stessi autori hanno però sottolineato che questi dati rappresentano un sostegno preliminare all'ipotesi e non dimostrano da soli un rapporto causale.
Quando il disgusto diventa una reazione corporea
Una delle peculiarità della tripofobia è il coinvolgimento molto intenso delle sensazioni corporee. Chi sperimenta questo fenomeno può descrivere nausea, brividi, prurito, sensazione di "pelle che cammina", formicolio o impulso immediato ad allontanarsi dall'immagine. Non si tratta necessariamente di una semplice valutazione cognitiva del tipo "questa immagine non mi piace": la risposta può essere profondamente somatica. La ricerca sul disgusto ha mostrato che questa emozione può essere associata anche a modificazioni della sensibilità tattile. Alcuni studi hanno rilevato che l'induzione del disgusto può aumentare la sensibilità al tatto, ipotizzando un collegamento tra risposta emotiva e sistemi di rilevazione delle potenziali minacce biologiche. Questo aiuta a comprendere una caratteristica frequentemente riferita dalle persone con tripofobia: **l'immagine sembra quasi "trasferirsi" sulla pelle**, producendo una sensazione fisica pur in assenza di qualsiasi contatto reale. Il cervello, in altre parole, non elabora soltanto ciò che vede. Organizza una risposta dell'intero organismo.
Tripofobia: paura, disgusto o entrambe?
La distinzione tra paura e disgusto è fondamentale. Nella paura, il sistema emotivo si orienta prevalentemente verso una minaccia dalla quale occorre proteggersi. Nel disgusto, invece, la tendenza dominante è spesso quella di evitare, allontanare o non entrare in contatto con qualcosa percepito come contaminante o biologicamente ripugnante. Nella tripofobia possono essere presenti entrambe le componenti. Alcune persone descrivono una vera e propria paura, mentre altre parlano soprattutto di disgusto, nausea o repulsione. La ricerca clinica suggerisce proprio questa complessità: la tripofobia non appare necessariamente come un fenomeno emotivamente uniforme, ma può comprendere una combinazione variabile di **disgusto, paura, ansia e sensazioni corporee**.
Perché i social network hanno reso la tripofobia così famosa?
La diffusione del termine "tripofobia" è strettamente legata anche alla cultura digitale. Immagini di alveari, baccelli di loto, spugne, superfici porose e fotografie manipolate sono diventate facilmente condivisibili su Instagram, TikTok, Reddit e altre piattaforme. Il fenomeno ha così assunto una dimensione collettiva che ha contribuito a trasformare un'esperienza individuale in una categoria riconoscibile sul web. La ricerca scientifica stessa ha riconosciuto questo passaggio. In una riflessione pubblicata nel 2024, Geoff Cole ha osservato come, dopo la pubblicazione del lavoro del 2013, la tripofobia sia diventata rapidamente un vero e proprio "buzzword" online, accompagnata da una grande quantità di contenuti sui social e nei media. Questo aspetto è psicologicamente interessante. Quando una persona scopre che migliaia di altre persone reagiscono allo stesso modo a un'immagine, può ottenere una forma di **validazione dell'esperienza**: ciò che prima sembrava una reazione incomprensibile o "strana" acquista un nome e diventa condivisibile. Il lato positivo è la possibilità di sentirsi meno soli. Il lato problematico è che la continua esposizione a contenuti costruiti appositamente per provocare disgusto può aumentare l'attenzione verso gli stimoli e rafforzare i comportamenti di controllo o di evitamento.
Tripofobia e social media: quando la curiosità alimenta il disagio
Esiste un aspetto paradossale che molte persone riconoscono: **continuare a guardare proprio ciò che provoca disgusto. Una persona può sapere che una determinata immagine le farà stare male, aprirla comunque, distogliere lo sguardo, tornare a guardarla e poi cercare un'altra immagine ancora più intensa. Non è necessariamente un comportamento patologico. La curiosità verso ciò che ci provoca disgusto o inquietudine è un fenomeno psicologico complesso. Tuttavia, quando la ricerca dello stimolo diventa ripetitiva e si accompagna a un significativo aumento dell'ansia o del disagio, può contribuire a mantenere il problema. Il funzionamento dei social network può amplificare questo meccanismo perché gli algoritmi tendono a proporre contenuti simili a quelli con cui l'utente ha interagito. In questo modo, una semplice curiosità può trasformarsi in una sequenza ripetuta di esposizioni a stimoli sempre più specifici. La tripofobia, quindi, rappresenta anche un interessante punto d'incontro tra **percezione visiva, emozioni, comportamento di evitamento e ambiente digitale.
La tripofobia è un disturbo psicologico?
La risposta richiede una distinzione. Avere fastidio davanti ai buchi o provare disgusto osservando un alveare non significa automaticamente avere un disturbo psicologico. Le reazioni di disgusto fanno parte della normale esperienza emotiva umana e possono variare molto da persona a persona. La situazione cambia quando la reazione è particolarmente intensa, persistente e interferisce con la quotidianità. Se una persona evita determinati luoghi, oggetti, situazioni, immagini o attività a causa della propria reazione, oppure sperimenta un'ansia significativa e una marcata compromissione della qualità della vita, può essere utile rivolgersi a un professionista della salute mentale per una valutazione individualizzata. La diagnosi, infatti, non può essere formulata semplicemente sulla base di un test online o della reazione a una fotografia. Occorre considerare frequenza, intensità, durata dei sintomi, comportamenti di evitamento, interferenza con la vita quotidiana e presenza di eventuali condizioni concomitanti.
Come si tratta la tripofobia?
Anche sul piano terapeutico è importante distinguere ciò che è stato studiato specificamente per la tripofobia da ciò che deriva dalla ricerca più generale sulle fobie specifiche. Per molti anni le evidenze dirette sulla terapia della tripofobia sono state limitate soprattutto a case report e piccoli studi. Un caso clinico pubblicato nel 2016 ha descritto un intervento comportamentale basato su psicoeducazione, tecniche di respirazione, costruzione di una gerarchia degli stimoli e desensibilizzazione sistematica, con una riduzione delle risposte fisiologiche e dei comportamenti di evitamento. Nel trattamento delle fobie specifiche, invece, le **terapie basate sull'esposizione** dispongono di una base di evidenze molto più ampia. Una meta-analisi di 33 studi randomizzati ha trovato effetti importanti dei trattamenti basati sull'esposizione rispetto all'assenza di trattamento e ha rilevato vantaggi dell'esposizione in vivo rispetto ad alcune modalità alternative, almeno nel post-trattamento. Anche la ricerca specificamente dedicata alla tripofobia sta iniziando a produrre dati più interessanti. Uno studio pubblicato nell'agosto 2026 ha sperimentato un trattamento di una sessione basato sulla terapia cognitivo-comportamentale, integrando psicoeducazione, esposizione, tecniche cognitive, controcondizionamento e rivalutazione dello stimolo. In questo piccolo studio controllato, i sintomi tripofobici, la paura e il disgusto si sono ridotti dopo il trattamento e i miglioramenti risultavano mantenuti al follow-up di un mese. Si tratta di un risultato promettente, ma ancora preliminare, che necessita di ulteriori studi con campioni più ampi e disegni sperimentali più robusti.
E l'EMDR nella tripofobia?
Anche in questo caso è importante essere precisi. L'EMDR è stato studiato in relazione alle fobie specifiche, ma non esiste attualmente una base di evidenze paragonabile a quella dell'esposizione per affermare che l'EMDR rappresenti il trattamento di prima scelta della tripofobia. Una revisione sistematica e meta-analisi sull'EMDR ha rilevato effetti positivi in alcuni studi relativi alle fobie, ma ha anche evidenziato che gli studi disponibili erano pochi e che quelli con minore rischio di bias non mostravano differenze significative rispetto ad altri trattamenti. Per questo motivo, in un percorso clinico l'EMDR può essere considerato **uno strumento da integrare in funzione della storia e delle caratteristiche della persona**, senza presentarlo come una cura specifica e scientificamente dimostrata per la tripofobia. Lo stesso principio vale per mindfulness, ipnosi e tecniche psicodrammatiche: possono avere una funzione clinica all'interno di un percorso personalizzato, soprattutto quando l'obiettivo è migliorare la consapevolezza delle risposte corporee, la regolazione emotiva, la flessibilità psicologica e la capacità di affrontare gradualmente gli stimoli, ma le evidenze specifiche sulla tripofobia sono ancora meno numerose rispetto a quelle disponibili per i trattamenti basati sull'esposizione.
Il mio approccio clinico alla tripofobia
Nel lavoro psicoterapeutico ritengo fondamentale partire dalla persona e non soltanto dal sintomo. Dietro una reazione tripofobica possono infatti esserci componenti differenti: disgusto, paura, ansia anticipatoria, ipervigilanza, evitamento, sensazioni corporee intense oppure esperienze precedenti che hanno contribuito a rendere particolarmente saliente lo stimolo. L'obiettivo non è costringere la persona a "sopportare i buchi", né convincerla semplicemente che non c'è nulla da temere. Il lavoro consiste piuttosto nel comprendere **che cosa accade nel momento in cui compare il trigger**, come viene interpretato, quali sensazioni corporee vengono attivate, quali emozioni emergono e quali comportamenti vengono messi in atto per ridurre immediatamente il disagio. Nel mio lavoro clinico posso integrare, quando indicato e sulla base della valutazione individuale, strumenti psicodrammatici, tecniche di mindfulness e ipnosi e, nei casi appropriati, l'EMDR. L'integrazione degli strumenti non significa applicare indistintamente ogni tecnica, ma costruire un percorso coerente con la persona, con la natura della sua difficoltà e con gli obiettivi terapeutici. Quando la tripofobia comporta evitamento significativo, il lavoro può inoltre confrontarsi con i principi delle terapie basate sull'esposizione, adattandoli alle caratteristiche individuali e procedendo in modo graduale e clinicamente monitorato.
Quando chiedere aiuto per la tripofobia?
Non è necessario aspettare che il problema diventi invalidante. Se vedere determinati pattern provoca soltanto un momentaneo disgusto, è possibile che si tratti semplicemente di una particolare sensibilità individuale. Se invece la reazione diventa intensa, porta a evitare situazioni quotidiane, genera ansia anticipatoria, interferisce con il lavoro, lo studio, le relazioni o la vita sociale, oppure occupa una quantità significativa di tempo e attenzione, può essere utile approfondire la situazione con uno psicologo o uno psicoterapeuta. La domanda più importante, quindi, non è soltanto "Ho la tripofobia?", ma **"Quanto questa reazione condiziona la mia vita?"** È questa la distinzione tra una semplice avversione e una difficoltà che merita un'attenzione clinica.
Conclusioni: la tripofobia tra cervello, corpo e cultura digitale
La tripofobia ci mostra quanto possa essere complesso il rapporto tra percezione visiva ed emozione. Un insieme di piccoli cerchi o buchi, perfettamente innocuo dal punto di vista fisico, può attivare in alcune persone una risposta estremamente intensa. Le ricerche disponibili indicano che il fenomeno potrebbe coinvolgere diversi meccanismi, dalla particolare elaborazione delle caratteristiche visive alla risposta di disgusto collegata all'evitamento delle malattie. Le evidenze più recenti hanno dato particolare sostegno all'ipotesi che la tripofobia possa essere collegata alla percezione automatica di caratteristiche visive associate a malattie della pelle e potenziali fonti di contaminazione, pur senza aver definitivamente risolto la questione delle sue origini. La tripofobia, dunque, non è semplicemente "la paura dei buchi". È un fenomeno nel quale **percezione, sistema emotivo, disgusto, sensazioni corporee, evitamento e ambiente sociale possono interagire**. E proprio per questo merita di essere compreso senza banalizzarlo e senza trasformare automaticamente ogni reazione di disgusto in una diagnosi.
La repulsione per determinati pattern geometrici ripetuti non è necessariamente una semplice stranezza visiva: può rappresentare l'espressione di un complesso dialogo tra percezione, corpo ed emozioni. Comprenderlo significa sostituire il giudizio con la consapevolezza e l'evitamento automatico con una maggiore possibilità di scelta.
Se riconosci in te una reazione intensa e persistente davanti a immagini o superfici caratterizzate da piccoli fori, protuberanze o pattern ripetitivi e senti che questa reazione sta limitando la tua quotidianità, un percorso psicologico può aiutarti a comprendere il funzionamento del sintomo e a individuare strategie terapeutiche adeguate alla tua situazione
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