Gentile Alessandra ,
quello che sta vivendo tuo figlio non è un problema di “cacca”.
È una paura. Una paura profonda, radicata, che si è costruita nel tempo dopo quelle evacuazioni dolorose che lo hanno spaventato più di quanto un adulto possa immaginare.
Quando un bambino piccolo prova dolore mentre fa la cacca, il suo cervello registra un’associazione molto semplice: “se la faccio, soffro”.
Da quel momento in poi non è più una questione di volontà, di educazione, di premi o di regole.
È una questione di protezione.
Tuo figlio non trattiene perché è capriccioso.
Trattiene perché ha paura.
La paura, nei bambini, non si scioglie con la logica.
Si scioglie con la sicurezza.
Il fatto che non riesca neanche a sentir nominare la parola “cacca” senza andare nel panico ti dice che non siamo davanti a un comportamento oppositivo, ma a un vero e proprio blocco emotivo. Il rito che pretende, silenzio, mano stretta, ambiente controllato, non è un vezzo ma il suo modo di sentirsi al sicuro mentre affronta qualcosa che vive come minaccioso.
Tu, nel frattempo, sei stremata.
Ogni volta è una battaglia.
Ogni volta temi che stia male.
Ogni volta ti sembra di non riuscire ad aiutarlo davvero.
Questo logora.
Hai fatto bene a usare lo sciroppo per ammorbidire le feci.
Togliere il dolore è fondamentale.
Il dolore fisico non è più il problema.
Ora il problema è la memoria del dolore.
La peretta, purtroppo, anche se necessaria, ha rinforzato l’idea che “quel momento è terribile”.
Non è colpa tua.
Quando un bambino trattiene per una settimana bisogna intervenire.
Il suo cervello ha registrato anche quello come un evento traumatico.
Quello che serve ora non è convincerlo a sedersi sul vasino.
Non è insistere, ignorarlo o premiarlo.
Quello che serve è ricostruire la sicurezza. Serve che la cacca torni a essere un evento neutro, non un campo di battaglia. Serve che lui senta che non c’è fretta, non c’è pressione, non c’è giudizio. Serve che il suo corpo ritrovi fiducia.
A volte, in questi casi, è utile togliere completamente il tema per un po’.
Niente richieste.
Niente tentativi.
Niente vasino.
Niente discorsi.
Lasciare che sia lui a ritrovare un rapporto naturale con il proprio corpo.
Quando arriverà il momento sarà lui a cercare un modo.
Non perché glielo avete insegnato.
Perché non si sentirà più minacciato.
Alessandra, tuo figlio non è bloccato.
È spaventato.
La paura, nei bambini, si scioglie con la calma, con la presenza, con la fiducia che gli adulti sanno aspettare.
Se vuoi, posso aiutarti a guidare il tuo bambino a ritrovare la sua serenità nel momento delle sue evacuazioni.
Un caro saluto
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
Ricevo Online