Ipocondria. Come riuscire a non impazzire?

Chris

Buongiorno, vorrei chiedere un consiglio perché da molto tempo vivo con una forte paura delle malattie e questa situazione sta diventando davvero difficile da gestire. Ho una costante preoccupazione di poter avere qualche malattia grave. Ogni sintomo fisico, anche comune, mi mette in allarme e mi porta subito a pensare al peggio. In questo periodo, ad esempio, soffro spesso di mal di testa e, anche se so che potrebbero dipendere da cause banali come stress o tensione, non riesco a smettere di temere che ci sia qualcosa di serio. La mia ansia non si limita ai sintomi che provo personalmente: faccio fatica anche a sentire parlare di malattie. Mi crea disagio ascoltare racconti di persone malate, guardare programmi televisivi o ascoltare trasmissioni radio che trattano argomenti medici, e perfino parlare di salute con altre persone può generarmi molta ansia. Questa situazione influisce notevolmente sul mio benessere e sulla qualità della mia vita, perché mi sento spesso in uno stato di allerta e preoccupazione costante. Vorrei capire: * come si può interrompere questo circolo di pensieri e paure; * se questo tipo di comportamento è compatibile con l’ansia da malattia (ipocondria); * quali strategie psicologiche possono aiutare concretamente a gestire questa paura; * se un percorso psicoterapeutico può essere utile e quale approccio è generalmente più indicato. Ringrazio molto chi vorrà dedicarmi un po’ di tempo e condividere un parere o un consiglio.

17 risposte degli esperti per questa domanda

Buongiorno,
quello che descrive è molto compatibile con un quadro di ansia da malattia: il problema non è tanto il sintomo fisico in sé, quanto l’interpretazione catastrofica che la mente fa del sintomo (“e se fosse qualcosa di grave?”). Questo porta a un circolo che si autoalimenta: più controlla il corpo, evita temi medici o cerca rassicurazioni, più l’ansia cresce e il cervello resta in stato di allerta.

In ottica CBT si lavora soprattutto su tre aspetti:

  • riconoscere i pensieri automatici catastrofici;
  • ridurre i comportamenti che mantengono l’ansia (controlli continui, ricerche online, evitamento, richieste di rassicurazione);
  • imparare a tollerare il dubbio senza dover ottenere certezza assoluta sulla salute.

Strategie utili possono essere:

  • limitare le verifiche del corpo e le ricerche mediche;
  • distinguere tra “possibilità” e “probabilità”;
  • riportare l’attenzione al presente attraverso respirazione e grounding;
  • esporsi gradualmente ai temi che teme, senza evitarli completamente.

Un percorso psicoterapeutico può essere molto utile, soprattutto con approccio cognitivo-comportamentale (CBT), che è tra quelli più indicati per l’ansia di malattia. In molti casi si ottengono buoni risultati lavorando sia sui pensieri sia sui meccanismi di mantenimento dell’ansia.

Il fatto che lei riconosca questo schema è già un primo passo importante.

Resto a disposizione. Un caro saluto 

dott.ssa Rossi Greta 

Dott.ssa Greta Rossi

Dott.ssa Greta Rossi

Padova

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Salve Chris, 

Quello che descrive non è affatto raro, ed è molto vicino a quella che in psicologia chiamiamo ansia da malattia. Quando si vive così, il corpo diventa quasi “sotto osservazione” continua: ogni sintomo viene amplificato dalla paura e la mente va subito allo scenario peggiore. È estenuante, perché si vive sempre in allerta.

Spesso non è il sintomo in sé a fare più paura, ma il pensiero: “E se fosse qualcosa di grave?”. E più si cerca di controllare, rassicurarsi o evitare argomenti legati alla salute, più l’ansia finisce per occupare spazio nella quotidianità.

Si può lavorare su questo, e non significa “impazzire” o essere deboli. Un percorso psicoterapeutico può aiutare molto, soprattutto per imparare a interrompere il circolo tra paura, controllo e catastrofizzazione. L’approccio cognitivo-comportamentale è tra i più efficaci, ma anche altri percorsi possono essere utili se permettono di capire cosa c’è dietro questo stato costante di allarme.

La cosa importante è che non resti solo con questa fatica, perché vivere così alla lunga consuma tante energie mentali ed emotive. 
Se vuole approfondire mi contatti

Dott.ssa Fioldisa

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Torino

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Cara/o scrivente,

la paura del proprio corpo e dello spiacevole inatteso che potrebbe riservare a nostra insaputa è una questione che può essere,certamente, lavorata in un percorso psicoterapico. 

In una psicoanalisi, ad esempio, si può cogliere come è legata ad altro della propria vita, aiutando ad alleggerire la fissità del sintomo.

Un caro saluto, 

dott.ssa Veronica Rinaldo 

Buongiorno Chris,

al di là delle etichette diagnostiche che lei menziona alla fine della sua richiesta, le strategie psicologiche acquistano senso solo se all'interno di un percorso psicoterapeutico. La mia posizione sugli approcci è la seguente: non esiste un approccio meglio di un'altro. Quello che conta è la relazione che si instaurerà fra lei e il terapeuta.

I sintomi che lei descrive, che si evidenziano da molto tempo, in genere mascherano un problema sottostante che fa fatica ad emergere o ad arrivare a coscienza, probabilmente perché molto doloroso. 

Il consiglio che le dò è di rivolgersi ad un professionista psicoterapeuta per lavorare in modo protetto su queste questioni.

Saluti

Dott.ssa Silvana Russo

 

Dott.ssa Silvana Russo

Dott.ssa Silvana Russo

Firenze

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Buongiorno, sicuramente un percorso psicologico può essere di aiuto per riuscire a sbloccare e risolvere questo problema. La gestione dell'ansia e della paura può essere attraverso delle strategie e tecniche psicologiche che, una volta apprese, saranno poi strumenti che avrà nel suo bagaglio. Il resto delle domande dovrebbero essere affrontate in seduta perché sarebbe necessario approfondire le dinamiche, i comportamenti e le soluzioni che vengono messe in atto. 
Qualora lo desidera, io ricevo su Firenze e online. Resto a disposizione, cordiali saluti

Dr.ssa Valentina Romanello 

Ciao Chris,
la tua situazione potrebbe essere inquadrabile in un disturbo tipo ipocondria, anche se per affermare con certezza tale diagnosi occorre una valutazione più approfondita.

Nel tuo caso credo che la psicoterapia sia la scelta terapeutica primaria, quindi si un percorso psicoterapeutico è da considerarsi appropriato nel tuo caso. Per quanto riguarda i vari approcci, quale può essere quello più indicato per te lo puoi scoprire solo provando. Mi sento di sconsigliarti approcci che mirano alla sola risoluzione del sintomo, ma d preferire quelli che operano agendo sulle cause psichiche dello stesso (gestallt, sistemico relazionale, CBT, psicoanalisi, ecc...).

Da parte mia mi rendo disponibile ad un primo incontro valutativo-conoscitivo sia in presenza che in modalità on-line. A tal fine mi puoi contattare tramite messaggio sul portale o telefono. Un saluto

Dott. Pierluigi Salvi

Dott. Pierluigi Salvi

Firenze

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Buongiorno Chris, comprendo quanto questo momento possa essere difficile e faticoso per lei. Non deve affrontare questo disagio da solo, se crede possa esserle utile un lavoro anche online possiamo affrontare insieme la situazione per approfondire, comprendere e ridurre l'ansia, in seconda fase lavorare insieme sui prossimi passi.

Mi trova disponibile per un primo colloquio, le auguro il meglio.

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Buongiorno,
da una prospettiva psicoanalitica, ciò che descrivi non viene letto semplicemente come “paura delle malattie”, ma come il segnale di un’angoscia più profonda che trova nel corpo il proprio linguaggio privilegiato.

Nell’ansia ipocondriaca, infatti, il corpo diventa il luogo in cui confluiscono tensioni emotive, paure inconsce e conflitti interni difficili da pensare o da esprimere direttamente. Il sintomo fisico non è “inventato”: il mal di testa, la tensione, le sensazioni corporee sono reali. Quello che accade è che la mente attribuisce loro un significato minaccioso, come se il corpo dovesse continuamente annunciare un pericolo imminente.

Spesso, dietro la paura della malattia, non c’è soltanto il timore concreto di stare male, ma qualcosa di più ampio e profondo:

  • paura della perdita di controllo;

  • paura della fragilità;

  • paura della dipendenza;

  • paura della morte o dell’abbandono;

  • difficoltà a tollerare l’incertezza e il limite umano.

In termini psicoanalitici, potremmo dire che l’angoscia psichica viene “spostata” sul corpo: invece di essere vissuta come un’emozione interna difficile da riconoscere, assume la forma di una preoccupazione somatica più concreta e apparentemente controllabile.

Anche il fatto che tu faccia fatica ad ascoltare racconti di malattia o programmi medici è significativo. Non si tratta solo di impressionabilità: certi temi sembrano toccare qualcosa di molto sensibile dentro di te, qualcosa che la mente vive come troppo perturbante. L’evitamento allora diventa una difesa dall’angoscia.

La psicoanalisi e la psicoterapia psicodinamica osservano inoltre che, in alcune persone, il controllo costante del corpo rappresenta un tentativo di mantenere sotto controllo emozioni più profonde che rischiano di emergere. È come se la mente dicesse: “Se riesco a monitorare tutto, forse potrò prevenire il pericolo”. Ma questo controllo, col tempo, diventa una prigione mentale.

Un altro aspetto importante è che l’ansia ipocondriaca raramente riguarda davvero soltanto la salute. Molto spesso compare o si intensifica in periodi di:

  • stress emotivo;

  • cambiamenti importanti;

  • perdite;

  • separazioni;

  • responsabilità elevate;

  • vissuti di vulnerabilità o solitudine.

Il corpo allora diventa il teatro attraverso cui la sofferenza psichica cerca espressione.

In un percorso psicoterapeutico ad orientamento psicoanalitico, il lavoro non consiste nel dire semplicemente “non hai nulla” o nel rassicurare continuamente. La rassicurazione, infatti, calma per poco tempo ma non modifica il nucleo profondo dell’angoscia. Il lavoro terapeutico mira piuttosto a comprendere:

  • cosa rappresenta inconsciamente la malattia;

  • quali emozioni vengono spostate sul corpo;

  • quale funzione ha la paura nella tua vita psichica;

  • quali vissuti profondi alimentano questo stato di allerta continuo.

Attraverso la relazione terapeutica, la persona può gradualmente trasformare un’angoscia vissuta nel corpo in qualcosa di pensabile, nominabile e condivisibile. Quando l’angoscia trova parole, spesso il corpo smette di dover parlare in modo così forte.

È importante sapere che queste dinamiche non significano “essere deboli” o “immaginarsi tutto”. Significano, piuttosto, che la mente sta cercando — attraverso la preoccupazione per la salute — di gestire emozioni profonde che al momento risultano difficili da elaborare diversamente.

Il fatto stesso che tu riesca a osservare il tuo funzionamento e a chiederti da dove venga questa paura è già un movimento importante: indica il desiderio non solo di eliminare il sintomo, ma di comprendere qualcosa di te più in profondità. Ed è proprio da lì che, spesso, può iniziare un vero cambiamento.

Dott.ssa Ilaria Bellavia

Dott.ssa Ilaria Bellavia

Firenze

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Gentile Chris,

quello che stai vivendo non è “paura esagerata”, non è debolezza, e non è un difetto del carattere. È un sistema che da troppo tempo vive in allerta, come se ogni piccolo segnale del corpo potesse trasformarsi in una minaccia. L’ansia da malattia funziona così: non ti fa temere la malattia in sé, ma l’idea di non riuscire a sopportare l’incertezza, l’attesa, il dubbio. È come vivere con un allarme interno sempre acceso, che non ti permette mai di rilassarti davvero.

Il mal di testa che ti spaventa non è il problema: è l’appiglio. L’ansia si attacca lì, lo ingrandisce, lo analizza, lo controlla, lo teme. E più cerchi rassicurazioni, più la tua mente impara che “se controllo, mi salvo”, e quindi ti costringe a controllare ancora. È un circolo che si autoalimenta, e non perché tu lo voglia, ma perché il tuo sistema nervoso è stanco, saturo, ipersensibile.

Il fatto che tu faccia fatica perfino a sentire parlare di malattie è un segnale chiarissimo: non hai più margine. Non è evitamento “perché sei impressionabile”, è protezione. È come se il tuo cervello dicesse: “non farmi vedere nulla che possa farmi pensare al peggio, perché non ho più spazio per contenerlo”. Questo è assolutamente compatibile con l’ansia da malattia.

Interrompere questo circolo non significa smettere di pensare alle malattie, se fosse così semplice, lo avresti già fatto. Significa imparare a rispondere alla paura in modo diverso: non più evitando tutto ciò che ti spaventa, non più controllando ogni sensazione, non più cercando rassicurazioni continue, ma costruendo una nuova capacità di tollerare l’incertezza senza trasformarla automaticamente in catastrofe. È un lavoro psicologico molto preciso, e funziona.

Un percorso psicologico può aiutarti moltissimo, soprattutto se orientato a lavorare sui pensieri catastrofici, sulle sensazioni corporee e sulla tua soglia di tolleranza all’ansia. Approcci come la terapia cognitivo‑comportamentale o quelli che integrano mente e corpo sono spesso molto efficaci, non perché tu sia “malato”, ma perché hai bisogno di strumenti per uscire da questo stato di allerta continua.

E poi c’è una cosa che voglio dirti con molta chiarezza: non stai impazzendo. Stai soffrendo. E la sofferenza, quando non viene capita, fa paura. Ma non è per sempre. L’ansia da malattia è una delle forme di ansia più trattabili, quando si trova il modo giusto di affrontarla.

Un caro Saluto

Dottoressa Arianna Bagnini, Psicologa Clinica e del Lavoro 

Ricevo anche Online

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Caro(a) Chris l'ipocondria si nutre e si alimenta di tutte le rassicurazioni e gli evitamenti che si usano per mitigarla. È un circolo vizioso. In teoria basterebbe evitare di cercare rassicurazioni o di evitare di usare parole o situazioni che riguardano le malattie. In pratica è molto difficile farlo da soli perché l'ansia può essere molto forte. In terapia strategica abbiamo strategie di intervento molto efficaci che però richiedono un percorso di psicoterapia.

Dott. Andrea Bottai - Firenze 

Dott. Andrea Bottai

Dott. Andrea Bottai

Firenze

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Buon pomeriggio,

immagino non sia stato semplice cercare le parole per descrivere la sua situazione, della quale è riuscito a dare una descrizione chiara e dalla quale traspare le difficoltà che sta vivendo. Sentirsi in un stato di allerta costante deve essere molto faticoso e richiede molte energie e tempo, andando ad avere un impatto non positivo in più ambiti della sua vita. Penso anche che il conflitto che descrive tra una parte che tende a dare una spiegazione razionale a ciò che sente e quella piú emotiva sia di per sé difficile da gestire e le faccia vivere una condizione di non benessere. Capisco che anche il solo poter trovare un nome a tale condizione le possa dare l'idea di riuscire a gestirla meglio e che senta una spinta a trovare delle strategie pratiche per gestire la paura. Un percorso terapeutico potrebbe aiutarla ad entrare e stare a contatto con la paura e preoccupazione che prova e tentare di capire cosa le vuole dire, spesso ciò che non si riesce ad esprimere in parole trova il modo di esprimersi attraverso il corpo. Indipendentemente dal tipo di approccio terapeutico, potrebbe esserle utile capire da cosa scaturisce la paura della malattia, oltre che imparare strategie che la gestiscano, anche se capisco che possa essere un lavoro più profondo da affrontare.

Dott.ssa Diletta Galigatti

Dott.ssa Diletta Galigatti

Firenze

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Buongiorno Chris, ti ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità questo tuo vissuto così delicato e faticoso. La sensazione di essere costantemente in allerta e il disagio che provi anche solo sentendo parlare di salute descrivono un carico emotivo che può davvero logorare la qualità della vita.

La tendenza a interpretare ogni segnale fisico (come il tuo mal di testa) come il sintomo di una patologia grave è un elemento centrale di questa condizione. Il disagio che provi verso i media o i discorsi che trattano temi medici è una forma di evitamento, un meccanismo di difesa che il tuo cervello mette in atto per proteggersi dall'ansia che quegli argomenti scatenano. Il circolo vizioso si alimenta attraverso l'attenzione selettiva: più ti preoccupi, più il tuo cervello diventa "bravo" a scovare segnali nel corpo, confermando la tua paura. È utile iniziare a considerare l'ansia stessa non come una reazione a una malattia, ma come la "regista" dei tuoi sintomi. Lo stress e la tensione che descrivi sono essi stessi cause comuni di mal di testa, creando un paradosso dove la paura della malattia genera il sintomo che poi ti spaventa.

Spesso chi soffre di questa ansia tende a cercare rassicurazioni continue (es. ricerche sul web). Interrompere queste ricerche è il primo passo per non alimentare il dubbio. Un percorso psicoterapeutico è non solo utile, ma spesso risolutivo per imparare a gestire queste dinamiche.

L'approccio Cognitivo-Comportamentale è generalmente considerato uno dei più efficaci per i disturbi d'ansia. Questo metodo aiuta a identificare i pensieri automatici catastrofici e a sostituirli con interpretazioni più realistiche.

Anche approcci come la Psicoterapia Umanistica può essere preziosa per esplorare il significato profondo di questa paura all'interno della tua storia personale e delle tue relazioni. Non si tratta solo di "far sparire" la paura, ma di aumentare la tua tolleranza all'incertezza e migliorare il tuo senso di sicurezza interna.

 Quando senti arrivare il mal di testa, o qualsiasi potenziale sintomo prova a dirti: "Questo è un segnale del mio corpo che mi sta dicendo che sono molto teso, non è necessariamente un segnale di pericolo". Validare il tuo stato emotivo invece di combatterlo può aiutare a abbassare la soglia di allerta. Chris, affrontare questo problema è un atto di cura verso te stesso. Hai già iniziato il percorso rendendoti conto che la paura è diventata sproporzionata rispetto alla realtà.

Un abbraccio.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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Buongiorno,  
da quello che descrive emerge una sofferenza molto intensa, che spesso accompagna le persone che vivono una forte ansia legata alla salute. Quando si entra in questo tipo di meccanismo, il corpo viene continuamente “monitorato”, ogni sensazione fisica viene interpretata come un possibile segnale di pericolo e la mente tende automaticamente a immaginare gli scenari peggiori. Questo porta a uno stato di allerta costante che, nel tempo, può diventare davvero molto faticoso e limitante.

Sì, ciò che racconta può essere compatibile con un quadro di ansia da malattia, ma naturalmente una valutazione accurata può essere fatta solo all’interno di uno spazio clinico dedicato, dove comprendere meglio non solo i sintomi, ma anche il modo in cui l’ansia si è sviluppata e mantiene nel tempo.

La cosa importante è sapere che questo circolo può essere interrotto. Spesso, però, non basta “rassicurarsi” o cercare di controllare i pensieri: più si cerca di combattere la paura, più questa tende ad aumentare. In psicoterapia si lavora proprio sui meccanismi che alimentano l’ansia, aiutando la persona a ridurre lo stato di ipervigilanza, a cambiare il rapporto con i pensieri catastrofici e a recuperare una sensazione di sicurezza interna più stabile.

Gli approcci che generalmente risultano più efficaci sono quelli cognitivo-comportamentali e quelli che integrano il lavoro emotivo e corporeo sull’ansia, sempre adattati alla storia e alla sensibilità della persona. Molte persone arrivano in terapia convinte di avere “un problema irrisolvibile”, ma scoprono gradualmente che dietro questa paura ci sono dinamiche profonde che possono essere comprese e trasformate.

Il fatto che lei abbia scritto questo messaggio è già un primo passo importante: significa che una parte di lei desidera uscire da questo stato di allarme continuo e tornare a vivere con maggiore serenità. Credo che un percorso psicologico potrebbe aiutarla concretamente, non solo a gestire i sintomi, ma soprattutto a capire cosa c’è dietro questa paura e perché la sua mente sente il bisogno di restare costantemente in controllo.

Le auguro davvero di non affrontare tutto questo da solo/a.

Gentile Chris,

la sua non è solo paura delle malattie, ma il modo in cui il suo corpo "parla" quando l'angoscia non trova parole.

Più cerca rassicurazioni (medici, web), più il dubbio cresce. La certezza assoluta non esiste e cercarla alimenta solo l'ansia.

Invece di chiedersi "Cosa ho?", provi a chiedersi: "Cosa sta succedendo nella mia vita che il mio corpo sta urlando così forte?"

Un percorso psicologico serve a dare un nome a questa angoscia, così il corpo potrà finalmente smettere di gridare.

In breve: smetta di interrogare il corpo e inizi a dare ascolto alla sua storia.

Un cordiale saluto.

Dott. Samuele Nale

Dott. Samuele Nale

Firenze

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Quello che descrivi assomiglia molto a un’ansia legata alla salute: il cervello entra in uno stato di allerta continua e interpreta qualunque discorso, sintomo o riferimento alle malattie come un possibile pericolo. Quando succede da tanto tempo, non è più solo “preoccupazione”: diventa un modo di funzionare del sistema nervoso. E infatti dici una cosa importante: non riesci nemmeno a sentire gli altri parlare di malattie. Questo significa che il tuo corpo probabilmente reagisce prima ancora del ragionamento. Questa situazione si può trattare. Molte persone escono da questo tipo di ansia, ma non combattendo ogni pensiero uno per uno: bisogna cambiare il rapporto con la paura. L’obiettivo non è convincerti che “non succederà mai nulla”. Nessuno può avere quella certezza. L’obiettivo è imparare a tollerare l’incertezza senza vivere in allarme costante. 

Non devi esporti in modo brutale. Però piccoli passi graduali aiutano: restare qualche minuto in una conversazione senza scappare, notare l’ansia senza alimentarla, non cercare subito rassicurazioni, all’inizio il corpo protesta, ma col tempo l’intensità cala.

Buonasera Chris,  è facile immaginare che il suo corpo è diventato nel tempo, il suo interlocutore privilegiato e in questa logica,  l'angoscia di morte che l'attanaglia, viene depositata in esso, diventando una specie di sentinella attiva del suo malessere. 

 

Dott.ssa Margherita ippolito

Dott.ssa Margherita ippolito

Trapani

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Buonasera Chris,
quello che descrive può diventare davvero molto complesso da affrontare, soprattutto quando la mente rimane costantemente in allerta e anche il sintomo più innocuo finisce per attivare immediatamente paura e pensieri difficili da fermare. Alla lunga si rischia di vivere in una tensione continua, come se ci fosse sempre qualcosa da controllare, interpretare o temere, e anche quando prova a distrarsi, una parte di lei torna sempre lì, senza riuscire mai a sentirsi davvero al sicuro.

Da ciò che racconta, sembra essersi creato un circolo molto faticoso: più prova a capire, monitorare o rassicurarsi, più l’ansia prende spazio. E spesso la parte più faticosa non è nemmeno il sintomo fisico in sé, ma la continua interpretazione di ciò che si avverte nel corpo.

La cosa importante è che questa sofferenza si può comprendere e affrontare. Un percorso psicologico può aiutare concretamente a ridurre questo stato di allerta e, poco alla volta, a smettere di vivere con la sensazione costante che ci sia sempre qualcosa da temere. Per quanto riguarda l’approccio, più che un orientamento specifico, è importante trovare uno spazio in cui sentirsi compresi e lavorare sui meccanismi che mantengono questo stato di allerta.

Il fatto che sia riuscito a esprimere così chiaramente quello che sta vivendo è già un passo molto importante.
Se ha bisogno, resto a disposizione,

Dott.ssa Elena Petitti

Dott.ssa Elena Petitti

Dott.ssa Elena Petitti

Firenze

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