“Prendiamo in media 70 decisioni al giorno di cui siamo consapevoli.”
Questa stima, attribuita alla psicologa sociale Sheena Iyengar, rende l’idea di quante scelte attraversino la nostra giornata. Non tutte, però, sono uguali: alcune avvengono in modo rapido e automatico, altre richiedono tempo, riflessione e maggiore impegno.
A queste si aggiungono molte altre micro-decisioni che non percepiamo come tali, ma che contribuiscono a orientare il nostro comportamento.
Ed è qui che il tema diventa interessante.
Molte decisioni non dipendono solo dalla logica. Stress, abitudini, pressione emotiva, bisogno di conferme e schemi mentali influenzano continuamente il nostro modo di scegliere. Eppure tendiamo a pensare di essere razionali, di valutare con lucidità, di credere di sapere perché facciamo ciò che facciamo.
I protagonisti di questa storia: euristiche e bias cognitivi
In psicologia, le euristiche sono scorciatoie mentali che il nostro cervello utilizza per interpretare la realtà in modo rapido ed efficiente.
Questa efficienza non è casuale: il cervello tende a ridurre il dispendio di risorse cognitive ed energetiche. Elaborare informazioni in modo approfondito richiede più tempo, attenzione e consumo metabolico, mentre l’uso di scorciatoie permette di arrivare a una risposta con un investimento minore. In altre parole, le euristiche sono funzionali a un principio di economia cognitiva: ottenere il massimo risultato possibile con il minimo sforzo.
Sin qui tutto bene, apparentemente. Dov’è la trappola? Nei bias cognitivi.
I bias, infatti, sono distorsioni sistematiche di giudizio che possono emergere proprio a partire dall’uso di queste euristiche.
Le euristiche sono spesso utili, perché permettono di prendere decisioni in modo rapido e con un dispendio limitato di risorse. Tuttavia, in determinate condizioni, possono portare a errori ricorrenti. Alcuni esempi:
- dare più peso alle informazioni che confermano ciò che già pensiamo
- lasciarci influenzare dal primo esempio o dalla prima spiegazione che ci viene in mente
- sottovalutare alternative possibili
- interpretare i fatti in modo coerente con le nostre aspettative
Questi processi avvengono spesso in modo inconsapevole.
Perché i bias influenzano così tanto le decisioni
Il nostro cervello non è progettato per essere accurato in ogni momento, ma per essere veloce ed efficiente. In molte situazioni quotidiane questo è un vantaggio perché riduce lo sforzo mentale e permette di agire rapidamente semplificando la complessità.
Quando però si tratta di prendere decisioni importanti, valutare scenari complessi o interpretare comportamenti e relazioni, queste scorciatoie possono diventare un limite.
L’aspetto più rilevante dei bias cognitivi è che agiscono senza essere percepiti.
Non ci accorgiamo:
- di essere condizionati dall'esito di precedenti esperienze
- di stare selezionando solo alcune informazioni
- di stare interpretando in modo parziale
- di stare escludendo alternative
e tendiamo a dare per buone le nostre conclusioni, fidandoci di esse.
Il debiasing
Qui entra in gioco quello che viene definito debiasing. Non si tratta di eliminare completamente i bias — cosa impossibile — ma di imparare a riconoscere quando potrebbero essere in azione.
Si tratta di introdurre, nel proprio modo di pensare, momenti di verifica.
Ad esempio:
- rallentare il processo decisionale nei momenti critici
- mettere in discussione la prima interpretazione
- distinguere tra ciò che realmente sappiamo e ciò che stiamo dando per assunto
- chiedersi se si stanno considerando alternative reali
Sviluppare maggiore consapevolezza sui bias cognitivi non significa diventare perfettamente razionali.
Significa migliorare la qualità delle proprie decisioni, aumentare la lucidità in situazioni di maggiore complessità, ridurre le reazioni automatiche e rafforzare la capacità di scelta.
A volte basta porsi una domanda semplice ma efficace:
“Se stessi sbagliando, dove potrebbe essere l’errore?”
Comprendere il ruolo dei bias cognitivi non serve solo a conoscere meglio il funzionamento della mente. Serve a orientarsi meglio nelle decisioni quotidiane, nelle relazioni e nei contesti professionali.
Perché spesso non è la mancanza di informazioni a generare errori ma il modo in cui le interpretiamo.
E lavorare su questo aspetto può fare una differenza concreta.
commenta questa pubblicazione
Sii il primo a commentare questo articolo...
Clicca qui per inserire un commento