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Ho provato a controllare su instagram, il “paradiso del selfie”: nel momento in cui sto scrivendo questo post, ci sono 247.563.849 fotografie – si, avete letto bene: oltre 247 MILIONI e mezzo - con l’hastag selfie e 15.431.466 con la versione plurale (“selfies”). Tralascio le altre combinazioni (selfiesunday, selfietime, selfienation, selfiesaturday, selfiee, selfiequeen) solo per citare le più diffuse. Ora sicuramente saranno molte di più.

Le tipologie di selfie sono tante: le si può dividere in base al soggetto (solitario, in coppia, in gruppo, con celebrità), in base alla tecnica (con fotocamera frontale, con sparaselfie, allo specchio), in base all’emozione che vogliono suscitare (divertente, serio, sexy), in base al luogo, ecc.

Resta però una domanda: perché? perché tutto questo bisogno di apparire, di farsi vedere? Perché, sommando anche gli altri hastag correlati, oltre 300 milioni di persone hanno sentito la necessità di condividere con il resto del mondo un’immagine di sé?

Stiamo parlando di un numero pari alla popolazione degli Stati Uniti, di circa un ventesimo della popolazione mondiale (e sono convinto che buona parte dei 19/20 non presenti o non possiedono uno smartphone o semplicemente non hanno scritto l’hastag), sono numeri che danno le vertigini!

Un interessante articolo su Wired riporta i risultati di una ricerca condotta recentemente in Italia dal prof. Giuseppe Riva che ha provato a spiegare questo fenomeno. La risposta? I selfie si fanno per “far ridere e divertire gli altri”, per “vanità” e per “raccontare un momento della propria vita”.

Personalmente credo che una nuova evoluzione del concetto di narcisismo possa spiegare, almeno in parte, questo fenomeno.

Dal 1913, anno in cui Freud nel saggio “Introduzione al narcisismo” definì il narcisismo come il “completamento libidico dell’egoismo della pulsione di autoconservazione dell’uomo”[1], ad oggi, la società è completamente cambiata anche nei modi in cui essere narcisisti: un secolo equivale ad un’era geologica.

Il web 2.0 evidentemente favorisce un nuovo modello di apparire: l’idea stessa di condivisione, alla base dei social media, è prodromica al concetto di narcisismo. Ciò naturalmente non deve portare all’equazione selfie=narcisismo, ma credo che qualche domanda dobbiamo porcela.

La tecnologia esalta i mezzi, e ciascuno di noi utilizza in modi diversi le nuove possibilità offerte: ai narcisisti 2.0, che mettono on line qualunque contenuto di sé (immagini, pensieri, sentimenti, faccine tristi e allegre) si contrappongono i voyeuristi digitali, che passano il tempo sui social media a guardare gli altri senza mostrare nulla di sé.

La differenza rispetto al passato, e ciò che accumuna entrambe le categorie, è il mezzo, lo strumento, ma la sostanza del fenomeno non cambia: quando una persona capitata sul luogo di un incidente si fotografa e condivide l’immagine con i suoi amici, o, come nel caso della foto, si arriva addirittura a creare un nome per una pratica quantomeno bizzarra (funeral selfie, niente di meno), ci troviamo di fronte senza dubbio ad “una esagerazione dell’amor proprio, del senso del proprio valore, della presunzione di sé”[2].

 

[1] Attenzione: il narcisismo non è una patologia, ma un tratto del carattere proprio della personalità di ciascuno di noi. I problemi nascono quando il sé diventa l’unico elemento di attenzione della persona, fino ad arrivare ad uno stato patologico inquadrato come disturbo narcisistico di personalità.

[2] Cesare Musatti, Trattato di Psicanalisi, 1949, Bollati Boringhieri, libro secondo, pag. 209

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