Negli ultimi anni stiamo assistendo a un aumento enorme delle richieste di valutazione ADHD negli adulti.
Da un lato è una buona notizia: molte persone stanno finalmente ricevendo spiegazioni che aspettavano da una vita.
Dall'altro, però, esiste un rischio reale: confondere l'ADHD con gli effetti di una lunga storia di stress, trauma o disregolazione del sistema nervoso.
Per capire perché succede, dobbiamo parlare di qualcosa che spesso viene trascurato:
la regolazione del sistema nervoso.
Quando una persona cresce in un ambiente imprevedibile, invalidante, caotico o percepito come minaccioso, il sistema nervoso può imparare a rimanere costantemente in stato di allerta.
Questo stato viene spesso definito iperattivazione (hyperarousal).
In pratica il cervello riceve continuamente il messaggio:
"stai attento, potrebbe succedere qualcosa."
Il risultato?
- difficoltà a concentrarsi
- facile distraibilità
- impulsività
- irrequietezza
- problemi di memoria di lavoro
- difficoltà a pianificare
- forte reattività emotiva
- affaticamento mentale
Se questi sintomi vi ricordano l'ADHD, non siete gli unici.
a livello comportamentale ADHD e trauma possono assomigliarsi moltissimo.
Una persona con trauma può sembrare distratta perché il suo cervello è impegnato a monitorare il pericolo.
Una persona con ADHD può sembrare distratta perché il suo cervello fatica a regolare attenzione, motivazione e funzioni esecutive.
Dall'esterno il comportamento può apparire identico. —> Ma il meccanismo sottostante può essere completamente diverso.
La ricerca mostra che la relazione tra trauma e ADHD è complessa.
Una meta-analisi del 2022 che ha incluso quasi 4 milioni di partecipanti ha trovato che le esperienze avverse infantili (ACEs) aumentano significativamente la probabilità di sviluppare sintomi o diagnosi ADHD (OR = 1.68).
Allo stesso tempo, studi recenti mostrano che ADHD e PTSD possono coesistere frequentemente, con tassi di comorbidità riportati tra il 28% e il 36%.
Quindi la domanda corretta non è:
"È ADHD o trauma?"
Molto spesso la domanda è:
"Quale ruolo stanno giocando entrambi?"
Questo è particolarmente importante negli adulti.
Molte persone arrivano a una valutazione dopo anni di ansia, burnout, difficoltà relazionali, procrastinazione, senso di fallimento e disregolazione emotiva.
Alcune scoprono un ADHD rimasto invisibile per decenni.
Altre scoprono che buona parte delle loro difficoltà è legata a una storia di trauma, ipervigilanza o stress cronico.
Altre ancora scoprono che sono presenti entrambe le cose.
E qui arriviamo al punto più importante.
Il rischio non è avere una diagnosi. Il rischio è avere la diagnosi sbagliata.
Se chiamiamo ADHD ciò che è principalmente una risposta traumatica, rischiamo di ignorare il ruolo della storia di vita, dell'attaccamento, della sicurezza e della regolazione emotiva.
Se chiamiamo trauma ciò che è ADHD, rischiamo di lasciare una persona senza spiegazioni adeguate per difficoltà presenti fin dall'infanzia.
Per questo una buona valutazione non dovrebbe limitarsi a un questionario online o a una lista di sintomi.
Dovrebbe esplorare:
- la storia evolutiva
- l'età di comparsa dei sintomi
- il funzionamento nei diversi contesti
- la presenza di eventi traumatici o esperienze avverse
- il profilo attentivo ed esecutivo
- la regolazione emotiva
- il funzionamento del sistema nervoso
Perché sintomi simili non significano necessariamente cause uguali.
E quando comprendiamo la causa, cambia completamente il modo in cui aiutiamo la persona.
C'è poi un altro aspetto di cui si parla poco.
Oggi molte persone arrivano a una valutazione chiedendosi se abbiano l'ADHD. —> E questo ha perfettamente senso.
Negli ultimi anni la conoscenza dell'ADHD è cresciuta enormemente. Esistono criteri diagnostici ben definiti, strumenti di valutazione specifici, una vasta letteratura scientifica e una crescente consapevolezza pubblica.
Per molte persone, ricevere una diagnosi di ADHD significa finalmente trovare una spiegazione a difficoltà presenti da sempre.
Ma esiste anche un'altra possibilità che merita attenzione.
A volte ciò che stiamo osservando non nasce principalmente da una condizione neuroevolutiva.
A volte nasce da anni di adattamento.
Da un sistema nervoso che ha imparato a vivere in allerta.
Da esperienze relazionali difficili.
Da ambienti imprevedibili.
Da ferite che non sempre vengono riconosciute come tali.
E qui emerge una differenza importante.
L'ADHD, in quanto condizione neuroevolutiva, può risultare in alcuni casi più facile da accettare e comprendere.
Esiste una spiegazione neurobiologica.
Esiste un modello che aiuta a dare senso alle difficoltà.
Esiste una narrazione relativamente chiara.
Il trauma è spesso diverso.
Perché il trauma non parla soltanto del cervello.
Parla della storia.
Parla delle relazioni.
Parla di ciò che è accaduto.
E talvolta di ciò che sarebbe dovuto accadere e non è accaduto.
Riconoscerlo può significare aprire porte che per anni abbiamo imparato a tenere chiuse.
Comprensibilmente.
Perché quelle porte non si sono chiuse per caso.
Molto spesso si sono chiuse per proteggerci.
Per permetterci di andare avanti.
Per continuare a funzionare.
Per sopravvivere.
Per questo motivo alcune persone possono trovare più facile interrogarsi sulla possibilità di avere l'ADHD che esplorare l'ipotesi che una parte della loro sofferenza possa essere collegata alla propria storia di vita.
Ma il punto non è scegliere l'ipotesi più rassicurante.
Il punto è comprendere quale spiegazione descrive meglio la realtà.
Perché ADHD e trauma non sono la stessa cosa.
Possono assomigliarsi.
Possono coesistere.
Possono influenzarsi reciprocamente.
Ma hanno origini, significati e implicazioni terapeutiche differenti.
E trattarli come se fossero la stessa cosa rischia di allontanarci proprio da ciò che una buona valutazione dovrebbe cercare:
capire che cosa sta realmente succedendo a quella persona.
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