Adolescenza

Figli adolescenti - Genitori disorientati

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L’ IDENTITA' SESSUALE

Presentazione
Interrogarsi sull’identità sessuale significa porsi delle domande sull’essere maschio o essere femmina. Questo aspetto nell’adolescenza assume una varietà di caratteristiche; e mai come in questo periodo i teorici si interrogano sulle implicazioni sociali e familiari che ciò ha.

Premessa

Prima di entrare nel vivo della conversazione, vorrei fare una piccola premessa. Quando stavo preparando l’incontro di questa sera scrivendo il titolo del percorso che state facendo “Genitori adolescenti e figli disorientati”, l’ho scritto così in maniera automatica e spontanea che quando mi sono accorta dell’errore la cosa mi ha fatto riflettere molto.
Genitori adolescenti, figli disorientati.
Questo mio apparente banale errore racchiude una grande verità: avere un figlio è un ritornare come in una flash back ai bisogni e alle angosce dell’età in cui si trova il figlio, e questo può essere doloroso. Significa che la particolare fase che vostro figlio sta vivendo ha delle risonanze emotive e psicologiche su ognuno di voi. Risonanze vuol dire che appunto che ciò che vive vostro figlio con tutte le sue sfumature tipiche dell’adolescenza è come se originasse delle vibrazioni particolari anche in voi tali da stimolare il ricordo e il vissuto emotivo della vostra adolescenza passata, con tutti i suoi bisogni e le sue angosce.

Siete chiamati in questo senso a fare tre sforzi:
 

  • quello appunto di sintonizzarvi sulla fase di crescita che vostro figlio sta attraversando, pena la fuga, la chiusura e il conflitto
  • quello di sintonizzarvi tenendo sotto controllo quelli che sono stati i vostri conflitti adolescenziali non risolti per non scaricarli addosso a vostro figlio attraverso l’uso del controllo e la manifestazione di ansie eccessive
  • quello di gestire anche questa sintonizzazione pensando che vostro figlio passa l’adolescenza in una generazione diversa della vostra ESEMPIO: vi parlo di un esempio per farvi capire meglio


Io sono psicologa e psicoterapeuta questo vuol dire che……………… se non ho risolto alcune cosette tenderò a portare il paziente dove io sono stata, sulle scelte che ho fatto io nella situazione analoga. E lo stesso fa il genitore , se non divide ciò che è stata la sua esperienza con le difficoltà che lui ha avuto dall’esperienza del figlio il rischio è di continuare a passare lo stesso bagaglio che a loro volta ci hanno passato i nostri genitori. Noi le chiamiamo le cosiddette catene di S. Antonio.
Se il genitore non ha risolto alcuni aspetti, il figlio immancabilmente glieli restituisce. È per quello che dico che i nostri figli indirettamente ci fanno terapia. Quel comportamento che a me disturba io lo posso interpretare o come problema suo da cui difendermi o con cui entrare in conflitto o messaggio per me che devo cambiare qualcosa in me per far star meglio quella particolare relazione. È anche per questo che alcune coppie di genitori vanno in crisi quando i propri figli giungono a questa età.

Ora vorrei porvi una domanda: che cosa pensate dell’adolescenza? C’è qualcuno che vuole intervenire e dire che cos’è l’adolescenza?

Quindi è un problema o una risorsa? L’adolescenza non è una malattia, non è un problema sociale da etichettare e da cui difendersi. È anche una creazione di noi adulti della nostra inquietudine di fronte a ciò che cambia e non sappiamo controllare. Il rischio è di non vedere più i ragazzi e le ragazze di cui si parla, coi loro corpi che cercano forma, con le parole che spesso solo loro comprendono, con la paura e la voglia di crescere. Io vorrei parlare di un’età che non è solo crisi e disagio, ma anche e soprattutto spinta vitale verso il cambiamento.

Vi racconto un fatto: in un corso di formazione per operatori di centri di ascolto per giovani si propose di dedicare parte della prima sessione di lavoro a definire il nostro oggetto di studio. Si definì l’adolescenza come quel tempo posto tra l’infanzia e l’età adulta, mettendone in evidenza il carattere di passaggio e di transitorietà. Su questa base si propose di redigere una lista di aggettivi riferibili al termine “adolescente”, al termine “adulto” e al termine “bambino”. Si scoprì una forte convergenza di opinioni nell’assegnare:
 

  • all’adulto attributi quali la stabilità, la responsabilità, la maturità, l’equilibrio, la serietà
  • all’adolescente l’incertezza, il dubbio, l’instabilità, il cambiamento
  • al bambino la dipendenza, la fantasia, la capacità di gioco, la leggerezza
     

Si chiese poi alle persone del gruppo di scegliere tra tutti gli attributi quelli che ognuno avrebbe potuto riferire a se stesso al momento attuale e si scoprì che la maggior parte delle qualità adolescenziali ed infantili erano presenti ed attuali per ognuno, mentre molte delle qualità adulte erano presenti più come tendenza verso e costituivano più una sorta di meta, o attributi che si raggiungevano ma non in maniera stabile nel tempo. Il passaggio dalle parole etichette all’esperienza viva di ognuno trasformò profondamente l’atteggiamento degli operatori, ora più coinvolti e disponibili ad abbandonare pregiudizi e rigidi atteggiamenti classificatori.


Quindi è il nostro stesso pensare e il nostro stesso sentire che costruisce ciò che io sto guardando. Chi guarda e osserva la realtà per conoscerla e interpretarla, le attribuisce certe caratteristiche a partire da ciò che sa e da ciò che cerca, includendo sempre in questo interpretare anche componenti del suo mondo personale, della sua storia, delle sue implicazioni affettive.

Per capire il tipo di occhiali-filtro che sto usando con mio figlio posso interrogare le mie reazioni alle provocazioni tipiche che il suo essere adolescente mi manda: reazioni di osservazione, stupore, rispetto? Di fuga, chiusura, negazione? Di controllo?
Riconoscere questo, cioè che in quello che vedo io sono parziale e vedo con i miei occhiali-filtro aiuta tantissimo il genitore a distinguere quello che è il bisogno di conoscenza dal bisogno smoderato di controllo sul figlio e sulle emozioni del figlio. È necessario saper raccogliere la sfida e reggere la tensione, l’ansia che i mutamenti del figlio comportano sui miei vissuti, quindi anche l’ansia di non aver risposte istantanee a quello che succede affinché la descrizione, non diventi appunto etichettante e difensiva cioè esorcizzante la mia ansia e il mio disagio (se è mio figlio il problema, io mi salvo, perché è lui l’adolescente.

Va allora riconosciuto che le caratteristiche attribuite all’adulto maturo, che sembrano riferirsi ad una sorta di stabilità acquisita e duratura, non hanno un effettivo riscontro nell’esperienza di nessuna persona reale. I problemi che si incontrano per la prima volta nell’adolescenza, scelte, dilemmi, rapporto coi cambiamenti continui, non vengono superati in questa fase, ma iniziano a partire da lì e a far parte del panorama esistenziale di ognuno di noi. Sono tensioni che rimangono più o meno attuali per ogni adulto alle prese col vivere.
Alcuni teorici pensano che la permanenza di risorse infantili ed adolescenziali nell’adulto quali la capacità ludica, l’instabilità, la dipendenza, l’incertezza come una fissazione quasi patologica ad una fase che impedirà per sempre la maturità. Si svalutano così enormi potenziali vitali mai superati, né superabili e diventa così anche un’etichetta per l’adulto che ahimè è anche lui un adolescente.

Immaginate allora un adulto che si situa semplicemente al di là dell’adolescenza senza lasciarsi da questa interrogare è un palo rigido che non può entrare in contatto coi propri figli, si mette semplicemente al di là della siepe difendendosi e sviando quindi il problema che non ha mai superato. Ma quello che si lascia interrogare è un adulto che non ha mai terminato di fare i conti con l’instabilità e l’incertezza e che può per questo mettersi in rapporto con il potenziale e con il rischio di cambiamento che i giovani gli propongono.

Quindi abbiamo delineato indirettamente quali sono le prerogative che un genitore sufficientemente buono deve saper acquisire per gestire in maniera piuttosto serena l’adolescenza del figlio:
 

  • osservazione e rispetto per la diversità
  • dare il permesso di essere se stessi e di sentire quello che sentono
  • interrogazione e filtro dei nostri pregiudizi
  • tollerare l’ansia dell’incertezza
     

Entrando nel vivo del tema di stasera vuol dire allora per noi genitori interrogarsi anche sul nostro essere maschio ed essere femmina ossia sulla nostra identità sessuale.


Com’è che ci formiamo un’identità sessuale?

Al momento della nascita ad ognuno di noi viene attribuita una specifica appartenenza sessuale attraverso l’osservazione dei genitali esterni (o nel migliore dei casi con l’ecografia).
Questo riconoscimento rappresenta l’inizio di un percorso che segnerà l’intera esistenza dell’essere umano, il primo passo per il costituirsi dell’identità sessuale. È facile però rendersi conto che non sono soltanto i genitali che fanno di noi un uomo o una donna. Accanto a questi elementi biologici se ne aggiungono altri che chiameremo sociali e che consistono nel diverso modo che l’ambiente ha di interagire con le persone, dipendentemente dal sesso. Il riconoscimento del sesso alla nascita è il primo msg che il mondo esterno ci invia nel nostro genere sex. Poi durante la vita seguono una miriade di altri messaggi del mondo circostante che giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza confermano o meno la nostra identità sessuale.
Questo ci fa capire che maschi o femmina non solo si nasce ma si sceglie di essere e si diventa.

Il cambiamento del corpo

L’adolescenza è un momento tra i più significativi. E il primo passo per questa trasformazione è appunto la trasformazione a cui il corpo va incontro. Il cambiamento della forma del corpo è repentina come i movimenti di crescita della prima infanzia ma per la rapidità con cui avviene e per la capacità di attenzione che il soggetto porta su di sé, non ha precedenti nella propria esperienza soggettiva.
È vero anche che il buon andamento di questi passaggi dipende in grandissima parte dalla qualità della crescita precedente, da quanta dignità e senso le relazioni familiari hanno riconosciuto alla sfera sessuale, all’espressione degli affetti e all’intimità fisica.
Naturalmente anche le potenti influenze dei messaggi esterni esercitano un forte peso, ma si ritiene ormai unanimemente che, anche in presenza di un ambiente sereno e accogliente, esistano maggiori e talvolta insuperabili difficoltà ad una serena identificazione di genere per quegli adolescenti cresciuti in un contesto familiare dove ha dominato la svalutazione, la paura, la colpa, l’inibizione e la severe repressione e negazione della sessualità. La capacità di innamorarsi e di provare un’intensa attrazione per un altro essere è il segno più caratteristico di questa età e la più convincente dichiarazione di salute che un adolescente possa dare di sé. L’innamoramento sancisce il passaggio dai vincoli familiari alla capacità di stabilire legami duali, esterni alla famiglia.

Il lutto dall’infanzia

Come abbiamo visto il processo di costruzione dell’identità di genere che consiste per il ragazzo nell’assumere e integrare oltre all’immagine del corpo sessuato gli affetti e le emozioni del proprio sesso, presume la capacità di mettersi in relazione con gli individui appartenenti all’altro sesso. Questa conquista presuppone anche una profonda esperienza di perdita e di rinuncia. L’adolescenza segna la fine dell’infanzia basata sulla possibilità di giocare sia al maschile che al femminile senza destare troppe preoccupazioni nell’ambiente sociale e familiare e rappresenta il passaggio alla dualità.
Con la maturazione del corpo e lo sviluppo della sessualità l’adolescente esce da questa sorta di onnipotenza infantile, rinuncia ad avere per sé tutte le possibilità ed assume una delle due metà del cielo: avere un’identità di genere significa acquisire la consapevolezza di essere soltanto una parte: o maschio o femmina. Quindi automaticamente si incontra con un primo grande limite: significa per lui accettare una parte della vita che non controlla, che non è sotto il suo potere e volere, ma in mano ad altri esseri.
Genitori che perpetuano il controllo sui propri figli in questa età in realtà nascondono una difficoltà a relazionarsi con il sesso del proprio figlio e il bisogno di controllarlo per compensare una mancata risoluzione di una propria identità sessuale positiva...
Una posizione adeguata è invece per l’adolescente una rinuncia a ciò che non si è e non si ha e la capacità insieme di cercare tutto questo fuori di sé, nella relazione con l’altro sesso, imparando a chiedere. La funzione della sessualità come possibilità di dare e provare piacere con l’altro, riconoscendone i bisogni e facendo dono di sè, è l’area dell’esperienza privilegiata per il buon esito di questo percorso. Il fallimento di questo processo di integrazione porta al mantenimento di vissuti di onnipotenza e nelle relazioni interpersonali alla necessità di esercitare il controllo sull’altro al posto di vivere l’incontro in modo complementare e sereno Nelle iniziazioni di molte culture, si riscontra la presenza costante di esperienze volte a far vivere in modo ritualizzato ai giovani, nel momento del passaggio, situazioni che si distaccano dalle regole comunemente seguite in forma di vere e proprie inversioni di ruoli. Nella possibilità di vivere il mondo alla rovescia entro i confini di pratiche ritualizzate è contenuta la possibilità di entrare in contatto con il lato oscuro della realtà e a farsi abitare da esso senza esserne travolti. Come una specie di teatro.

Riflessi culturali e sociali

A proposito di cultura possiamo parlare anche delle influenze sociali e culturali sulla costruzione dell’identità sex. Nelle culture tradizionali le attribuzioni al genere sessuale sono molto rigide. Nascere maschi o femmine contiene un destino segnato. Una pista forse angusta ma sicura. I gesti, i segni le aspettative sono sempre chiare e distinte: il maschio è.., il maschio fa..; la femmina è, la femmina fa.
Nelle culture contemporanee come la nostra ad esempio, i modelli del maschile e del femminile tendono invece ad uscire dai loro rigidi confini, sono meno definiti. Quindi il problema dell’essere maschi o femmine per gli adolescenti è in gran parte da costruire.
Sul versante femminile si è indebolito il modello della donna-madre, sesso debole che si occupa dell’accudimento e della cura dei figli e si è rafforzato il modello donna in emancipazione attraverso il lavoro, la carriera e l’assunzione di maggiori responsabilità pubbliche. In tensione tra questi due poli i percorsi delle ragazze di oggi escludono l’esistenza di una possibilità tranquilla e scontata di pensarsi e costruirsi come donne.
Sul versante maschile si indebolisce il riferimento tradizionale alla mascolinità come forza, aggressività, coraggio, avventura, competizione e rischio. Il mondo maschile si apre alla possibilità di integrare aspetti di tenerezza, di fragilità e di vicinanza che sono oggi più espliciti e vanno a modulare positivamente l’ansia della prestazione, della forza e della capacità continua di dare protezione e sicurezza, ma rendono a volte problematico il vissuto del maschile e alimentano in modo più o meno consistente il fantasma dell’omosessualità.
L’apparente maggior diffusione dell’omosessualità maschile è anche il risultato di una maggior visibilità, del fatto che se ne parla di più e più liberamente. Quello che è certo è che aumenta la quantità di coloro che si dichiarano o si pensano omosessuali.
Nella maggior parte dei casi questa scelta riguarda una grande incertezza nell’identificazione maschile, proprio a causa della scoperta di dimensioni affettive “femminili” all’interno della relazione di amicizia. Cosa che invece è socialmente accettabile nell’amicizia femminile.
Viceversa per i maschi, nel quadro culturale ancora dominante, provare affetto, tenerezza, desiderio di contatto fisico verso un amico non può configurarsi per il ragazzo che come il verdetto esplicito su un dubbio che accompagna per ragioni culturali la sua maturazione sessuale: sono davvero un uomo? Provare questi sentimenti potrebbe diventare la conferma della minaccia temuta e spingere verso la fuga e la negazione, oppure verso una scelta talvolta troppo rapida e definitiva. Questa assolve allora la funzione di far uscire dall’incertezza, pur con i costi che comporta, e talvolta si presenta comunque meno pesante che tollerare la sospensione e l’indeterminatezza.
Una volta attuata la scelta trova comunque conferme sociali e culturali e diventa per molti una strada obbligata, una profezia che si autorealizza.

Maschile e femminile

Ricapitolando : la costruzione dell’identità sessuale è, a mio parere, basata su un’infinità di fattori. Si parte dal sesso biologico per poi andare incontro a tutti gli influssi familiari e sociali. Per esempio il modo in cui veniamo allevati, i giocattoli che ci vengono offerti sin da piccoli, le attribuzioni di senso che i genitori danno sul sesso del bambino/ragazzo, le aspettative che gli stessi hanno sul sesso del nascituro, assieme alle scelte sessuali che al giorno d’oggi si possono fare. Per esempio voi non avete idea di quanto sia importante nella costruzione dell’identità del bambino, il desiderio di preferenza che il genitore “dominante” potrebbe avere rispetto al sesso del bambino. Maschile e femminile costituiscono un processo che non finisce mai.
D’altro canto se vissuti in un ambiente familiare che reprime certe manifestazioni (aggiungo non in maniera patologica) è possibile ad ogni età riscoprire la propria appartenenza femminile o maschile.
Definire che cosa è maschile e femminile al giorno d’oggi è molto più difficile e arduo di qualche tempo fa. Oggi assistiamo alla diffusione dei genitori maschi che partecipano attivamente alla crescita dei figli. donne che tentano di rubare il ruolo maschile agli uomini, uomini che vogliono rubare il ruolo materno alle donne. Questo ci sta ad insegnare che si ci sono diversità ma non fisse né date una volta per tutte. Per esempio il modo che un papà tiene in braccio un bambino è diverso sia in forma e qualità dal modo in cui lo tiene in braccio la mamma.
Vedremo che effetto farà tra qualche anno il fatto che i papà sono più presenti appunto nella crescita dei figli.

Implicazioni familiari

Gli adolescenti di oggi che si trovano a vivere in questo grande cambiamento culturale si trovano a vivere una condizione di scelta aperta. Essere uomo o essere donna non è data e non basta come tale, perché è necessario anche orientarsi su che tipo di uomo o che tipo di donna essere. Inoltre il riferimento ai propri genitori come modelli rispetto all’identità di genere è debole e spesso prevale una forte tensione ad essere comunque diversi.
La vera novità degli eventi adolescenziali che riguarda l’identità sessuale e anche il cambiamento del corpo non è data solamente dalla particolare intensità e velocità dei mutamenti del corpo, come di solito si tende a sottolineare, ma dal fatto come ho detto prima che l’adolescente è per la prima volta spettatore consapevole del mutamento che lo riguarda ed è dunque impegnato in un processo di controllo e di attribuzione di senso a ciò che gli accade.
Contemporaneamente impara ad utilizzare nuove risorse che si rendono disponibili.
Resta vero che questi cambiamenti sono anche visibili e visti dall’esterno, e interessano alcuni spettatori privilegiati (genitori, fratelli e altri adulti significativi). Anche questi ultimi sono coinvolti emotivamente nell’operazione di:
 

  • accogliere emotivamente il cambiamento,
  • di attribuirvi senso mantenendo la possibilità di riconoscere l’adolescente e se stessi in questa trasformazione
     

Quindi oltre alla tensione interiore che il ragazzo vive, va tenuta presenta anche la tensione relazionale e sociale che si viene a creare, proprio a partire dalle modificazioni del corpo e in particolare della sessualità. Questa tensione è data dal fatto che l’adolescente e l’adulto sono implicitamente e automaticamente (mi vien da dire senza via di uscita) chiamati a rinegoziare un senso comune da attribuire alle loro rispettive presenze ed alla relazione che li lega.

La salvaguardia della diversità, la differenza dei ruoli, l’indipendenza e la libertà personale di autodefinirsi, coabitano con la necessità di mantenere il legame affettivo che sostiene l’autoriconoscimento, il riconoscimento dell’altro e il senso di permanenza e di continuità.
Occorre infine ricordare che un elemento spesso trascurato, che questo momento di ridefinizione di sé e di reciproco riconoscimento legato alle trasformazioni del corpo avviene in coincidenza di un analogo grande cambiamento fisico del genitore, che mediamente si trova ad entrare nella seconda metà della vita, in quella fase che si apre intorno ai quaranta anni. Anche il genitore è comunque impegnato in un mutamento che riguarda il suo corpo e tutta la sua esperienza.
Nel processo di costruzione dell’identità sessuale ci sono due fasi importanti che segnano la strada verso un polo o verso l’altro.
 

  • Dai 3 ai 6 anni : fase della Socializzazione, dell’identità e dell’immaginazione (permessi per affermare il proprio potere e la propria identità)
  • Dai 12 ai 19 anni : fase dell’adolescenza e della separazione (permessi per essere sessuali e per separarsi)

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