18 anni e il problema e la mia famiglia

Tiberio

Ciao io sono Tiberio e il mio problema e un padre che e sempre scorbutico offensivo verso i miei confronti e che mi ha fatto passare traumi infantili molto profondi però questo diciamo che e un problema vecchio. Ora in fatti il mio nuovo problema e mia sorella che mi tratta come se fossi un mostro da evitare e trattare veramente male con un atteggiamento da menefreghista e molto provocatorio in fatti ogni volta che mi tratta così vorrei stenderla o sbatterla al muro, Ma giusto che sono una persona matura capisco che e una cosa molto sbagliato quindi e da 3 anni che provo invece di arrabbiarmi con mia sorella provo ad parlare con mia madre e dirle che giusto che e la madre deve cambiare le cose (capisco che sia difficile però in 3 anni mi sembra il minimo) però in un modo od un altro lei mi mette nel torto iniziando a dire che sono io che devo cambiare, ed effettivamente io sono cambiato molto ma non basta migliorare se stessi per migliorare anche quello degli altri. Ormai con questi discorsi mi sto perdendo anche io c'è io vorrei solo che mia sorella non avesse un rapporto con me da menefreghista e che mia madre per una volta capisca che il problema non sono io ma mia sorella. (Piccole aggiunte non mi sono ancora tagliato e non voglio mai farlo, non mi drogo, non fumo, e non bevo alcolici)

13 risposte degli esperti per questa domanda

Ciao Tiberio. Innanzitutto ti ringrazio per la fiducia nel raccontare la tua storia. Ci tengo anche a dirti che l'aggiunta che hai fatto alla fine del messaggio è importantissima: il fatto che tu non ricorra a valvole di sfogo distruttive come l'autolesionismo, l'alcol o le sostanze descrive una grandissima forza interiore e una forte lucidità, qualità preziose che ti aiuteranno a fare chiarezza in questo groviglio familiare. Dal punto di vista relazionale, la situazione che vivi in casa è dolorosa ma risponde a dinamiche familiari molto precise. Proviamo a guardarle insieme per capire perché ti senti così bloccato e come puoi uscirne.

Dici una cosa giustissima e profondamente matura: "Non basta migliorare se stessi per migliorare anche il comportamento degli altri". È una grande verità. Tu sei cambiato, sei cresciuto, eppure ti ritrovi sempre nello stesso ruolo: quello che viene messo nel torto. Nelle famiglie in cui c'è un passato di traumi o un padre "sempre scorbutico e offensivo", spesso si crea una dinamica inconscia in cui si ha bisogno di un capro espiatorio. Tua madre, probabilmente per anni, non ha potuto o saputo gestire la durezza di tuo padre. Quando tu vai da lei a chiedere un intervento per il comportamento provocatorio di tua sorella, chiedi a tua madre di fare un ruolo (quello dell'autorità che protegge e mette ordine) che forse lei non è in grado di ricoprire. Di conseguenza, per tua madre è emotivamente "più facile" e meno minaccioso dire a te che devi cambiare, piuttosto che andare a scontrarsi con tua sorella o mettere in discussione l'equilibrio (seppur disfunzionale) della casa. Questo ti fa sentire profondamente frustrato e non capito, ma ti fa capire che il problema non è la tua mancanza di miglioramenti, bensì l'incapacità del sistema familiare di accoglierli. Tua sorella ha un atteggiamento menefreghista, evitante e provocatorio. Spesso, tra fratelli, i comportamenti provocatori sono dei tentativi goffi e distorti di attirare l'attenzione o di scaricare tensioni che appartengono all'ambiente familiare generale (le ombre dei traumi infantili di cui parlavi). Quando lei ti provoca e tu cerchi di risolverlo passando attraverso tua madre, si crea un "triangolo" relazionale che blocca la situazione. Tua sorella vede che parli con tua madre e questo potrebbe farla irrigidire ancora di più nel suo ruolo di "provocatrice", mentre tu rimani intrappolato nell'attesa di un intervento materno che, in tre anni, hai visto che non arriva. Visto che hai dolorosamente constatato che non puoi cambiare tua sorella e non puoi costringere tua madre a vedere le cose come stanno, l'unica strada per non "perderti" in questi discorsi è spostare il focus su di te e sui tuoi confini personali.

Hai 18 anni, sei un adulto a tutti gli effetti. Questo è il momento perfetto per investire le tue immense energie e la tua maturità all'esterno: nello studio, nel lavoro, nelle amicizie, negli sport o negli hobby. Più la tua vita sarà ricca, piena e soddisfacente al di fuori della famiglia, meno peso avranno le dinamiche faticose che vivi dentro casa. Tiberio, hai dimostrato di avere una struttura interna solida: non permettere al clima di quella casa di farti dubitare del tuo valore o della tua maturità. Se senti che questo carico di vecchi traumi e nuove tensioni è troppo faticoso da portare da solo, valuta l'idea di fare qualche colloquio con uno psicologo (magari tramite lo spazio giovani dell'ASL o i servizi della tua zona, che sono gratuiti): ti aiuterà a proteggere lo splendido percorso di crescita che hai fatto finora.

Un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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Ciao Tiberio

grazie per aver condiviso qualcosa di così personale e delicato. Si percepisce chiaramente quanta fatica stai portando e il fatto che tu lo faccia con questa lucidità e maturità, a soli 18 anni, dice molto di te come persona.

Quello che descrivi però, le ferite con tuo padre, la relazione difficile con tua sorella, il sentirti incompreso da tua madre, è qualcosa di profondo e articolato che merita molto di più di una semplice risposta scritta . Ridurlo a un consiglio veloce rischierebbe di non comprendere appieno la situazione che ti circonda e non porterebbe a dedicarti il tempo necessario. Ciò che emerge dal tuo racconto ha radici importanti e affrontarlo davvero e non solo gestirlo richiederebbe uno spazio dedicato. Ti inviterei a valutare l'idea di un supporto vero all'altezza di quello che stai vivendo. Sei già sulla strada giusta. A volte però quel cammino si fa meglio non da soli

Dott.ssa Francesca Caputo

Dott.ssa Francesca Caputo

Cosenza

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Caro Tiberio,

quando cresci in una casa dove un genitore ti tratta con durezza, ti svaluta, ti ferisce, il corpo impara a vivere in allerta. E quando poi una sorella ti tratta allo stesso modo, non è solo lei che ti fa male: è come se si riaprisse la stessa ferita di allora. Per questo la tua rabbia è così forte. Non perché sei una persona violenta, ma perché sei una persona che ha sofferto troppo e che oggi non ha più spazio per sopportare altro dolore.

Il punto è che tu non stai chiedendo niente di impossibile. Stai chiedendo rispetto. Stai chiedendo un rapporto normale con tua sorella. Stai chiedendo che tua madre, almeno una volta, veda quello che vivi invece di dirti che sei tu il problema. E quando per tre anni provi a spiegarti, a parlare, a essere maturo, e ti senti sempre rimandare indietro la colpa, è normale sentirsi stanchi, confusi, soli.

Tua sorella non ti tratta così perché sei sbagliato. Ti tratta così perché ha imparato un modello familiare in cui è normale svalutare, provocare, ignorare. E tua madre non interviene non perché non vede, ma perché è più facile dire “cambia tu” che guardare davvero cosa succede. È un meccanismo che molte famiglie usano: se c’è un conflitto, si dà la colpa a chi lo nomina, non a chi lo crea.

Tu però hai fatto una cosa enorme: non ti sei lasciato trascinare nel loro modo di fare. Non ti sei fatto distruggere. Non ti sei fatto diventare come loro. Non ti sei fatto del male, non hai cercato rifugi pericolosi, non hai perso te stesso. Hai scelto la strada più difficile: restare lucido, restare integro, restare responsabile. Questo dice molto più di qualsiasi giudizio che loro ti buttano addosso.

Quello che puoi fare ora non è convincere tua madre, né cambiare tua sorella. È iniziare a proteggere te stesso. Significa capire che non sei obbligato a subire provocazioni, che puoi mettere distanza quando serve, che puoi scegliere di non entrare più in discussioni che ti fanno solo male. E significa anche riconoscere che il valore che hai non dipende da come loro ti trattano.

Se senti che può aiutarti, posso guidarti a trovare un modo chiaro e fermo per mettere confini senza sentirti in colpa, così da non restare intrappolato in un ruolo che non ti appartiene.

Un caro saluto,
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
Ricevo anche Online

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Caro Tiberio

Sento di dirti che sono " battaglie perse"

Tu puoi operare un cambiamento solo su te

Nessuno può cambiare qualcun altro 

Un grande in bocca a lupo coraggio e sempre avanti 

Se senti il bisogno di un supporto, non tardare a chiederlo 

Farsi aiutare non è da deboli o sfogati , ma da persone intelligenti e consapevoli

Laura Bonanni 

Dott.ssa Laura Bonanni

Dott.ssa Laura Bonanni

Roma

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Ciao Tiberio, da quello che scrivi si sente che stai cercando di tenere tutto sotto controllo da tanto tempo. E il fatto che in tre anni tu abbia scelto di parlare, invece di reagire con violenza dice parecchio sullo sforzo che stai facendo.

Hai descritto due cose diverse ma collegate: un rapporto difficile con tuo padre, che ti ha lasciato ferite profonde e la sensazione di essere trattato in casa come “quello sbagliato”, anche quando provi a spiegare come stai.

Quando una persona cresce in un clima dove si sente criticata, svalutata o attaccata, può diventare molto sensibile ai comportamenti degli altri, soprattutto dentro la famiglia. E allora anche l’atteggiamento di una sorella può sembrare una conferma continua del fatto di non essere visto, rispettato o capito. La cosa importante è questa: il fatto che tu senta rabbia molto forte non significa che tu sia un mostro. La rabbia spesso arriva quando una persona si sente ignorata, provocata o umiliata per troppo tempo. Quello che conta è cosa fai con quella rabbia. E tu, fino ad ora, hai scelto di non trasformarla in violenza.                      Però c’è anche una parte delicata: stai mettendo tutta la soluzione nelle mani di tua madre. È comprensibile voler essere difesi o riconosciuti, soprattutto da un genitore. Ma a volte i genitori non riescono a fare da mediatori come vorremmo, oppure negano il problema .Questo non vuol dire che tu abbia torto. Vuol dire che forse questa strategia non ti sta aiutando davvero.

Secondo me il punto adesso non è convincere tua madre di chi abbia ragione. È proteggere te stesso e costruire un modo diverso di stare dentro quella situazione senza consumarti. 
Se ne senti il bisogno , ti consiglio di iniziare un percorso con un professionista che ti aiuti . Buona fortuna ,

Dott.ssa Valentina Nicoletti 

Dott.ssa Valentina Nicoletti

Dott.ssa Valentina Nicoletti

Roma

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Ciao Tiberio,
da quello che racconti sembra che tu stia vivendo da tanto tempo dentro dinamiche familiari molto pesanti, e il fatto che tu riesca a parlarne con lucidità dice già qualcosa di importante su di te.

Crescere con un padre offensivo e scorbutico può lasciare ferite profonde. Quando una persona viene svalutata o trattata con durezza per anni, spesso sviluppa una sensibilità molto forte verso il rifiuto, il disprezzo o l’indifferenza degli altri. Quindi il comportamento di tua sorella probabilmente non ti ferisce “solo” nel presente: tocca anche ferite molto più antiche.

La cosa che mi colpisce è che tu riconosci la rabbia (“vorrei stenderla o sbatterla al muro”), ma allo stesso tempo scegli di non agire. Questo è un segnale di controllo e consapevolezza, non di cattiveria. La rabbia, in situazioni come la tua, spesso nasce da sentirsi ignorati, umiliati o continuamente provocati. Non significa che sei un mostro.

Allo stesso tempo, c’è un punto importante da capire: tua madre probabilmente non riesce — o non sa — assumere il ruolo di “arbitro” che tu vorresti. E continuare a cercare da lei il riconoscimento che “il problema è tua sorella” rischia di lasciarti bloccato in una battaglia infinita, perché stai aspettando che qualcun altro validi il tuo dolore prima di poter stare meglio.

Questo non significa che tu abbia torto.
Significa che la soluzione forse non arriverà dal fatto che loro cambino.

Hai scritto una frase molto vera:

“Non basta migliorare se stessi per migliorare anche quello degli altri.”

È corretto. Tu non puoi trasformare tua sorella o tua madre. Però puoi lavorare su una cosa fondamentale: smettere di definire il tuo valore in base a come loro ti trattano.

Perché da come scrivi sembra che tu stia continuamente cercando:

  • rispetto,
  • riconoscimento,
  • comprensione,
  • affetto familiare.

E quando non arrivano, senti esplodere rabbia e frustrazione.

Quello che potrebbe aiutarti davvero non è convincere tua madre che hai ragione, ma iniziare a costruire uno spazio mentale dove il comportamento degli altri non decida chi sei.

Ti dico anche una cosa importante: il fatto che tu specifichi di non tagliarti, non drogarti, non bere, mi fa pensare che dentro di te ci sia paura di diventare “una persona sbagliata” o di perdere il controllo. Ma da ciò che scrivi vedo invece una persona che sta cercando disperatamente di non fare male agli altri e di capire se stessa.

Dott.ssa Fabiana Lefevre

Dott.ssa Fabiana Lefevre

Roma

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Tiberio, ti ringrazio per aver condiviso questa situazione così complessa e dolorosa.

Sento chiaramente il peso di questa dinamica familiare: è estremamente frustrante sentirsi "nella posizione del torto" quando tutto ciò che cerchi è comprensione, riconoscimento del proprio dolore passato e un rapporto sano con le persone a cui tieni.

Il fatto che tu stia cercando di gestire la rabbia in modo maturo, nonostante l'impulso naturale di reagire fisicamente, è una prova di grande autocontrollo.

La tua volontà di rimanere integro, lontano da sostanze o comportamenti autolesivi, è una risorsa preziosa.

Ecco alcune riflessioni pensate per aiutarti a disinnescare questo meccanismo logorante.

Quando provi a parlare con tua madre per "risolvere" il problema con tua sorella, involontariamente stai creando un triangolo comunicativo.

Tu chiedi a lei di essere l'arbitro o di cambiare l'altra persona, ma tua madre, per le sue ragioni (che spesso riguardano i suoi traumi, la sua incapacità di gestire il conflitto o la sua paura di affrontare la verità su tuo padre), si difende rigettando la responsabilità su di te.

Non puoi cambiare tua madre né tua sorella. Cercare di convincerle che "il problema non sei tu" è una battaglia che, purtroppo, ti sta consumando energia senza portarti il risultato sperato.

Ogni volta che solleciti il loro riconoscimento, rimani ferito quando non arriva.

Comprendo che tu voglia che capiscano.

È un bisogno umano sacrosanto.

Tuttavia, in una famiglia dove sono presenti traumi antichi, è possibile che loro siano emotivamente bloccate.

Prova a spostare il focus dalla loro validazione alla tua protezione.

Invece di chiedere a tua madre di cambiare tua sorella, potresti dirle (o decidere per te stesso): "Mamma, non ti sto chiedendo di darmi ragione, ma ho bisogno di dirti come mi sento quando lei mi tratta così. Se non puoi ascoltarmi, ho bisogno di prendere le distanze da queste conversazioni perché mi fanno male".

Tua sorella, con il suo atteggiamento, sta premendo dei tasti molto sensibili legati al tuo passato.

Quando reagisci (anche solo chiedendo giustizia a tua madre), lei ottiene esattamente ciò che cerca: la conferma del suo ruolo provocatorio.

Quando lei ti provoca, prova a non dare alcun tipo di gratificazione, né rabbiosa né implorante. Diventa "neutro".

Non è freddezza, è autotutela.

Se non trova la tua reazione (che sia il "volerla sbattere al muro" o il pianto di sfogo), il suo potere sulla tua emotività diminuisce drasticamente.

Hai scritto: "non basta migliorare se stessi per migliorare anche quello degli altri".

Hai perfettamente ragione. Il tuo miglioramento deve servire a rendere la tua vita più serena, non a "riparare" le persone intorno a te.

Se il loro comportamento rimane tossico, la scelta più matura e sana che puoi fare è limitare l'esposizione a quella tossicità, non per punirle, ma per salvare te stesso.

Quando tua madre ti dice che "sei tu a dover cambiare", cosa senti fisicamente nel corpo?

E se provassi, per le prossime due settimane, a smettere completamente di parlare di tua sorella con lei, concentrando le tue energie solo su attività che ti fanno stare bene e ti rendono autonomo, cosa cambierebbe nella tua giornata?

Dott.ssa Micol Loppo

Dott.ssa Micol Loppo

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Nel suo resoconto mancano molte informazioni che sarebbero utili per capire meglio la situazione ed il problema. Non ci dice ad esempio l'età di sua sorella e le vostre attività di lavoro o di studio. A volte i genitori tendono a giustificare i figli minori o quelli che ritengono più deboli.
Penso che può sicuramente migliorare la comunicazione ed i rapporti sia con sua sorella che con sua madre ma deve recarsi da una psicoterapeuta in grado di aiutarla. Sul sito a mio nome trova una pagina dedicata alle relazioni interpersonali e all'approccio terapeutico per migliorarle e risolvere i conflitti.

Dott.ssa Valentina Sciubba

Dott.ssa Valentina Sciubba

Roma

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Buona sera Tiberio, capisco che la convivenza è molto difficile specialmente quando non c'è un buon rapporto con i propri cari, Non ci spiega xchè c'è questo astio fra lei e sua sorella, e non ci scrive i vostri genitori come vi stanno aiutando. Si sicuramente tutti e due dovreste cambiare e soprattutto cercare un aiuto psicologico per sbrogliare ciò che sta succedendo. Dovreste tutte e due fare dei colloqui di psicoterapia, per riuscire a capire il perché vi scontrate così tanto. Chiedete ai vostri genitori di aiutarvi a trovare un modo per risolvere il problemi, l'unica strada e di capire tramite una terza persona cosa vi sta portando a questo. Vi augura di trovare la vostra strada, vi saluto, dott. Eugenia Cardilli.

Dott.ssa Eugenia Cardilli

Dott.ssa Eugenia Cardilli

Roma

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Buongiorno Tiberio, 
da quello che scrivi emerge molta rabbia e anche sofferenza accumulate nel tempo. Sentirsi poco compresi o feriti dalle persone vicine può lasciare segni profondi nel nostro vissuto. 
Però è utile fare una distinzione tra ciò che provi e ciò che fai, avere pensieri di rabbia non significa voler fare del male. Trovare modi sani per esprimerla potrebbe aiutarti molto. Il fatto che tu stia cercando il dialogo e abbia evitato comportamenti autodistruttivi mostra una grande forza e consapevolezza. 
Nel frattempo, uno spazio psicologico potrebbe aiutarti a dare voce a tutto quello che provi senza sentirti solo o sbagliato.  

Un caro saluto
Dott.ssa Rosina Motta
Psicologa clinica  

Dott.ssa Rosina Motta

Dott.ssa Rosina Motta

Catanzaro

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Ciao Tiberio,
dal tuo messaggio emerge tanta rabbia, ma anche una cosa molto importante: nonostante il dolore che provi, stai cercando da anni di controllarti e di non trasformare quella rabbia in violenza. Questo non è un dettaglio da poco.

Crescere in un ambiente familiare percepito come offensivo, svalutante o poco accogliente può lasciare ferite profonde, soprattutto quando per molto tempo ci si sente poco compresi o continuamente messi nel ruolo del “problema”. Quando una persona vive per anni tensioni, provocazioni o sensazioni di rifiuto dentro casa, è normale che accumuli frustrazione e che a volte senta impulsi molto forti di rabbia.

Il punto importante però è che tu sembri chiedere soprattutto riconoscimento: non tanto avere ragione a tutti i costi, ma sentirti finalmente visto, ascoltato e capito da tua madre rispetto a ciò che vivi con tua sorella.

Spesso nelle famiglie succede che si creino ruoli rigidi: uno viene percepito come “quello problematico”, un altro come “quello fragile” o “quello da proteggere”. Quando questi ruoli si fissano nel tempo, qualsiasi tentativo di spiegarsi rischia di trasformarsi subito in conflitto o incomprensione.

Hai anche scritto una frase molto lucida: “non basta migliorare se stessi per migliorare anche quello degli altri”. È vero. Tu puoi lavorare sul tuo modo di reagire, ma non puoi controllare il comportamento di tua sorella o il modo in cui tua madre interpreta la situazione. E questo probabilmente ti fa sentire impotente.

La rabbia che provi verso tua sorella sembra nascere soprattutto dal sentirti provocato, ignorato o trattato come se valessi poco. Quando questo succede continuamente, alcune persone iniziano a vivere ogni atteggiamento dell’altro come una conferma del proprio rifiuto, entrando in uno stato di tensione costante.

Il fatto che tu abbia specificato di non farti del male, di non usare droghe o alcol e di non voler “tagliarti” fa pensare che tu senta il bisogno di dire chiaramente una cosa: “sto soffrendo, ma sto cercando di restare in controllo”. E questa è una parte importante da riconoscere.

Probabilmente oggi il rischio maggiore non è soltanto la rabbia, ma il fatto che tu possa sentirti sempre più solo dentro casa, senza uno spazio dove sentirti davvero compreso.

Per questo potrebbe esserti utile parlare con uno psicologo, non perché tu sia “il problema”, ma per avere finalmente uno spazio tuo dove poter capire meglio come gestire tutta questa rabbia, il senso di ingiustizia che provi e le ferite che ti porti dietro da tempo.

Chiedere aiuto non significa essere deboli. A volte significa interrompere un dolore che da soli si sta cercando di sopportare da troppo tempo.

Dott. Giovanni Noè

Dott. Giovanni Noè

Cosenza

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Gentile Tiberio,

da quello che racconta, sembra che la sofferenza che sta vivendo oggi con sua sorella si inserisca in una storia familiare più lunga, nella quale lei si è sentito spesso ferito, non compreso e poco considerato.

Mi colpisce una cosa: lei dice che, quando sua sorella la tratta con indifferenza o in modo provocatorio, sente una forte rabbia, ma da tre anni cerca di non reagire impulsivamente e prova invece a parlarne con sua madre. Questo mostra uno sforzo importante di controllo e di ricerca di una soluzione diversa dal conflitto.

Allo stesso tempo, ho l'impressione che da molto tempo lei stia cercando di ottenere da sua madre qualcosa di preciso: che riconosca che il problema non è lei, ma sua sorella. E forse ogni volta che questo riconoscimento non arriva, la frustrazione aumenta ulteriormente.

Il punto è che rischia di trovarsi in una posizione molto faticosa: da una parte soffre per il comportamento di sua sorella, dall'altra aspetta che sia sua madre a cambiare la situazione. Dopo tre anni, però, forse vale la pena chiedersi quanto questa strada le stia realmente permettendo di stare meglio.

Non perché sua sorella abbia necessariamente ragione o perché il suo dolore non sia comprensibile, ma perché la possibilità di stare meglio rischia di dipendere da qualcosa che non è sotto il suo controllo: il comportamento degli altri.

Mi sembra anche importante sottolineare un aspetto positivo del suo messaggio. Nonostante la rabbia che descrive, lei è consapevole delle conseguenze che avrebbe agire impulsivamente e sta cercando modalità diverse per affrontare ciò che prova. Questo non va sottovalutato.

Forse oggi la domanda potrebbe diventare meno:

"Come faccio a far capire a mia madre che il problema è mia sorella?"

e più:

"Come posso proteggermi e stare meglio anche se mia madre e mia sorella continuassero a comportarsi come fanno oggi?"

Un caro saluto.

Dott. Vincenzo Capretto

Dott. Vincenzo Capretto

Roma

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Ciao Tiberio,

dal tuo messaggio emerge molta rabbia, ma anche molta lucidità. Hai scritto una frase che mi ha colpito: "Non basta migliorare se stessi per migliorare anche quello degli altri." Credo che questa consapevolezza racconti una parte importante della tua maturazione.

Mi sembra, però, che ci sia un altro aspetto sul quale vale la pena riflettere.

Da quello che racconti, negli ultimi tre anni hai cercato più volte di spiegare a tua madre come ti senti e le hai chiesto di intervenire per cambiare il comportamento di tua sorella. È comprensibile desiderare che un genitore protegga i propri figli e riconosca quando stanno soffrendo. Tuttavia, quando questo riconoscimento continua a non arrivare, può accadere che tutta la nostra energia rimanga concentrata nell'attesa che qualcuno cambi.

Mi chiedo allora quanto questa attesa stia diventando, oltre che dolorosa, anche molto faticosa per te.

Un altro elemento importante riguarda la rabbia che descrivi. Scrivi che, in alcuni momenti, senti l'impulso di reagire con violenza, ma aggiungi anche di esserti sempre fermato perché riconosci che sarebbe sbagliato. Questo è un dato significativo. Non racconta una persona violenta, ma una persona che sta cercando, con molta fatica, di contenere emozioni intense senza trovare uno spazio in cui possano essere comprese.

Mi sembra che tu stia vivendo due esperienze diverse ma strettamente collegate. Da una parte c'è il dolore per come ti senti trattato oggi da tua sorella e per la sensazione di non essere ascoltato da tua madre. Dall'altra ci sono le ferite che descrivi nel rapporto con tuo padre e che, probabilmente, rendono ancora più difficile tollerare situazioni nelle quali ti senti nuovamente svalutato o messo da parte.

Vorrei proporti una riflessione. Forse oggi la domanda non è soltanto "Come faccio a far cambiare mia sorella?" o "Come faccio a convincere mia madre?", ma anche "Come posso prendermi cura di me, anche se loro continuano a comportarsi nello stesso modo?"

Questa domanda non significa arrendersi o dare ragione agli altri. Significa iniziare a costruire uno spazio in cui il tuo benessere non dipenda esclusivamente dal fatto che la tua famiglia cambi.

Hai 18 anni e ti trovi in una fase della vita in cui è naturale iniziare a costruire una tua identità anche al di fuori del contesto familiare. Investire nelle amicizie, nello studio, nel lavoro, nello sport o in altri ambienti nei quali sentirti riconosciuto può aiutarti a non lasciare che siano solo le dinamiche di casa a definire l'immagine che hai di te stesso.

Credo che un percorso psicologico potrebbe esserti utile non perché tu sia "il problema", ma perché possa offrirti uno spazio in cui elaborare le ferite del passato, comprendere meglio questa rabbia e costruire strumenti per proteggerti senza dover continuamente combattere.

Vorrei concludere con una riflessione che nasce dalle tue stesse parole. Alla fine del messaggio senti il bisogno di precisare che non ti fai del male, non usi sostanze e non bevi alcol. Ho avuto l'impressione che tu volessi dire: "Sto soffrendo, ma sto facendo di tutto per non perdere me stesso." Se questa è la tua intenzione, credo sia una risorsa molto importante. Custodiscila e concediti anche la possibilità di chiedere aiuto: non perché sei debole, ma perché nessuno dovrebbe affrontare da solo un dolore che dura da così tanto tempo.

Dott.ssa Claudia Campisi

Dott.ssa Claudia Campisi

Roma

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