Bimbo 30 mesi oppositivo

Maria t

Salve. Sono la mamma di un bimbo di 30 mesi. Da quando ne ha 15 frequenta l’asilo nido. Lo ha sempre frequentato molto volentieri. Inserimento velocissimo e senza problemi di distacco. Ma le educatrici, gia dallo scorso anno ci facevano presente una certa oppositovita alle attività, soprattutto quelle da seduti. Difficilmente rimaneva fermo sulla sedia. La cosa è migliorata per certi versi quest’anno, ma comunque rimane oppositivo (dipende dalle giornate) alle attività, e durante il pranzo, tende ad alzarsi, tra le due portate, e vagare per la stanza, oppure si siede a terra. È molto spesso, batte con le posate sui piatti, istigando anche gli altri a farlo. E va da sé che si crea il caos. Le educatrici ci hanno detto che è un modo per attirare l’attenzione su di sé, ma ovviamente loro hanno altri 15 bambini a cui badare. Il fatto di alzarsi e battere le posate durante il pasto, succede anche a casa, ma non scende dal seggiolone. Altro fattore secondo loro da esaminare, è il suo reagire male ai “no”, e la frustrazione che ne consegue con urla e pianto. Secondo loro dovremmo parlare con il pediatra per farci indirizzare da qualche specialista, per poter aiutare il bambino e di conseguenza noi che ci occupiamo di lui. Io ho sempre pensato si trattasse di atteggiamenti comuni ai bambini di questa età, ma loro, non lo hanno detto esplicitamente, ma ci hanno fatto capire che ci sia un problema. É da tanto che io convivo con questa frustrazione e ansia che mio figlio abbia qualche distrutto e spesso mi rendo conto che questo si ripercuote sul mio rapporto con lui. A chi dovrei effettivamente rivolgermi? Quale figura professionale è più adatta? Grazie

4 risposte degli esperti per questa domanda

Gentile utente,

si sente quanto questa situazione la stia facendo vivere in allarme da tempo, più ancora dei comportamenti di suo figlio. La paura che “ci sia un problema” finisce per pesare anche sul rapporto quotidiano con lui, e questo è un aspetto importante da tenere in considerazione.

Venendo ai comportamenti che descrive: a 30 mesi l’oppositività, la difficoltà a tollerare i “no”, la fatica a stare seduti a lungo, il bisogno di muoversi e di attirare l’attenzione sono molto frequenti. Non indicano automaticamente un disturbo. In particolare, nei contesti di gruppo come il nido, alcuni bambini faticano di più a regolare l’attesa, la frustrazione e l’eccitazione, soprattutto nei momenti meno strutturati come il pranzo.

Questo non significa ignorare ciò che viene segnalato, ma leggerlo senza allarmismi. Le educatrici fanno bene a condividere le loro osservazioni; il loro ruolo però non è fare diagnosi, ma descrivere ciò che vedono in un contesto specifico.

Lei chiede giustamente a chi rivolgersi. Il primo passo corretto è il pediatra, che conosce lo sviluppo globale di suo figlio e può valutare se quanto osservato rientra nella variabilità normale dell’età o se è utile un approfondimento. Qualora fosse indicato, le figure di riferimento sono:

- uno psicologo dell’età evolutiva, per osservare il bambino nel suo funzionamento emotivo e relazionale

- eventualmente un neuropsichiatra infantile, se il pediatra lo ritiene necessario

Non perché “ci sia per forza qualcosa che non va”, ma per avere uno sguardo competente che possa rassicurarla o, se serve, dare indicazioni pratiche.

Un punto centrale, però, è lei. Scrive che l’ansia e la frustrazione stanno influenzando il rapporto con suo figlio. Questo è comprensibile: quando un genitore vive con il timore costante di un problema, ogni comportamento diventa più pesante. A volte il primo aiuto non serve tanto al bambino, quanto a ridare serenità al genitore, perché un adulto più tranquillo è già una grande risorsa per un bambino di questa età.

Rivolgersi a uno specialista non significa etichettare suo figlio, ma uscire dall’incertezza. Meglio un confronto chiaro che mesi di dubbi e preoccupazioni silenziose.

Sta facendo la cosa giusta chiedendo un parere. Questo parla di attenzione, non di allarme eccessivo.

Un caro saluto.

Dott. Vincenzo Capretto

Dott. Vincenzo Capretto

Roma

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Gentile signora,

È importante capire meglio in quali contesti i comportamenti di suo figlio da lei descritti si verifichino, con quale intensità, con quale frequenza, quanto incidano sulla quotidianità e cosa in particolare li scatenino. Effettuare una valutazione potrebbe essere utile anche a lei, per ridurre dubbi e preoccupazioni che, a quanto afferma, incidono sulla relazione con suo figlio. Comprendo bene come l'idea di una valutazione possa spaventarla, se la domanda è "mio figlio ha un disturbo o no?". Per questo le propongo di provare a cambiare domanda: "cosa può essere utile a mio figlio?" "Qual è il suo bisogno e come lo si può ascoltare?". Le suggerirei di rivolgersi a uno psicologo infantile per una valutazione, e potrebbe essere utile anche per lei un sostegno psicologico volto a sostenere, appunto, questo momento di difficoltà. 

Buona sera mamma! Le consiglierei di contattare uno Psicologo che si occupa di età evolutiva e di relazione genitori/figli.

Non serve a molto trovare un vero e proprio problema nel bambino quanto riuscire ad osservare i suoi comportamenti e suggerire strategie efficaci per migliorare il processo evolutivo.

Le auguro di trovare un buon supporto e di riuscire ad essere genitori sereni!

Cara Maria,

capisco molto bene la tua preoccupazione e anche la fatica emotiva che descrivi: quando arrivano osservazioni dall’esterno, soprattutto dal nido, è normale che l’ansia prenda il sopravvento e che inizi a guardare tuo figlio con uno sguardo più allarmato, anche a casa.

Parto da un punto importante: a 30 mesi molti dei comportamenti che descrivi rientrano ancora pienamente nello sviluppo tipico. La difficoltà a restare seduti a lungo, l’oppositività selettiva, la scarsa tolleranza al “no”, le reazioni intense alla frustrazione e la ricerca di attenzione sono molto frequenti in questa fascia d’età, soprattutto in bambini vivaci, curiosi e con un buon livello di energia. A due anni e mezzo l’autoregolazione emotiva e comportamentale è ancora in costruzione e non può essere paragonata a quella di un bambino più grande.

Il contesto del nido, però, amplifica queste difficoltà: ci sono regole di gruppo, tempi strutturati, richieste di stare seduti e condividere l’attenzione dell’adulto con molti coetanei. Alcuni bambini fanno più fatica di altri ad adattarsi a queste richieste, senza che questo significhi automaticamente “disturbo”. Il fatto che tuo figlio abbia avuto un inserimento sereno, che frequenti volentieri e che a casa non scenda dal seggiolone durante il pasto è già un dato importante, perché indica capacità di adattamento e di regolazione diverse a seconda del contesto.

Detto questo, le educatrici fanno bene a segnalare ciò che osservano, ma è altrettanto importante non trasformare un’osservazione in una diagnosi implicita. A questa età non si parla di etichette, ma di capire se il bambino ha bisogno di qualche aiuto in più nella regolazione o se è semplicemente in una fase evolutiva intensa.

La figura da cui partire è proprio il pediatra, non perché “c’è qualcosa che non va”, ma perché può fare una prima valutazione dello sviluppo globale e, se lo ritiene utile, indirizzarvi verso uno psicologo dell’età evolutiva o un neuropsichiatra infantile per un consulto. Spesso basta uno o due incontri di osservazione per restituire ai genitori una lettura più chiara e meno allarmante del comportamento del bambino, e per dare indicazioni pratiche su come gestire i “no”, la frustrazione e i momenti critici.

Un punto fondamentale che vorrei sottolineare riguarda te: l’ansia che stai vivendo è comprensibile, ma rischia di pesare sulla relazione. Quando un genitore è costantemente in allerta, il bambino lo percepisce e può aumentare i comportamenti oppositivi o di ricerca di attenzione. Per questo, oltre a “valutare” tuo figlio, è importante sostenere anche voi genitori nel ritrovare uno sguardo più fiducioso e meno spaventato.

In sintesi: non sei in ritardo, non stai trascurando nulla e non è detto che ci sia un disturbo. Un confronto con il pediatra e, se necessario, con uno specialista dell’età evolutiva può servire soprattutto a fare chiarezza e ridurre la tua ansia, più che a “trovare un problema”.

Un caro saluto,

Dott.ssa Valeria Di Stasi

Psicologa clinica

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