Buongiorno Paola,
Quello che descrivi non è solo una difficoltà relazionale: è un dolore profondo. Hai cresciuto tua figlia da sola, quindi il legame tra voi non è stato “uno tra tanti”, ma probabilmente il centro della tua vita affettiva per molti anni. E oggi ti trovi in una posizione che può far sentire molto impotenti: lei c’è, ma non è davvero raggiungibile.
Questa alternanza che racconti — momenti in cui si avvicina e altri in cui sparisce — è molto difficile da reggere perché tiene viva la speranza, ma allo stesso tempo riattiva continuamente la ferita.
Da una parte c’è tua figlia, che probabilmente sta cercando di costruire una sua autonomia. Quando ci sono stati rapporti molto conflittuali, spesso i figli, per proteggersi, fanno movimenti anche bruschi: si allontanano, poi sentono la mancanza, poi si riavvicinano, e così via. Non è tanto un rifiuto definitivo, quanto una difficoltà a trovare una distanza “sana” che non faccia male.
Dall’altra parte ci sei tu. Una parte di te soffre per la lontananza di tua figlia, non capisce il perché, aspetta, spera. Accanto a questa, può esserci anche una parte più genitoriale dentro di te, che magari si chiede: “Dove ho sbagliato? Cosa dovrei fare per sistemare?”. E nel mezzo, il rischio è che l’Adulto — la parte più lucida e regolata — faccia fatica a trovare uno spazio stabile. La domanda che fai: “Cosa dovrei fare?” è molto importante, ma forse va leggermente spostata perché in una situazione così, tu non puoi controllare i tempi e i movimenti di tua figlia. Questo è doloroso, ma è un dato reale. Quello su cui invece puoi lavorare è come stare tu dentro questa relazione, senza farti continuamente ferire da questa altalena.
Ti propongo alcune riflessioni, non come regole, ma come possibilità. La prima riguarda il contatto, il mostrare di esserci ed essere presente senza richieste implicite. Questo aiuta a non alimentare il ciclo pressione–ritiro.
La seconda riguarda il tuo dolore. Quello che senti è legittimo, ma è importante che non rimanga tutto dentro la relazione con lei. Perché se tutta la tua vita emotiva resta legata ai suoi movimenti, ogni sua distanza diventa devastante.
Qui entra in gioco un lavoro su di te: costruire spazi, relazioni, attività che non sostituiscano tua figlia, ma che ti restituiscano un senso di esistenza anche al di fuori di quel legame. Non è un tradimento nei suoi confronti. È una forma di cura verso di te.
La terza cosa è forse la più delicata. Accettare che, in questo momento, il rapporto con tua figlia è imperfetto, incompleto, in costruzione. Non è chiuso, ma non è neanche come lo vorresti. E stare in questo “in mezzo” richiede una posizione interna nuova, adulta, legata al presente: “Io soffro per questa distanza, ma continuo ad esserci come madre, senza invadere e senza sparire.”
Ti faccio una domanda, se ti va di pensarci. Quando lei si allontana e non si fa sentire per settimane, cosa succede dentro di te, esattamente?
Qual è il pensiero o la sensazione più forte?
Perché lì credo possa esserci una parte importante del lavoro.
Se vuoi, possiamo partire da lì e approfondire insieme.