Voglia di verità

Sara

Buongiorno. Scrivo qui per raccontare liberamente cosa mi è accaduto e spero che possa far sentire meglio anche altri utenti. Io sono orfana di padre e la donna che mi ha partorito si è poi sposata con un mostro che ha abusato sessualmente di me, del suo stesso figlio e di due sue nipoti. Questo per anni. La moglie sapeva e lo copriva. Minimizzava. Poi a scuola io parlai. Intervenne il tribunale che mi affidò a mio nonno, padre di quella donna. Ma non si fece nulla contro il mostro. Era nelle forze armate e si riteneva per questo un uomo difficile da toccare. Io crebbi, mi laureai e ad oggi sono ausiliario di polizia giudiziaria proprio per i crimini che coinvolgono i minori. Il problema è che spesso io non posso andare a trovare mia nonna (la moglie di nonno a cui fui affidata) o parlare con altri parenti di come mi senta quando riaffiora il trauma (ovviamente non ricevetti cure psicologiche, ma si disse solo di non pensare più all'accaduto). Non posso parlare né visitare mia nonna perché quel mostro immondo e la sua disgustosa compagna continuano indisturbati a frequentare casa di mia nonna (pranzi, cene, festività e vacanze le passa con loro pur sapendo bene tutto) e anche quelle di mie zie e cugini perché "sono marito e moglie, a noi non hanno fatto nulla, che ci sta di male?" Oppure perché, se dico che lui deve stare attento (circa dieci anni fa le sue nipoti lo hanno denunciato per violenza sessuale su minore ma erano trascorsi molti anni e lui se l'è cavata con una pena pecuniaria senza processo ma in accordo extragiudiziale che non ha mai pagato perché si è venuto tutto: casa di proprietà, macchina e ora vive a casa della figlia con la moglie) mi sento dire che "cerco vendetta" o che "sono 30 anni che mi sono fissata su un fatto senza andare avanti". Io rispondevo, in passato, che ci sarebbero dovute passare per capire ma ciò non mi faceva stare meglio, anzi, loro addirittura mettono in dubbio la condanna penale di lui dicendo "e allora perché non è andato in galera?". Oggi, forte dei miei 42 anni e, forse, anche del mio lavoro, ho finalmente potuto affrontare tutti e dire loro che sono degli omertosi, che devono smetterla di coprirlo e che, se un giorno un solo bambino venisse a denunciarlo, io non solo farò di tutto per farlo finire agli arresti definitivi ma aggiungerò sia i fatti a me accaduti che la loro stessa copertura, che consente ancora a questo mostro di potersi accostare a dei bambini. Ovviamente la loro reazione è stata di una rabbia violenta, derivata da una paura terribile. Addirittura mi stanno supplicando di non dire mai i loro nomi. Racconto questo come testimonianza: le vittime spesso non denunciano perché costrette al silenzio proprio da chi dovrebbe difenderle. Ma questo non è amore né difesa. È complicità. È un perverso meccanismo sadico di soddisfazione nel vedere la sofferenza altrui, di un soggetto ritenuto scomodo (nello specifico, l'orfana, ma altrettanto potrebbe essere il disabile o il bambino adhd) che si cerca di sopprimere nella psiche e nella volontà. Certo, a volte il sentirmi cosí isolata e incompresa (o forse dovrei dire a priori rifiutata) fa male e non lo nego, cerco di affrontare il dolore grazie ai miei tre animali e piano piano la sua forza si attenua. Spero che possiate pubblicare questo mio contributo e, magari, anche consigliare qualcosa a una "collega" che ancora ha qualche irrisolto. Saluti, Sara

6 risposte degli esperti per questa domanda

Gentile Sara,
la ringrazio per aver condiviso una testimonianza così intensa e dolorosa. Le sue parole restituiscono con grande lucidità non solo la gravità degli abusi subiti, ma anche il peso, spesso ancora più difficile da sostenere, dell’omertà e della negazione familiare. È comprensibile che questo abbia lasciato ferite profonde e che il senso di isolamento e incomprensione riaffiori ancora oggi. Colpisce molto anche la forza con cui ha costruito il suo percorso di vita e professionale: il fatto che oggi lavori proprio nella tutela dei minori racconta una trasformazione significativa del dolore in impegno e responsabilità. Allo stesso tempo, però, da ciò che descrive emerge chiaramente come alcune parti di questa esperienza siano ancora attive dentro di lei, soprattutto quando il trauma riaffiora o quando si trova a confrontarsi con atteggiamenti minimizzanti o neganti da parte dei familiari.
Proprio per questo, se non lo ha già fatto, potrebbe essere importante che lei si conceda uno spazio psicologico personale. Non perché “non sia andata avanti”, ma perché ciò che ha vissuto merita di essere elaborato in un contesto sicuro, protetto e competente, dove il suo vissuto possa essere accolto senza giudizio e senza essere messo in discussione. Anche chi ha grandi risorse, consapevolezza e strumenti, come nel suo caso, può beneficiare di un percorso che aiuti a integrare il trauma, ridurne l’impatto emotivo e alleggerire quel senso di solitudine che descrive. Il fatto che oggi riesca a esprimere con chiarezza i suoi confini e a nominare la responsabilità degli altri è già un passaggio importante. Tuttavia, non deve affrontare tutto questo da sola. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla anche a trovare modalità più sostenibili per stare in relazione con la sua storia familiare, proteggendo al contempo il suo equilibrio emotivo. La sua testimonianza è preziosa e può davvero aiutare altre persone a sentirsi meno sole. Allo stesso tempo, è importante che anche lei possa avere uno spazio in cui essere, prima di tutto, persona e non solo professionista o “testimone”.

Un caro saluto.

Dott.ssa Fioldisa 

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Torino

La Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo offre supporto psicologico anche online

Buongiorno Sara,

ho letto con molta attenzione e con profondo rispetto ogni parola che ha scritto. La prima cosa che sento di restituirle è questa: il suo racconto non è “un fatto vecchio”, non è “una fissazione”, non è qualcosa che si supera semplicemente perché il tempo passa. Il trauma non segue il calendario degli altri. Il trauma resta nel corpo, nella memoria, nelle relazioni, nei luoghi, nelle feste, nei silenzi familiari, nelle stanze in cui chi avrebbe dovuto proteggere continua invece a minimizzare. Ciò che lei descrive non riguarda solo l'abuso subito, già di per sé devastante. Riguarda anche ciò che spesso ferisce una seconda volta: il silenzio, l'omertà, la negazione, il sentimento dire implicitamente o esplicitamente “non disturbare”, “non nominare”, “non rovinare l'equilibrio familiare”. Ma un equilibrio costruito sul silenzio della vittima non è pace: è un peso spostato sulle spalle di chi ha già sofferto troppo. Vorrei dirle una cosa con molta chiarezza: il bisogno di essere creduta, vista, riconosciuta e protetta non è vendetta, è un bisogno umano, profondo, legittimo, è il bisogno che ogni bambina avrebbe dovuto vedere accolto nel momento in cui ha trovato il coraggio di parlare. Mi colpisce molto anche la traiettoria della sua vita: da bambina ferita e non sufficientemente tutelata, oggi è una donna che lavora proprio nell'ambito della tutela dei minori. Questo dice moltissimo della sua forza, ma anche della complessità del suo dolore. A volte chi ha attraversato il trauma ha sviluppato una sensibilità potentissima verso l'ingiustizia; può diventare una risorsa enorme, ma può anche riattivare ferite profonde, soprattutto quando l'ambiente familiare continua a negare o proteggere chi ha fatto male. Non credo che il punto sia “dimenticare” o “andare avanti” nel senso banale che spesso viene imposto alle vittime. Forse andare avanti, per lei, potrebbe significare non essere più costretta a chiedere permesso a nessuno per dare un nome a ciò che è accaduto. Potrebbe significare proteggere la bambina che è stata, senza lasciare che tutta la sua vita resti sequestrata da chi l'ha ferita e da chi non l'ha difesa. Potrebbe significare costruire confini: decidere chi può stare vicino a lei, chi no, quali ambienti sono troppo dolorosi, quali relazioni non sono più nutrienti ma solo riattivanti. Il fatto che lei sente ancora dolore non significa che sia fragile o irrisolta in senso negativo. Significa che qualcosa di molto grave è accaduto, e che alcune ferite non sono state accompagnate, curate, contenute. E proprio per questo potrebbe essere molto importante, oggi, concedersi uno spazio terapeutico stabile, non perché lei “non ce l'abbia fatta”, ma perché ha dovuto farcela troppo spesso da sola. Rispetto ai familiari, mi permetto una riflessione delicata: non sempre chi ha negato per anni è in grado di riconoscere la verità senza crollare, vergognarsi o difendersi con rabbia. Questo non li giustifica.Però può aiutarla a comprendere che forse non sarà da loro che arriverà la riparazione di cui avrebbe bisogno. E allora la cura può diventare anche questo: smettere, piano piano, di cercare acqua da una fonte che continua a restituire veleno. Lei ha scritto una frase molto importante: “le vittime spesso non denunciano perché costrette al silenzio proprio da chi dovrebbe difenderle”. È vero. Ed è una verità dolorosa, ma necessaria. La sua testimonianza può avere valore perché rompe quel silenzio. Tuttavia, insieme alla forza della denuncia simbolica, le auguro anche di trovare un luogo in cui non dover essere sempre forte. Perché anche chi protegge gli altri ha diritto di essere protetti. Anche chi lavora con il dolore altrui ha diritto di prendersi cura del proprio. I suoi animali, da come ne parla, sembrano rappresentare per lei una forma di presenza pulita, semplice e non giudicante. A volte la cura ricomincia proprio da lì, da legami che non chiedono spiegazioni, che non minimizzano, che non tradiscono. Ma merita anche legami umani capaci di stare accanto alla sua verità senza voltarsi dall'altra parte. La ringrazio per aver condiviso una testimonianza così intensa. La accolgo con rispetto, senza ridurla a “sfogo” e senza trasformarla in qualcosa da sistemare in fretta. Ci sono dolori che non chiedono frasi consolatorie, ma presenza, riconoscimento e tempo e da persona a persona, prima ancora che da professionista, le direi questo: la bambina che ha parlato a scuola non era sbagliata. Era coraggiosa. E la donna che oggi continua a nominare la verità non è “fissata”, cercando sta giustizia, protezione e dignità.prima ancora che da professionista, le direi questo: la bambina che ha parlato a scuola non era sbagliata. Era coraggiosa. E la donna che oggi continua a nominare la verità non è “fissata”, cercando sta giustizia, protezione e dignità.prima ancora che da professionista, le direi questo: la bambina che ha parlato a scuola non era sbagliata. Era coraggiosa. E la donna che oggi continua a nominare la verità non è “fissata”, cercando sta giustizia, protezione e dignità.

Dott.ssa Sara Marcon

Dott.ssa Sara Marcon

Vercelli

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Carissima, le segnalo l’associazione Meti Aps che si occupa proprio di questa tematica e accoglie, gratuitamente, persone che hanno subito abusi infantili nei gruppi ama che si svolgono anche online.

Questo non esclude ma completa un eventuale percorso psicologico, che, mi auguro, lei stia facendo o deciderà di fare.

La saluto complimentandomi per il coraggio e per essere passata dalla parte di chi si occupa legalmente di questo terribile e gravissimo problema.

Buona continuazione

Dott.ssa Maria Laura Laurenti

Dott.ssa Maria Laura Laurenti

Dott.ssa Maria Laura Laurenti

Padova

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Salve Sara,
Grazie per le sue parole, sono una testimonianza lucida e precisa. Raramente si incontra una persona con la sua forza e resilienza di fronte ad un abuso così grave come quello che ha subito. Non solo, quello che lei racconta ovvero la percezione reale e concreta di non essere stata protetta proprio da chi dovrebbe farlo per ruolo naturale è disarmante. Da professionista le dico che non è mai troppo tardi per iniziare un percorso di supporto psicologico che possa alleviare il peso che la Sara bambina ha vissuto e che inevitabilmente è dentro di lei.

Vorrei dirle anche che le sue parole sono, ahimè, riscontrabili in tante altre situazioni che mi trovo ad affrontare come professionista. La volontà di preservare le apparenze sociali, anche a scapito della tutela e della sicurezza dei minori, è presente in molte famiglie purtroppo. Io opero come psicologa per l'associazione "La Caramella Buona" che tutela le vittime di reati a sfondo pedofilo. Capita molto spesso di incontrare giovani adulti che per tutta l'infanzia hanno dovuto conservare il segreto di un abuso perche le famiglie non hanno voluto tutelarli, nascondendo la testa sotto la sabbia per evitare di modificare lo status quo. 

Se le fa piacere può visionare il sito dell'associazione e se ha voglia di raccontare la sua storia siamo pronti ad ascoltarla senza alcun tipo di impegno circa le azioni future da intraprendere da parte sua. 

Dott.ssa Giulia Messori

Dott.ssa Giulia Messori

Dott.ssa Giulia Messori

Reggio nell'Emilia

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Sara, quello che hai condiviso è di una potenza rara. Non solo per la gravità di ciò che hai vissuto, ma per la lucidità con cui oggi riesci a leggerlo e a nominarlo. La tua storia mostra con una chiarezza dolorosa quanto spesso la violenza non venga solo agita da chi la compie, ma anche protetta, negata, minimizzata da chi dovrebbe essere il primo baluardo di sicurezza. E questo, per una bambina, è un tradimento che lascia segni profondi.

Il fatto che tu sia cresciuta senza alcun sostegno psicologico, con l’ordine implicito di “non pensarci più”, ha aggiunto un ulteriore strato di solitudine. Eppure, nonostante tutto, hai costruito una vita, una professione, un’identità che non solo non ti definiscono come vittima, ma ti restituiscono un ruolo attivo nella protezione degli altri. Questo non cancella il trauma, ma racconta molto della tua forza.

Il dolore che provi oggi non è un “irrisolto” nel senso di qualcosa che non hai saputo affrontare: è la conseguenza naturale di un contesto familiare che continua a invalidare la tua esperienza, a proteggere chi ha fatto del male e a chiederti silenzio per non disturbare equilibri malati. Il loro comportamento non parla di te, ma delle loro paure, della loro incapacità di guardare in faccia la verità, della loro complicità. E tu lo hai visto con una lucidità che spesso manca anche a molti professionisti.

Il fatto che tu abbia trovato il coraggio di dire ciò che andava detto, di nominare l’omertà, di mettere un limite chiaro, è un atto di integrità profonda. Non è vendetta, non è fissazione: è giustizia interiore. È la voce adulta che finalmente protegge la bambina che non è stata protetta.

Il senso di isolamento che descrivi è comprensibile: quando una persona rompe il silenzio, spesso è proprio chi dovrebbe sostenerla a voltarsi dall’altra parte. Ma questo non significa che tu sia sola. Significa che hai scelto la verità, mentre altri hanno scelto la comodità. E questo, anche se fa male, è un segno di salute.

Il contributo che hai scritto è prezioso perché mostra ciò che molti non riescono a dire: che la violenza non è solo l’atto, ma tutto ciò che la circonda. E che il silenzio imposto è una seconda forma di abuso.

Se c’è un consiglio che posso darti è questo: non pretendere da te di “non sentire più” il dolore. Il trauma non si misura dalla sua scomparsa, ma dalla capacità di riconoscerlo senza esserne travolta. E tu lo stai già facendo. Forse, però, meriti uno spazio tuo, finalmente, dove poter elaborare ciò che nessuno ti ha mai aiutata a elaborare. Non perché tu sia fragile, ma perché sei stata forte troppo a lungo da sola.

Se vuoi, possiamo anche approfondire come proteggerti emotivamente da questa famiglia e come continuare a prenderti cura di te mentre continui il tuo lavoro così delicato.

Io sono Qui!

Un abbraccio 

Dottoressa Arianna Bagnini 

Psicologa Clinica - del Lavoro

Risorse Umane- Organizzazioni 

Ricevo Online 

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Sara, grazie per aver condiviso una parte così importante e delicata della tua storia.

Quello che emerge è che per tanti anni sei stata circondata da persone che, invece di proteggerti, hanno scelto di non vedere. Hanno minimizzato, negato, spostato il problema su di te. E questo, oltre a quello che hai subito, è un altro tipo di ferita: non essere creduta, non essere difesa, essere lasciata sola.

È comprensibile che una parte di te, nel tempo, abbia continuato a cercare da loro un riconoscimento, una presa di posizione, anche solo un “sì, è stato sbagliato”. Ma ogni volta ti sei scontrata con lo stesso muro. E questo fa male, perché è come rivivere un rifiuto ogni volta.

Quello che hai fatto recentemente, però, è molto importante.
Hai smesso di chiedere e hai iniziato a dire. Hai messo un limite. Hai dato un nome alle cose. E anche se la loro reazione è stata forte, questo non significa che hai sbagliato: significa che hai toccato qualcosa che loro non vogliono affrontare.

Ora la domanda non è più “come faccio a farmi capire da loro”, ma “come posso proteggermi io?”.

Forse questo può voler dire accettare, per quanto doloroso, che da loro non arriverà quello che ti è mancato. Non perché tu non lo meriti, ma perché loro non sono in grado di dartelo.
E allora il focus si sposta: meno su di loro, più su di te.

Proteggerti può voler dire anche fare scelte concrete, come non stare in contesti dove quella persona è presente, anche se questo comporta delle rinunce. Non è una sconfitta: è un modo per prenderti cura di te.

E poi c’è il dolore che ogni tanto torna. È normale. Non è perché sei “ferma”, ma perché nessuno ti ha davvero aiutata a elaborarlo. Ti è stato chiesto di dimenticare, ma dimenticare non è guarire.

Il fatto che tu oggi riesca a parlarne, a prendere posizione, a trasformare anche la tua esperienza nel tuo lavoro… dice molto della tua forza.
Ma essere forte non significa non sentire più niente. Significa, semmai, imparare a stare meglio con quello che c’è stato, senza che continui a farti male come prima.

Non sei più sola come allora, anche se a volte può sembrarlo.
Adesso puoi scegliere, puoi mettere confini, puoi decidere chi e cosa tenere vicino.

E questo è un passo enorme.

Dott.ssa Fabiana Lefevre

Dott.ssa Fabiana Lefevre

Roma

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