Ansia

Non riesco a gestire la mia emotività confusa

Rachele

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Sono una ragazza, che è stata una bambina precoce e un'adolescente tempestosa. La cosa che ha caratterizzato tutta la mia esistenza è che nessuno nel mio ambiente mi ha impartito un'educazione emotiva/affettiva. Nessuno ha validato i miei sentimenti quando li provavo, non mi è stato insegnato a gestire la rabbia, né la tristezza, né come valorizzare i miei punti di forza o costruire dei ponti per le mie debolezze. Nessuno si è offerto di farmi capire i mutamenti mentali che si verificano nello sviluppo, lasciandomi sola ad affrontare il dubbio di essere confermata nel nucleo familiare, nella società con un'emotività lesa da una visione "bidimensionale" che mia madre ha sempre avuto di me. Mia madre non ha mai ricevuto affetto dalla sua famiglia, ha sempre contrapposto la sua esperienza alla mia, ponendo sempre ben chiara la mia fortuna nell'avere una famiglia che, al contrario della sua, mi aveva desiderata. Ritengo che la sua esperienza traumatica/luttuosa abbia influenzato negativamente la mia crescita, sia con suoi atteggiamenti e discorsi diretti che con comportamenti indiretti e, sicuramente, il più delle volte inconsci. Ho sofferto per quasi dieci anni di anoressia nervosa, caratterizzata da fasi altalenanti e iniziata banalmente con la bulimia. I miei genitori non hanno mai neanche voluto riconoscere il mio problema. Naturalmente erano coscienti del mio deperimento fisico, emotivo, cognitivo, ma sembrava fosse una questione marginale, di cui non parlare, da tacere. Il mio problema è che ero testarda, viziata, ingestibile, a loro dire. Nel mio passato in realtà non ci sono aneddoti gravi, a parte ciò che ho inflitto a me stessa, solo le classiche ragazzate adolescenziali punite troppo severamente. L'anoressia si è fatta accompagnare dall'autolesionismo, che nascondevo benissimo in tutti i punti non visibili del corpo. Alla fine, ho trovato un modo di uscirne da sola - visto che i miei genitori ritenevano che andare dallo psicologo fosse "per i matti" - constatando la mia diversità e facendo intensa autoanalisi. Sono stata il mio male e la mia cura, dunque. Il problema è che, nel constatare di essere un pezzo unico che non deve essere giustificato per ciò che è, non ho più trovato corrispondenza nella realtà attorno. Non sono come i miei genitori, non sono come nessuno io conosca. Non trovo punti di incontro con il resto del conosciuto, né oltre, è come se mi fossi generata la seconda per partenogenesi in un limbo incolore. Provo sentimenti solo attraverso l'emotività mediata dell'arte e della scrittura, perché so che sono esempi con i quali non si può interagire, relazioni più semplici da gestire, materiali e a senso unico, mentre il contatto umano non mi suscita alcuna particolare impressione. Mi sento dissociata e distaccata per la maggior parte del tempo, mentre se posta sotto stress provo sentimenti che faccio difficoltà a identificare e che non creano altro che reazioni apparentemente incongruenti, mettendo anche più distanza fra me e gli altri, che ovviamente non sanno spiegarseli. Non so come uscire da questa zona grigia che non ha senso e che mi sembra creare ancor più confusione rispetto a quando stavo male anche fisicamente. Le mie emozioni non mi risultano chiare e associabili direttamente a un concetto preformato di sentimento, si presentano come un miscuglio eterogeneo di più sensazioni combinate e che non riesco a scindere e riconoscere singolarmente. Potrei essere esausta di esistere in questi termini, perché non riesco a chiedere l'armistizio a me stessa, ma quella stilla di dubbio che possa esserci un collante per la mia persona frammentata non mi abbandona.

2 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Cara,


dalle tue parole si percepisce chiaramente il tuo disagio, lo spaesamento, il dolore. Un disagio per cui hai molti nomi e molte interpretazioni: sembra che tutto ti sia molto chiaro, conosci cause e condizioni del tuo malessere. È davvero così?


Mi chiedo se invece che tra i pensieri, i nomi e le spiegazioni che finora ti se data, uno spiraglio per tornare a sentire non sia nell'esplorare le tue esperienze concrete, gli episodi della tua vita, dei quali non racconti nulla ma che, come per tutti, ci sono sicuramente. Una quotidianità che sembra passare senza essere notata, vissuta, assaporata o conbattuta, mentre la mente è presa da una ragnatela di pensieri, rimuginazioni, rivendicazioni, dubbi.


Un lavoro a partire dal corpo, dalle sue sensazioni, dalle esperienze e dai racconti può farti riscorpire il "collante per la tua persona frammentata".


Buone cose!


 

Cara Rachele 


Mi spiace della sua situazione, leggo che ha fatto tutto da sola, si è fatta del male ed anche del bene e ora si ritrova però distaccata dal mondo ed anche da se stessa. Ha mai provato un percorso terapeutico? Forse è arrivato il momento di non fare più tutto da sola. Vista la storia che descrive è comprensibile che non riesca a riconoscersi in qualcuno e che si senta come aliena. Se saprà aprirsi all'incontro terapeutico questo le permetterà intanto un confronto ed anche sostegno e alleggerimento.  Ci provi, si aprirà nuove strade... un caro saluto

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