Problemi relazionali

Mi rendo conto che non riesco a comunicare pienamente e non mi sento molto normale per questo

Angela

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Buonasera, fin dall'asilo non comunicavo, non stringevo amicizie ero sempre sola a giocare e litigavo con i bambini, questo mio comportamento è durato fino alle elementari. Alle medie ero presa in giro da quasi tutta la scuola, il solito bullismo a volte anche pesante, 3 anni orribili che mi hanno portato a sviluppare nel tempo attacchi di panico e ansia, talvolta talmente forti da svenire in occasioni come il primo giorno di scuola. Negli ultimi 2 anni sono svenuta durante rapporti sessuali, non ogni volta, sarà succeso un paio di volte, mi prendeva il panico, ma dal nulla. Col tempo sono riuscita ad eliminarli quasi completamente, cercando di controllarmi a parte quando ho troppa gente intorno, non riesco a starci e mi allontano. Oppure nei lavori di gruppo a scuola, non riesco a dividere le cose da fare, vorrei fare sempre tutto io a modo mio e mi arrabbio tantissimo perchè non posso, quasi da piangere. Ora ho 19 anni e sono riuscita a farmi degli amici, ogni tanto esco la sera con loro, ma molte volte mi rendo conto che sono inopportuna, non so bene come spiegarlo, è come quando fai una battuta e non ride nessuno. Quando incontro persone nuove non riesco a comunicare, mi agito, vado nel panico e non spiaccico parola.. è molto imbarazzante. In realtà mi trovo bene da sola, mi piace immaginare le cose e pensarci per tanto tempo, forse perchè ormai mi sono abituata ma mi rendo conto che non riesco a comunicare pienamente e non mi sento molto normale per questo. Ho paura di avere difficoltà nel lavoro in futuro e vorrei proprio capire perchè sono così.. Com'è possibile? Non lo sono diventata, fin da quando mi ricordo sono così. Vorrei solo capire il perchè

11 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Se capisco bene, lei vorrebbe capire meglio perché le è accaduto, anzi, perché spesso le accade, di ritrovarsi  inadeguata di fronte a situazioni nuove o particolarmente coinvolgenti timore che si veste di ansia, panico, svenimento o altro.

Per aiutare la comprensione proviamo a distinguere tra “sintomo” e “problema”.

“Il sintomo” è il linguaggio emozionale, fisico e comportamentale (ansia, sudorazione fredda, battiti accelerati, groppo in gola, tremolii, panico, svenimento, ecc.) che si scatena nel suo corpo e nella sua mente a fronte di alcune situazioni esterne.

“Il problema” è quando ciò accade in situazioni ordinarie, non gravi o straordinarie, come se la realtà esterna fosse più ansiogena di quello che dovrebbe. Quando abbiamo di fronte situazioni veramente impreviste e gravi è giusta l’attivazione di una certa dose di ansia o la massima focalizzazione attentiva per aumentare la capacità di affrontarle, ma diventa inadeguata quando la realtà non esprime straordinarietà o gravità.

L’attivazione d’ansia, quindi se inadeguata può anche invalidare la nostra capacità di relazione sociale, la nostra sicurezza personale nell’affrontare situazioni semplicemente nuove.

Quindi, potremmo dire che la sua urgenza sta nel superare il fastidio di ciò che i sintomi le fanno sentire e vivere in pubblico sentendoli come eccessivi e inadeguati, ma  bisogna capire che il problema non sono tanto i sintomi quanto quello che a loro sottosta, cioè come e perché lei attribuisce importanza eccessiva alle cose da affrontare in rapporto a quanto valuta se stessa e le sue reali capacità di affrontarle.

Si può eccedere in entrambe le direzioni: possiamo viverci come insicuri perché ingigantiamo i problemi da affrontare o, al contrario sminuendo la nostra capacità di affronatli. Possiamo anche sommare le distorsioni a credere ad entrambe.

Quindi, le consiglio di affrontare i sintomi che la rendono insicura prendendo in mano una volta per tutte i problemi che sottostanno. Questi possono avere radici molto lontane e nemmeno essere completamente consapevoli per cui le consiglio di regalarsi questo approfondimento cercando un professionista serio che la possa aiutare a prendere in mano la massima consapevolezza dei meccanismi e processi interiori, passati e presenti, che la fanno essere com’è. Un lavoro che dovrebbe valorizzare le sue potenzialità anche nel coraggio di cambiare quanto è necessario per dare una svolta che le renda la vita più efficace, leggera e divertente.

Cordiali saluti.

Buongiorno Angela, immagino quanto possa essere difficile voler comunicare con gli altri, ma aver tanta paura nel farlo. Paura di conoscere persone insieme alle quali poter costruire il proprio futuro. Dice di star bene da sola, questo è importante ma non è sufficiente, anche perchè non si può prescindere dagli altri che hanno e avranno un ruolo nella sua vita,, personale e professionale. Solo quando stiamo bene con noi stessi, quando stiamo bene in nostra compagnia, possiamo stare bene con gli altri e poter investire su di loro e con loro. Forse dovrebbe cercare di comprendere cosa le impedisca di star bene con se stessa, prima ancora che con gli altri. Le auguro una buona gionata.

Cara Angela, sono molto dispiaciuta per la solitudine, l'incomprensione ed il bullismo che ha vissuto nella sua infanzia e adolescenza. Mi fa piacere sapere che ora le sue capacità di relazione siano migliorate e che voglia un futuro diverso per sè: è proprio un bel desiderio! Le auguro di portarlo avanti con forza ed energia. Il modo di isolarsi e la fatica nelle relazioni non appartengono naturalmente ad una bambina. Lei si ricorda che da sempre la situazione è così ma dev'esserci una ragione, importante, per la quale ha adottato queste modalità relazionali. Spesso ci si isola per proteggersi, perchè siamo stati troppo feriti. Se vuole, anche solo per un colloquio conoscitvo, sono disponibile a riceverla. Un caro saluto

Cara Angela,

mi verrebbe da chiederle se in casa sua ridono alle sue battute e se ride di più suo padre o sua madre. Io partirei da quel punto : come relaziona in un ambiente familiare? Mia cara Angela mi dispiace dirtelo ma non c'è nulla da capire, lei è una persona di grande sensibilità ed ha bisogno di circondarsi di persone che la comprendono, mi verrebbe da chiederle come mai lei si avvicina e frequenta persone che non fanno per lei? Più che capire perchè ha difficoltà a relazionare io le consiglierei di affidarsi ad un esperto che la possa aiutare a comprendere meglio se stessa per potersi poi rivolgersi agli altri con una sicurezza maggiore. 

Buongiorno Angela, mi sembra che la questione da Lei illustrata abbia radici lontane nel tempo e che le abbia procurato, e tuttora procuri, sofferenza e limitazioni nella sua vita personale.

Per questo motivo mi sento di consigliarle di prendere sul serio questo bisogno che sta condividendo con i professionisti iscritto al sito di psicologi-italia e di rivolgersi ad un professionista che la aiuti a far luce su ciò che sta accadendo. Da come si descrive, mi pare abbia la ccapacità di osservarsi e rifilettere su di sè, per cui credo che un percorso psicoterapeutico orientato non tanto e non solo alla rimozione di un sintomo, possa certamente essere una buona occasione per lei per  prendere in mano le sue questioni più personali e per poter acquisire strumenti utili alla gestione attiva delle difficoltà.

Alla sua giovane età molti cambiamenti, anche in tempi abbastanza rapidi, sono possibili. Colga questo momento di "crisi" per darsi la possibilità di trovare un nuovo e più funzionale equilibrio.

 

Gentile signorina Angela,

dalla sua descrizione, sembra aver avuto da sempre, come lei stessa dice, un problema di relazione, più o oltre, che di comunicazione, con gli “altri”. Da ciò che lei scrive si può percepire un sentirsi non accettata, inopportuna, fuori luogo, come dice lei – rende perfettamente l’idea la sua metafora del fare una battuta che nessuno coglie.

Eppure, sinceramente, rileggendo le esperienze che lei riporta, sembra che questa non accettazione del contatto con l’altro venga anche da lei.

Teniamo conto che al momento mi sto basando sulla sua sola comunicazione scritta che non può certo sostituire un incontro di persona, con tutto l’insieme di informazioni che il linguaggio non verbale veicola, col rischio magari che alcuni dettagli possano essere, da me in questo caso, mal compresi.

Ma fin dall’asilo, come lei riporta, lei litigava con gli altri bambini – non il contrario, lasciando così pensare che il “non ti voglio”, il “rifiuto” – mi passi il termine, così, per intenderci, partisse da lei - pur rimanendo così sempre sola a giocare.

Le medie poi, si sa, cadono in quel periodo dell’adolescenza in cui sono sentiti molto importanti sia il confronto con il gruppo dei pari che un certo bisogno di conformismo, proprio per quel bisogno di rispecchiamento “nel gruppo” tipico dell’età. E’ esperienza triste ma piuttosto diffusa, e mi pare lei rientrasse in questa situazione, essere o sentirsi estromessi dal “gruppo” quando non si rispettano determinati canoni (richiesti dal gruppo) sia estetici che di comportamento – abbigliamento “giusto”, comportamento “figo”, ecc.

Lei sembra addebitare però al bullismo degli altri la comparsa dei suoi attacchi di panico in quegli anni, specialmente, lei sottolinea, in circostanze come il primo giorno di scuola.

Mi viene da chiedermi: se era il primo giorno di scuola, dopo le vacanze estive – se ho ben compreso le sue parole, s’intende – quindi prima che le angherie e il bullismo si ripresentassero, la sua reazione da panico comunica – si, i nostri sintomi comunicano, quindi possiamo subito smentire il fatto che lei non comunichi, semmai lo fa in un modo non immediatamente evidente – un suo rifiuto all’idea di tornare in mezzo a tutti quei ragazzi, una specie di “non ti voglio” (di nuovo) espresso stavolta non a parole o con litigi, come all’asilo, ma con un ritiro, una chiusura, fino allo svenimento, che rappresenta il ritiro drastico del nostro “essere in una determinata situazione o realtà”.

E - continuando a seguire passo passo la sua descrizione - quale situazione è più intima dei rapporti sessuali. Situazione in cui, nel suo caso, di nuovo, si è manifestato sia il panico che lo svenire, quindi prima la paura dell’incontro, in questo caso, dell’intimità, e poi il ritiro fisico da essa.

 Solo un paio di volte, dice lei, certo, ma sarebbe interessante chiedersi perché proprio quelle due volte in particolare: stava forse succedendo qualcosa di particolare, di diverso, rispetto a situazioni simili? Le lascio la domanda aperta, semmai come spunto di riflessione per lei stessa.

Dice poi di essere riuscita “ad eliminarli quasi completamente”, un bene, certo, ma c’è riuscita controllandosi, non superandoli, come dire che lei ha imparato a conviverci in qualche modo, il che ripeto è buona cosa, ma il problema che li originava e chiaramente anche lei lo percepisce, è ancora lì. E del resto dubito altrimenti lei avrebbe inviato la sua gentile comunicazione se così non fosse.

E dato che crescendo arriviamo ad una maggiore consapevolezza di noi stessi, ecco che lei a questo punto dice “quando ho troppa gente intorno non riesco a starci e mi allontano”. Ancora il “non ti voglio” di quando era bambina?

Cosa prova, mi chiedo, in quei momenti. Ansia, probabilmente. Ma quale stato d’animo, quale sensazione: senso di invasione? Come di soffocamento? Di sovraccarico emotivo (troppi stimoli e troppe persone diverse da gestire tutte insieme)?

A scuola non riesce a dividere le cose da fare, parliamo in epoca recente, mi sembra di capire, vorrebbe fare tutto lei, a modo suo e si arrabbia tantissimo, quasi da piangere, perché non può farlo. “Non posso”, dice, non “non riesco”. Non può, quindi, perché ci sono questi altri che con la loro “inopportuna” – per lei stavolta – presenza, glielo impediscono e le tocca dividere con loro le cose da fare.

Forse ora, parlo di adesso che ha potuto farsi degli amici con cui qualche volta esce, sta sorgendo in lei il bisogno di aprirsi maggiormente, di incontrare nuove persone, ed è anche il momento in cui più forte sta sentendo il suo problema, tant’è vero che sta chiedendo aiuto.

Ma è qualcosa che – sempre forse – lei si pone ora come cosa da fare, quasi la conoscenza reciproca fosse un obiettivo da raggiungere, non un piacere da condividere. Ed ecco che lei, combattuta tra la voglia di aprirsi da una parte e il suo vecchio “non ti voglio”, che a quanto pare la accompagna da tutta la vita dall’altra, si agita, va nel panico e non spiccica parola.

E’ chiaro che lo stare da sola per lei sia diventata una specie di oasi di tranquillità in cui si sente libera di fare e di essere. Ma è proprio questa oasi, a mio modesto parere, che, consolandola e gratificandola, rischia anche di isolarla sempre più e farle sentire sempre più intensamente il suo bisogno di comunicare e la sua separatezza dagli altri.

Non lo è diventata così, dice, da quando lei ha memoria si è sempre vissuta in questo modo.

E prima di quando lei ha memoria?

Mi chiedo, tornando indietro nel tempo, prima ancora delle sue esperienze all’asilo che lei riporta, come e dove sia potuto nascere per la prima volta questo suo “non ti voglio”, che sembra una risposta che si ripete nel tempo in presenza di una troppo pressante presenza di altri accanto a lei.

Sto cercando di dirle, in breve, che questo suo “non ti voglio”, nato probabilmente come difesa in risposta ad un vissuto di invasione dall’esterno, rischia ora di diventare quel muro dietro cui tutti gli altri esistono ma irraggiungibili, incomunicabili per lei.

Le auguro di incontrare qualcuno che, lentamente e con tutta la delicatezza e la calma di cui lei ha bisogno, le permetta di sentire la presenza dell’altro non come un peso ma come il piacere da con-dividere che dovrebbe essere.

Sperando di esserle stato chiaro e di aiuto, cordialmente la saluto.

Carissima Angela,

sento tanto dolore e sofferenza in quello che hai scritto. Mi chiedo se hai mai pensato di condividere questa esperienza con uno psicoterapeuta, che possa effettivamente aiutarti a comprendere meglio perchè si è sviluppato il tuo problema, ma soprattutto cosa oggi fa in modo che si mantenga e con esso la sofferenza che provi... sei giovane, ma quanto vuoi ancora soffrire prima di chiedere un aiuto più strutturato di quello che si possa fare in queste poche riche? In ballo c'è la tua vita, la possibilità di viverla in modo più pieno, una vita che potrebbe essere più ricca e degna per questo di essere vissuta con più gioia, lasciandoti coinvolgere dalle cose per te importanti.

Ti auguro la forza ed il coraggio di occuparti di te!

Cara Angela,

 

Ciò che racconti della tua vita fa parte dei vissuti di molte ragazze, anche se non lo dichiarano apertamente come fai tu, con grande capacità di auto-analisi interiore, e questo ti rende onore!

I tuoi vissuti di disagio si riflettono su quello che sei e che vorresti diventare, compromettendo a priori le tue relazioni/rapporti presenti e futuri . Cercare le ragioni di questo stato di cose è un primo passo, ma superarlo è il passo più importante e fondamentale. Infatti conoscere il perchè non basta a superare il problema ed evitare che esso si riproponga o, col tempo, peggiori. 

Il mio consiglio è farsi supportare in questo passaggio fondamentale della tua vita da uno psicologo professionista competente.

Un grande Abbraccio

Cara Angela,

non sempre capire o trovare il perché di determinate situazioni aiuta a stare meglio. Ti suggerisco, piuttosto, di chiedere un aiuto psicologico per provare a lavorare sul comunicare in modo più soddisfacente, sul migliorare quegli aspetti di te che ti fanno sentire in difficoltà.

sei giovane e consapevole, vedrai che le cose possono migliorare! 

Buona fortuna,

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