Psicologia del benessere

Libero arbitrio: tra mito e realtà

Dott.ssa Caterina Carloni contattami

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Fuggi da quanto ha già forma verso gli aperti reami delle forme possibili.

(Goethe)

 

 

Nella storia della psicologia contemporanea, il dibattito sull’esistenza o meno del libero arbitrio si sussegue vivacemente da Freud ai giorni nostri.

Ne “il disagio della civiltà”, saggio sociopolitico del 1929,  Freud propone una visione della libertà umana come pura e mera illusione. Secondo l’autore esiste una tensione fondamentale tra la civiltà e l’individuo: gli uomini, dominati dall’istinto di piacere e naturalmente inclini a ricercare la soddisfazione dell’ego, sono vincolati dalle leggi della società civile che esigono una limitazione dei desideri sessuali e delle istanze aggressive del singolo. Rinunciando, però, alle proprie profonde inclinazioni, gli esseri umani sono inevitabilmente condannati all’insoddisfazione perpetua: “La libertà non è un beneficio della cultura: era più grande prima di qualsiasi cultura e ha subito restrizioni con l'evolversi della civiltà” (S. Freud).

 

Fuga dalla libertà” (1941), un classico della psicologia di Erich Fromm, analizza invece il bisogno di ogni essere umano di avere un orientamento, una sorta di mappa, un insieme di spiegazioni che giustifichino la sua esistenza. Fromm spiega come la libertà sia un grande valore, ma anche un peso insostenibile per la maggioranza degli uomini, che cercano così di fuggire dalle loro responsabilità rifugiandosi nel sadomasochismo, nell’autoritarismo o nel conformismo. Questa frequente e diffusa fuga dalla libertà spiega così gli inquietanti totalitarismi del Novecento: “L’uomo moderno, liberato dalla costrizioni della società pre-individualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere, cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali, emotive e sensuali. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato e pertanto ansioso e impotente”.

 

C.G. Jung, nel suo “Libro Rosso”, un’opera di 205 pagine scritta ed illustrata dall’autore stesso tra il 1913 e il 1930, ma pubblicata postuma solo nel 2009, rielabora l’antica idea del Divino dentro ogni uomo (“Nessuno ha il mio Dio, ma il mio Dio ha tutti quanti, me compreso”) definendolo “lo spirito delle profondità”. Con un linguaggio mistico e  profetico, Jung disegna nei suoi mandala un mondo dimenticato che riemerge dalle tenebre, annunciando il risveglio di quelle forze attraverso le quali possiamo attingere alla fonte della saggezza eterna e alle radici della nostra libertà.

 

Un’opera che affronta in modo innovativo e interessante il tema della libertà in ambito educativo è “Educare alla libertà”, di Maria Montessori (Mondadori editore, 2004), che contiene un riassunto del metodo didattico, ormai applicato in tutto il mondo, che ha rivoluzionato la pedagogia degli ultimi cento anni. Il fanciullo viene descritto dall’autrice come un essere completo, naturalmente dotato di un’energia creativa ed affettiva, tanto che il principio fondamentale che dovrebbe ispirare la sua educazione è, a parer suo, quello della libertà, da cui naturalmente emergerà la disciplina: solo così i bambini diverranno liberi, autentici, spontanei e responsabili.

 

In chiave sociopolitica, il tema della libertà è stato trattato e approfondito dallo storico e filologo Luciano Canfora nel suo libro “Esplorare la libertà. Il mito che ha fallito” (Mondadori, 2007). Secondo l’autore, il proposito americano di esportare la libertà in Iraq è solo l’ultimo esempio di un meccanismo propagandistico antico e collaudato: “Sparta combatté la guerra del Peloponneso sostenendo di voler liberare i Greci dall’oppressione ateniese; le guerre napoleoniche determinarono la trasformazione della Francia rivoluzionaria in impero bonapartista; i conflitti regionali della Guerra Fredda (Vietnam, Medio oriente ecc.) furono sempre inseriti nel contesto di una lotta per l’affermazione della democrazia nel mondo. E’ questa torsione morale, culturale e politica che consente ad uno stato di perseguire una cinica politica di egemonia, fregiandosi allo stesso tempo del titolo di difensore della libertà”.

 

Ma cos’è la libertà? L’enciclopedia libera wikipedia la definisce “ la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, ricorrendo alla volontà di ideare e mettere in atto un'azione, mediante una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a realizzarla”.

 

Per Dante, Dio ha creato l’uomo libero di sceglier tanto il bene quanto il male, poiché l’amore di Dio è così  illimitato e gratuito da arrivare a dare all’umanità il dono più grande che possa essere pensato: il libero arbitrio.

Recitano i versi 70-72 del canto del Purgatorio della Divina Commedia:

 

“Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, ch’è sì cara,

come sa chi per lei vita rifiuta”

 

Con queste parole rivolte a Catone Uticense, custode dell’accesso al monte del Purgatorio, Virgilio presenta Dante come “cercatore di libertà”. Catone, suicida ad Utica all’approssimarsi della dittatura di Cesare, riceve l’encomio del sommo poeta, che pure aveva posto i suicidi nel secondo girone dell’Inferno, per lo scopo eroico del suo gesto.

La libertà ricercata da Dante nel suo viaggio attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso è quella dal male, intrinseco nella condizione umana. “Libero, diretto e sano è tuo arbitrio” (Purgatorio XXVII.140) gli dirà in seguito Virgilio. Dante otterrà la libertà di scegliere il bene dopo aver conosciuto il male che regna nell’Inferno e nel Purgatorio.

E’ il peccato, infatti, che rende l’uomo servo: “Tu m'hai di servo tratto a libertate/ per tutte quelle vie, per tutt'i modi/ che di ciò fare avei la potestate./ La tua magnificenza in me custodi,\/sí che l'anima mia, che fatt'hai sana,/ piacente a te dal corpo si disnodi" (Paradiso XXXI, 85-90). In questi versi Dante, ormai giunto al termine del suo viaggio, ringrazia Beatrice che gli ha concesso la possibilità di compiere il suo “pellegrinaggio di purificazione” attraverso i tre regni e di liberarsi dallo stato di schiavitù in cui si trovava.

 

Marco Ferrini, presidente e fondatore del Centro Studi Bhaktivedanta, così spiega il suo punto di vista sulla Libertà in un articolo pubblicato nel suo blog nel mese di settembre 2011:

“Nella tradizione indovedica la realizzazione del sé coincide con moksha, la libertà dai condizionamenti e dalle identificazioni con il mondo dell'impermanenza. Ma cosa davvero significa “libertà”? E in che modo tale concetto può conciliarsi con la rigorosa assunzione di una disciplina di vita, fatta di astensioni e prescrizioni a cui la persona deliberatamente si assoggetta, e che nella tradizione indovedica è considerata strumento indispensabile proprio per riconquistare la libertà?

L'autentica libertà non implica assenza di obblighi o di riferimenti di valore, bensì la capacità di scegliere i doveri e le regole di vita che si intendono assumere, impegnandosi in ciò che si ritiene sia meglio per se stessi e per gli altri.

La libertà vera non è anarchia o libero sfogo delle proprie tendenze egocentriche, ma principalmente si esprime come perfetto equilibrio equidistante dai due atteggiamenti opposti ma ugualmente deleteri dell'individualismo sfrenato da una parte e dell'ottusa accondiscendenza o sentimentalismo passivo dall'altra. Si può raggiungere tale equilibrio se la libertà non è considerata di per sé il fine ultimo da conseguirsi nella vita, ma un mezzo con cui si deve realizzare uno scopo di ordine superiore: la capacità di entrare in armonica relazione con gli altri, di amare veramente e di sentirsi veramente amati. La libertà è dunque strumento che serve a portarci al livello più alto di evoluzione, che è l'Amore”.

Nel libro “Libertà dalla solitudine e dalla sofferenza”, Marco Ferrini aggiunge:

“La libertà non è un’utopia o un falso mito, non è una chimera bensì una realtà. Nel mondo incontriamo molte sfaccettature e rifrazioni di pseudo-libertà, ma la libertà autentica esiste davvero. E’ questa libertà che noi ricerchiamo. E’ questa libertà che è pienamente espressa da Krishna nella Bhagavad-gita. Krishna non propina, né impone  una fede cieca, ma offre ed insegna una scienza sperimentale”.

 

Un’originale interpretazione del concetto di Libertà viene, come spesso accade, dal mondo della mitologia.

Durante il processo politico a Socrate, il grande filosofo dichiarò di essere spesso consigliato da un demone: “E’ come una voce che ho dentro di me fin da fanciullo, la quale, ogni volta che si fa sentire, è sempre per dissuadermi dal fare qualcosa, mai per farmi agire…”.

Ben consapevole dei propri limiti (“so di non sapere…”), là dove il ragionamento non poteva fornirgli risposte, Socrate si affidava a quella sorta di voce interiore, presente in ognuno di noi, che, a dispetto della logica, ci suggerisce cosa evitare o non fare, senza alcun motivo apparente, e che alla fine si dimostra quella più vera ed autentica, quella che possiede una ragione diversa e più profonda.

L’essenza di questa voce è ben rappresentata nel mito di ER.

Er, uomo morto in battaglia e resuscitato dopo dodici giorni, racconta agli uomini il destino che li attende dopo la morte. Le anime giungono in un prato dove si aprono quattro vie: una conduce verso il cielo, una discende dal cielo, una conduce verso le profondità della terra e una risale dalle profondità. In mezzo alle quattro vie  siedono i giudici delle anime, che valutano le azioni giuste ed ingiuste. Le anime giudicate giuste prendono la via verso l’alto, le ingiuste la via verso il basso.

Dalla via che scende dal cielo arrivano le anime pure, dopo avervi passato un periodo in cui hanno potuto contemplare visioni di beatitudine e di straordinaria bellezza. Dalla via che risale dalle profondità arrivano le anime che sono state purificate dopo un periodo di sofferenza, proporzionale alla colpa per le azioni ingiuste compiute.

Le anime ritornate al prato si preparano ad una nuova esistenza terrena, scegliendo tra vita “buona” o “cattiva”. Dopo il sorteggio e la scelta, ad ogni anima viene assegnato un “demone angelico”, il daimon, che l’accompagna e la guida.

Platone, allievo di Socrate, con il celebre mito di Er, descritto nel X libro della Repubblica,  solleva la questione della libertà individuale ed afferma che ognuno di noi sceglie il proprio destino. In pratica, il nostro modello di vita è da sempre inscritto nella nostra anima: scegliere la virtù, coltivare la parte migliore di noi stessi o attuare ogni giorno, con coerenza e coraggio, la nostra vocazione dipende solo da noi. Dice Platone: “Non sarà il daimon  a scegliere voi, ma voi il daimon. La virtù non ha padroni; quanto più ciascuno di voi la onora, tanto più ne avrà; quanto meno la onora, tanto meno ne avrà. La responsabilità, pertanto, è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa”.

Daimon è un temine utilizzato anche dalla psicologia analitica.

James Hillman, il grande psicologo statunitense, ha scritto a questo proposito: “Se l’uomo si vede solamente come un impercettibile palleggio tra forze ereditarie e forze sociali si riduce a statistica, a “mero risultato”, a “vittima di un codice genetico”.. Si tratta di andare oltre il gioco deterministico tra ambiente e genetica e rimetterci sulle tracce del daimon, di questo compagno segreto, e delle sue modalità di operare nella nostra vita” (J.Hillman, Il codice dell’Anima, Adelphi, 1999).

Il daimon, nella cultura religiosa e nella filosofia greca, è un essere che si pone a metà strada fra il divino  e l’umano, con la funzione di mettere in contatto queste due dimensioni.

Eraclito ne parla come di un destino legato all’indole: “il carattere di un uomo è il suo daimon”.

Per Senocrate, il daimon funge da intermediario tra gli uomini e gli dei. E’ più potente dell’uomo ma meno degli esseri celesti. A differenza di questi ultimi che sono sempre buoni, tra i daimon ce ne sono anche di cattivi. Essi corrispondono ad anime umane liberate dai corpi dopo la morte in cui permane il conflitto tra bene e male, trasferito dalla Terra nella dimensione celeste.

Per Plotino,  ogni essere umano sceglie il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti alle sue necessità. Le apparenti casualità che caratterizzano la vita, il destino di ognuno, quindi, sono dei compiti che abbiamo consapevolmente attratto, anche se nel momento della prova ce ne siamo dimenticati.

I latini parlano del nostro genius, i greci del daimon e i cristiani dell’angelo custode. I romantici come Keats dicevano che la “chiamata” veniva dal cuore, mente l’occhio intuitivo di Michelangelo vedeva un’immagine nel cuore delle persona che stava scolpendo.

La concezione di un destino come “scelta necessaria” dell’anima disincarnata è presente anche nelle filosofie orientali.

Nella Tradizione Indovedica si parla, ad esempio, di un principio spirituale denominato Jiva, che, così come sostiene Platone, preesiste alla vita individuale fisica ed è depositario del cammino esistenziale dell’uomo.

“Il Iiva è un’infinitesimale particella d’energia, parte integrante di Dio, che costituisce l’essere in sé. E’ differente dal corpo materiale in cui è situato ed è l’origine della coscienza. Come Dio, l’Essere Supremo, il Jiva ha un’individualità propria e una forma eterna, piena di conoscenza e felicità. Rimane tuttavia distinto da Dio e non Lo eguaglia mai, perché possiede i Suoi attributi solo in minima quantità. Costituisce l’energia marginale di Dio, perché può tendere sia verso l’energia materiale che verso l’energia spirituale. Può essere designato anche con i nomi di “essere vivente” (atma), anima individuale (jivatma) o anima infinitesimale (anu-atma), secondo l’aspetto che si desidera sottolineare” (Glossario dal sanscrito della Bhagavad-gita così com’è, Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada).

Mentre l’anima, però, per la credenza cristiana occidentale, nasce con l’individuo, il Jiva precede la forma fisica e compare nel mondo con la nascita dell’essere umano. Viaggiando di reincarnazione in reincarnazione, approda ad una condizione umana non per caso ma in virtù di una serie di cause inflessibilmente conseguenti ai loro effetti. Queste cause sono rappresentate dagli atti fisici e mentali compiuti nel passato nei corpi degli individui che il Jiva ha successivamente abitato.

Il principio vitale esiste pertanto prima della forma fisica e porta in sé il carattere e le vicissitudini che caratterizzeranno l’esistenza terrena.  Gli avvenimenti sono quindi determinati da quanto l’anima ha compiuto nella vita precedente. Non si tratta di un premio o di una punizione, quanto di una lezione. L’anima impara nel corso della vita ciò che nelle vite precedenti non è stata in grado di apprendere.

Questo aspetto migliorativo piuttosto che punitivo è il vero significato del concetto di karma, definibile come legge della natura secondo cui ogni azione materiale, buona o cattiva, comporta una conseguenza che lega ancora più il suo autore all’esistenza condizionata e al ciclo di nascite e morti.

Secondo il principio del karma non c’è niente di incerto o arbitrario nel mondo psicofisico: raccogliamo ciò che abbiamo seminato. Il buon seme procura buoni frutti; quello cattivo, frutti cattivi. Ogni azione, per piccola che sia, produce effetti sul carattere. L’uomo diventa virtuoso con le opere buone e malvagio con le cattive. La ricompensa dell’azione produce il samsara, con nascita e morte senza inizio e senza fine. La teoria del karma, che abbraccia uomini e dèi, animali e piante, afferma che ogni individuo si incatena da se stesso. Ciò che incombe su di noi non è quindi un oscuro destino, ma il nostro passato.

Shri Krishna, il Dio Supremo della Tradizione Bhaktivedantica,  dice chiaramente come conquistare la vera libertà nel IX capitolo della Bhagavad-gita, versi 27 e 28:

“Qualunque cosa tu faccia, qualunque cosa tu mangi, sacrifichi od offra in carità come pure le austerità che compi, offri tutto a Me, o figlio di Kunti. In questo modo sarai libero dai legami dell'azione e dai suoi risultati, propizi e non propizi. Con la mente fissa in Me, e in questo spirito di rinuncia, sarai liberato e verrai a Me”.

Questo Dio così speciale e gioioso, che ha il coraggio di accettare la vita in tutta la sua interezza, che conosce tutti i segreti della Conoscenza più confidenziale, mostra il più alto senso della Libertà quando, a conclusione dei Suoi insegnamenti -  impartiti ad Arjuna nel campo di battaglia di Kuruksetra  - gli dice: “Ti ho svelato così la conoscenza più confidenziale. Rifletti profondamente, poi agisci secondo il tuo desiderio” (Bahgavad-gita XVIII.63).

E’ questo tipo di libertà che caratterizza il vero Bene e preserva la salute psichica degli individui; che distingue il vero Amore, sempre fondato sul rispetto e sull’accettazione delle idee dell’altro. Riconoscerlo equivale a scegliere di ascoltare il nostro profondo Sé, onorandolo e  permettendogli di svolgere quella funzione evolutiva che è la nostra prima necessità e il nostro più grande e inviolabile diritto.

 

 

 

 

 

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