Quando il disagio diventa contenuto: adolescenza, social network e rischio di emulazione.

Quando il disagio diventa contenuto: adolescenza, social network e rischio di emulazione

L’adolescenza è una fase della vita caratterizzata da profondi cambiamenti, nella quale la costruzione dell’identità si intreccia con il bisogno di appartenere, di essere riconosciuti e di sperimentare nuove forme di relazione. È anche il momento in cui lo sguardo degli altri assume un significato particolare.

Oggi una parte importante di quello sguardo passa attraverso i social network, che non rappresentano più semplicemente uno spazio virtuale separato dalla vita quotidiana, ma sono diventati parte integrante dell’esperienza relazionale di molti adolescenti. Per questo, quando incontriamo un ragazzo o una ragazza in difficoltà, diventa sempre meno utile separare ciò che accade online da ciò che accade offline.

Il disagio può nascere nella vita familiare, scolastica o relazionale e trovare nei social uno spazio nel quale essere espresso, condiviso o amplificato. Ma può anche accadere che alcune esperienze digitali contribuiscano ad aggravare una vulnerabilità già presente.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto quanto tempo un adolescente trascorra sui social, ma quale significato abbia per lui quell’esperienza.

Un ragazzo che pubblica un contenuto che esprime sofferenza non sta necessariamente cercando attenzione nel senso semplicistico con cui talvolta gli adulti interpretano questi comportamenti. Può essere alla ricerca di riconoscimento, può tentare di comunicare qualcosa che non riesce a dire direttamente, può cercare vicinanza, comprensione o appartenenza. Può trovare online persone che condividono esperienze simili e sperimentare, forse per la prima volta, la sensazione di non essere solo.

Gli ambienti digitali possono quindi rappresentare una risorsa, ma anche un possibile fattore di rischio. Possono favorire la comunicazione e il sostegno, ma anche esporre a confronto sociale, cyberbullismo e contenuti potenzialmente problematici.

È soprattutto nel caso di adolescenti vulnerabili che diventa importante interrogarsi sul tipo di contenuti incontrati e sull’effetto che questi producono. Due ragazzi possono trascorrere lo stesso numero di ore online vivendo esperienze completamente diverse: per uno può essere uno spazio di relazione e condivisione, per l’altro un luogo di confronto continuo, ricerca di conferme o esposizione a contenuti che rinforzano il proprio malessere.

In questo contesto si inserisce il tema del rischio di emulazione, particolarmente delicato quando si parla di autolesionismo e suicidio. Durante l’adolescenza il gruppo dei pari rappresenta un riferimento fondamentale e i processi di identificazione e appartenenza possono influenzare il modo in cui vengono interpretati comportamenti ed emozioni.

Nel mondo digitale queste dinamiche possono amplificarsi. Un adolescente vulnerabile può entrare ripetutamente in contatto con contenuti che rendono un determinato comportamento più familiare o lo rappresentano come condiviso da molte altre persone. Questo non significa che l’esposizione a un contenuto determini automaticamente un comportamento: il fenomeno è molto più complesso e coinvolge fattori individuali, relazionali e ambientali.

Per questo è importante non fermarsi alla domanda “Che cosa ha visto?”, ma chiedersi “Che significato ha avuto per lui o per lei ciò che ha visto?”.

Per lo psicologo che lavora con gli adolescenti, la dimensione digitale dovrebbe entrare nella comprensione complessiva della persona. Non si tratta di controllare o giudicare l’uso dei social, ma di esplorarne la funzione: quali piattaforme vengono utilizzate, quali contenuti vengono ricercati, come ci si sente dopo averli guardati, quali relazioni si costruiscono online e quanto l’esperienza digitale incida sul sonno, sulla scuola, sulle relazioni e sul benessere quotidiano.

Lo smartphone, infatti, non è il problema in sé. È uno degli ambienti nei quali possiamo osservare una parte del funzionamento emotivo e relazionale dell’adolescente.

Anche la risposta degli adulti dovrebbe andare oltre il semplice divieto. Se un ragazzo utilizza il telefono in modo intenso perché quello rappresenta il principale luogo nel quale si sente riconosciuto, eliminarlo senza comprendere il bisogno sottostante rischia di intervenire soltanto sul comportamento visibile.

La prevenzione passa quindi anche dalla possibilità di costruire alternative: relazioni significative, ascolto, educazione emotiva e digitale, capacità di chiedere aiuto e presenza adulta non giudicante.

L’adolescente che porta il proprio disagio sui social non è necessariamente un adolescente che vuole semplicemente farsi vedere. Potrebbe essere, più profondamente, un adolescente che sta cercando un modo per essere visto.

È forse questa la prospettiva che, come psicologi, siamo chiamati a mantenere: non demonizzare i social, ma imparare a leggere ciò che accade al loro interno come parte della storia e dell’esperienza dell’adolescente.

Il rischio di emulazione esiste, ma non esiste nel vuoto. Si colloca dentro una storia individuale, una rete relazionale, una particolare vulnerabilità e, spesso, un profondo bisogno di appartenenza.

Ed è proprio lì che può collocarsi il lavoro psicologico: non soltanto nella riduzione dei fattori di rischio, ma nella costruzione di alternative alla solitudine e alla convinzione che la sofferenza debba essere affrontata da soli.

Dott.ssa Denise Procaccini 

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