Gentile Rosanna, quello che descrivi non è un ragazzo “svogliato” o “ribelle”. È un ragazzo che ha avuto un crollo. Un crollo vero, profondo, che si è manifestato con crisi di panico, insonnia, digiuni, fuga dalla scuola, chiusura relazionale, irritabilità. Quando un diciannovenne arriva a non riuscire più a frequentare, a tre mesi dalla maturità, non è perché “non ha voglia”. È perché il suo sistema nervoso ha detto basta.
Tu e la tua famiglia avete fatto tutto ciò che potevate: lo avete sostenuto, avete trovato una scuola alternativa, avete affrontato viaggi, spese, fatica. Lui ha retto come ha potuto. Ha portato a casa un risultato importante, ma non è guarito. Ha solo superato un ostacolo enorme mentre era già in difficoltà.
Il punto centrale è che tuo figlio non sta male per la scuola.
La scuola è stata il detonatore, non la causa.
La causa è un insieme di cose: ansia, paura del fallimento, stress, identità che si sta formando, spinelli che amplificano tutto, e una fragilità che non ha mai avuto lo spazio per essere ascoltata davvero.
Il fatto che non parli più con voi, che risponda male, che si chiuda in camera, che non abbia preso la patente, che non riesca a gestire la relazione con la famiglia, non è disinteresse. È protezione. Quando un ragazzo è in sovraccarico emotivo, ogni domanda diventa un attacco, ogni tentativo di dialogo diventa una pressione, ogni richiesta diventa una minaccia. Non perché non vi vuole bene. Perché non ha più risorse.
Gli spinelli non sono la causa, ma peggiorano tutto.
Lo fanno sentire più calmo nell’immediato, ma più fragile dopo.
Lo aiutano a “spegnere” la mente, ma gli tolgono la capacità di reggere le emozioni. Questo lui lo sa. Lo sa così bene che non prende la patente, perché sente che non sarebbe sicuro. Questo non è menefreghismo: è consapevolezza.
La cosa più importante ora è togliere l’idea che “bisogna parlarne”.
In questo momento parlare non è possibile. Non perché non voglia, ma perché non può.
La mente è chiusa a riccio e il corpo è in difesa.
Ogni tentativo di confronto lo fa sentire giudicato, messo alle strette, incapace.
Quello che serve non è un dialogo ma un contesto sicuro. Un contesto in cui lui non si senta sotto esame, in cui non debba giustificarsi, dove possa respirare senza sentirsi sbagliato.
Il primo passo è togliere la pressione: niente discorsi sulla patente, sul futuro, sugli spinelli. Non perché non siano importanti, ma perché ora non sono gestibili. Il secondo passo è riaprire un canale di relazione minimo: non chiedere, non indagare, non forzare. Offrire presenza, non domande, vicinanza, non soluzioni.
Il terzo passo, quello davvero fondamentale, è che lui torni in terapia.
Non una volta o solamente “per provare”.
Serve un percorso, uno spazio dove possa capire cosa gli è successo, cosa sta succedendo ora, cosa lo spaventa e cosa lo blocca. Non è debolezza ma cura.
Rosanna, non avete un figlio che “non parla”.
Avete un figlio che sta soffrendo.
E la sofferenza, a 19 anni, non si mostra con le lacrime ma con la chiusura, con la rabbia, con il silenzio e con la fuga.
Un caro saluto
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
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