Disturbo Bipolare in adolescenza: Sarebbe davvero cambiato qualcosa con un aiuto?

Alice

Buonasera, C’è un dubbio o una curiosità che ho sempre avuto. Ho avuto il mio esordio da bipolare all’età di 15 anni con il menarca e purtroppo sono stata diagnosticata circa 12 anni dopo ma, purtroppo, bruciando totalmente qualsiasi affetto, evento, esperienza della mia vita… Ora sto bene. Sicuramente ora lavoro e sto bene ma mi chiedo: potevo essere aiutata prima? Vi spiego… Da adolescente, parliamo circa dal 2006, ricordo esattamente il momento in cui il mio tono dell’umore è cambiato… Essendo stata sempre una persona molto timida, mi sono ritrovata ad essere vivace con i miei compagni di classe… luogo dove non parlavo mai. È così via, arrivò la psicosi e sempre più episodi euforici… Ricordo che la coordinatrice della mia sezione alle scuole superiori era la professoressa d’italiano e, purtroppo, avevo voti molto bassi.. soprattutto l’anno in cui fui bocciata. Ricordo che agli incontri scuola-famiglia, questa prof diceva a mia madre che giustamente io non avevo la sufficienza in quasi nessuna materia e la mandava a casa. Questo era vero, per carità, ma mi chiedo se realmente si sarebbe potuto fare qualcosa per aiutarmi prima con la mia malattia… Perché ricordo che avevo molta difficoltà ad ascoltare ciò che dicevano i docenti in aula. Magari, loro spiegavano la lezione, ascoltavo forse i primi 10minuti e poi crollava a picco la mia attenzione e anche se ascoltavo il mio papà che mi ripeteva di fare attenzione durante la lezione e mi imponevo di stare attenta in classe… ma comunque faticavo. Come se quelle parole mi rimbalzassero sul viso. Ricordo di non riuscire ad assimilare assolutamente nulla di nessuna materia. Ricordo anche quel profondo senso di vergogna ed imbarazzo che mi accompagnava durante i compiti in classe perché, purtroppo, passato un’ora o due ferma nel banco, aspettando che finisse il compito, per consegnare questo foglio… totalmente in bianco. Ricordo questo profondo senso di imbarazzo a darlo per ultimo perché non riuscivo a pensare, a ricordare o semplicemente ad impegnarmi. L’anno in cui fui bocciata, so di aver avuto un calo dell’umore molto importante, infatti anche a casa non avevo piacere a fare nulla né a studiare. Il risultato fu quando presi la pagella finale dopo la bocciatura e lessi il numero “uno” sulla materia “storia”. Era comunque la coordinatrice di classe quella prof di storia. I miei genitori chiesero qualche spiegazione per quei voti estremamente bassi ma questa docente disse che io non ero mai voluta andare alla cattedra all’interrogazione, (ed era verissimo, ricordo bene di dire “no prof, io non voglio venire”) e dunque “uno” sulla pagella, inoltre, quei pochi compiti a traccia libera che facevo… erano “totalmente privi di contenuto” e questo in realtà era verissimo perché un compito fu letto da un professore d’italiano esterno che rimase molto sorpreso e confuso nel leggere il mio scritto. Lo definì senza senso o contenuto. Era scritto ma c’erano citazioni di libri non inerenti al corso scolastico e non avevano una reale logica nonostante cercassi di seguire la traccia. A casa so che leggevo sul libro e non capivo. Alcune frasi, alcuni ragionamenti, non mi arrivavano in testa… e mi stancavo subito. Alla fine, mi sono diplomata ma era tutto un “sua figlia non va bene a scuola” ma non c’erano altre spiegazioni… L’unico episodio più forte che ricordo in quell’istituto è che piansi in aula perché alla ricreazione una mia compagna mi disse qualche brutta parola, tra adolescenti ci stanno i battibecchi, e so che quella prof mi vide ma fece mettere tutti in silenzio e… cominciò la lezione. Ormai sono una donna adulta, ho più di 30 anni e sono in terapia da una vita… Ma mi sono sempre chiesta: cosa mi succedeva in quel periodo? C’è qualche termine scientifico- psicologico che non conosco? Chissà. E quei docenti, quella scuola, chissà se davvero sarebbe cambiato qualcosa se avessero detto a mia madre “sua figlia ha voti estremamente bassi, ma qualcosa non mi convince…”… Voi cosa dite? Grazie per l’attenzione!

1 risposta degli esperti per questa domanda

Gentile Alice,

La sua è una testimonianza clinica tanto preziosa quanto dolorosa, perché descrive con estrema lucidità cosa possa significare attraversare l'esordio giovanile di una grave psicopatologia nel totale silenzio diagnostico e relazionale.

Per rispondere alla sua prima domanda: sì, quello che le stava accadendo, che lei descrive come un crollo totale dell'attenzione, l'incapacità di trattenere informazioni o decodificare ragionamenti, unito a scritti "privi di contenuto e senza logica", si potrebbe inquadrare chiaramente nei sintomi cognitivi e nel deragliamento del pensiero tipici degli episodi maniacali o psicotici che accompagnano il Disturbo Bipolare. La mente in quelle fasi viaggia a una velocità disorganizzata che impedisce l'assimilazione della realtà circostante, pertanto, non era assenza di volontà o pigrizia, era il suo cervello sotto il controllo della malattia. Allo stesso modo, l'incapacità successiva di fare qualsiasi cosa riflette l'apatia e l'anedonia tipiche del grave episodio depressivo che segue i picchi euforici.

Per quanto riguarda il ruolo della scuola, la sua domanda "sarebbe cambiato qualcosa se avessero detto a mia madre che qualcosa non li convinceva?" è il cuore di un dibattito clinico enorme. La risposta onesta è: probabilmente sì. Nel 2006, la formazione del corpo docente sui segnali precoci del disagio mentale giovanile era purtroppo molto carente rispetto a oggi. I suoi insegnanti si sono fermati al sintomo superficiale (il foglio bianco, il rifiuto all'interrogazione, lo scritto illogico) applicando unicamente il filtro del rendimento scolastico, senza porsi la domanda su cosa stesse generando quel blocco in una ragazza che fino a poco prima si comportava diversamente.

Oggi sappiamo che un intervento tempestivo ai primi esordi psicotici in adolescenza cambia radicalmente la prognosi della malattia, riduce i danni neurobiologici e argina esattamente quelle macerie relazionali e personali che lei ha dovuto faticosamente ricostruire anni dopo. Quello che le è successo è stato subire una grave invisibilità clinica in un ambiente che doveva essere educativo, ma la grande vittoria è che lei sia riuscita a mettere un nome a tutto questo, a curarsi e a costruire una vita stabile nonostante quel ritardo diagnostico, di cui lei non ha alcuna colpa.

Qualora desiderasse uno spazio di confronto per esplorare l'impatto emotivo di questi ricordi e l'elaborazione del suo vissuto, resto a disposizione per un colloquio, anche online.

Un caro saluto

Dott.ssa Laura Corbelli

Dott.ssa Laura Corbelli

Reggio nell'Emilia

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