Famiglia e bambini

Il sintomo del bambino come espressione del disagio familiare

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La famiglia può essere paragonata ad una “membrana semipermeabile” (Ackerman, 1968) che consente uno scambio tra interno ed esterno. Come unità funzionale, essa determina i comportamenti e plasma i ruoli di ciascun membro, secondo le sue esigenze. Si tratta di un processo costante e continuativo nel tempo, durante il quale le funzioni vengono assegnate e modificate in modo flessibile, e questo permette la crescita di tutti i membri. Tutto ciò avviene in una famiglia dotata di un certo equilibrio emotivo interno, la cui stabilità dipende dallo scambio vicendevole e dalle influenze esercitate tra tutti i membri.

Al contrario, in una famiglia caratterizzata da meccanismi di funzionamento emotivo poco differenziati, è maggiore la probabilità che ci sia al suo interno una sorta di “accordo” tra tutti i componenti, volto a mantenere l’organizzazione stessa del sistema: in base a tale accordo, infatti, un particolare ruolo viene rigidamente svolto da uno dei membri della famiglia il quale si fa carico di un disagio che coinvolge tutto il sistema familiare, mettendo in atto comportamenti di malessere che aumentano il livello di ansia della famiglia e, di conseguenza, amplificano il suo mancato funzionamento.

Il sintomo del paziente e il ruolo da questi svolto ha un senso dunque solo se viene inserito all’interno del sistema e se viene letto come funzionale per tutti i suoi componenti, in quanto aiuta a mantenerne l’equilibrio e la stabilità e fa da mediatore per i rapporti di vicinanza, separazione ed intimità tra i membri della famiglia.

Bowen a tal proposito affermava come diventi realmente “difficile sapere a chi appartiene il sintomo” (Kerr e Bowen, 1990, pag. 148). Ed è in questi termini che va interpretata la funzione adattiva del sintomo: finché c’è, i familiari possono continuare a rivestire i ruoli consueti e a mettere in atto i rituali che permettono lo stabilizzarsi di legami di dipendenza reciproca. Cosicché ognuno è legittimato a svolgere la propria funzione: ci si può preoccupare del paziente malato, si può continuare a girare intorno a lui oppure farlo sentire in colpa rispetto alle difficoltà che la famiglia incontra proprio per via del sintomo.

In realtà è una strategia che il paziente (con la “complicità” di tutta la famiglia, attraverso storie e circuiti che perpetuano il sintomo) adotta per garantire l’omeostasi interna, evitare il cambiamento e proteggere gli altri membri da altre eventuali disfunzionalità: può succedere a tal proposito che il sintomo del paziente designato in realtà sia un pretesto per celare o coprire altri aspetti della famiglia che vengono negati o non vogliono venir svelati.

Tale teoria non deve però trarre in inganno nel considerare il paziente sintomatico come la vittima del sistema. La ridefinizione in positivo del sintomo, così come la prescrizione del sintomo (messa a punto dalla Scuola di Milano), hanno la finalità, da un lato, di spiegare come esso sia funzionale all’intero sistema e, dall’altro, di considerarlo come un’esperienza di crescita e di individuazione per i membri della famiglia, connettendolo in qualche modo alla “normalità” ed invertendo dunque i concetti di normalità e di patologia (Telfener, 1991). Queste due sono dimensioni dinamiche, che possono essere modificate nel tempo ed inserite in spazi diversi.

 

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