Ansia sul lavoro

Luca

Salve, Mi chiamo Luca ho 29 anni. Vorrei parlarvi di una mia situazione che mi sta attanagliando da tempo. Quando la mattina mi alzo per andare a lavoro provo ansia, angoscia, malinconia, tristezza. Ogni mattina appena mi metto in macchina per recarmi sul posto di lavoro ho voglia di tornare indietro a causa di queste emozione scritte sopra. Ho provato in tutti i modi ma non c'è soluzione per me. Alla fine quando sono in macchina alcuni giorni torno indietro e me ne rivado a casa inventandomi scuse con la mia azienda, a causa di questo disagio ho dovuto cambiare varie aziende e lavori ma niente ha funzionato. Ormai ho quasi 30 anni e sento che è arrivato il momento di sistemarmi, di avere la mia indipendenza. Il mio desiderio sarebbe quello di avviare un qualcosa di mio ma il problema è che non ho un budget sufficiente e i miei genitori non possono finanziarmi. Vado da una psicologa ho spiegato la situazione ma niente funziona. Scrivo qui per cercare magari un parere di altri professionisti.

17 risposte degli esperti per questa domanda

Gentile Luca,

da quello che racconta, la sensazione che emerge è che il problema non sia semplicemente il lavoro in sé. Il fatto che abbia cambiato diverse aziende senza trovare un miglioramento fa pensare che il disagio possa essere legato a qualcosa di più profondo rispetto al singolo contesto lavorativo.

Mi colpisce anche che descriva non solo ansia, ma anche angoscia, malinconia e tristezza. Sono emozioni che spesso parlano di un conflitto interno, di una fatica a trovare un posto in cui sentirsi autenticamente coinvolti e riconosciuti.

Da una prospettiva umanistico-esistenziale, potrebbe essere utile chiedersi non solo "Come faccio a sopportare il lavoro?", ma anche "Che significato ha per me lavorare?" e "Che cosa rappresenta per me l'idea di andare ogni mattina in quel luogo?".

A volte il sintomo non è il problema, ma il modo in cui il nostro mondo emotivo ci segnala che qualcosa merita di essere ascoltato più profondamente.

Capisco anche la frustrazione nel sentire che il percorso psicologico non sta producendo i risultati sperati. Tuttavia, quando una difficoltà è presente da anni e si ripete in contesti diversi, spesso è necessario un lavoro paziente di esplorazione delle emozioni, dei vissuti personali e delle aspettative che portiamo rispetto a noi stessi e al nostro futuro.

Il desiderio di costruire qualcosa di suo e di raggiungere l'indipendenza mi sembra una risorsa importante, che racconta una parte di lei che non ha smesso di cercare una direzione.

Le suggerirei di condividere apertamente con la sua psicologa anche la sensazione che "niente stia funzionando". A volte proprio questo diventa un punto prezioso da cui ripartire nel percorso terapeutico.

Le auguro di poter guardare a questo disagio non come a un fallimento personale, ma come a un messaggio che merita di essere compreso.

Un caro saluto.

Dott.ssa Francesca Spano
Psicologa

Dott.ssa Francesca Spano

Dott.ssa Francesca Spano

Roma

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Caro Luca, comprendo che si tratta di una situazione difficile e di tanta sofferenza, che genera un senso profondo di impotenza. È certo comunque che dietro tutto ciò ci sono motivi che non solo deve rintracciare, ma su cui deve lavorare con pazienza con un terapeuta che l'aiuti. Deve capire perché c'è una parte di Luca che si paralizza e si rinchiude nella tana. Deve perciò continuare a farsi aiutare o comunque cercare qualcuno che sente che l'aiuti. Da qui non posso dirle di più. Ma a trent'anni si deve Vivere non sopravvivere. Perciò di faccia aiutare. Un saluto. Rosanna Schiralli

Buongiorno, mi spiace molto per quello che sta passando e per l'angoscia che prova nel vivere le sue giornate.

Sarebbe utile investigare le cause dell'ansia generalizzata che prova e che le impedisce di vivere con serenità le sue giornate. Potrebbe esserle utile una terapia strategica volta a comprendere come intervenire sul problema, non osservando come se fosse lei la causa, ma osservando le soluzioni che già lei pone in atto come esse stesse causa del problema. Potrebbe esserle anche utile un percorso di gestione delle emozioni attraverso sedute di psicologia positiva e mindfulness.

In ogni modo, sperando di esserle utile in poche righe, si scriva nel dettaglio ciò che prova e le azioni reiterate che imposta ogni mattina. Nel rileggerle, provi un giorno alla volta a inserire delle modifiche, anche piccole, in quel circolo vizioso che si è creato, per verificare se modificandolo prova sollievo.

Rimango a sua disposizione per qualsiasi chiarimento.

Un caro saluto 

Dott.ssa Tricarico Valentina 

Dott.ssa Valentina Tricarico

Dott.ssa Valentina Tricarico

Genova

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Caro Luca,

dal tuo racconto emerge una sofferenza significativa che sembra accompagnarti da diverso tempo e che sta influenzando non solo il lavoro, ma anche il tuo senso di autonomia, di progettualità e la fiducia nelle tue capacità.

Il fatto che queste emozioni si presentino in modo così intenso soprattutto al momento di recarti al lavoro potrebbe indicare che il contesto lavorativo è diventato, per varie ragioni, uno stimolo associato ad ansia, angoscia e forte disagio emotivo. Il fatto che il problema si sia ripresentato in aziende diverse suggerisce che potrebbe essere utile approfondire non tanto il singolo lavoro, quanto il significato che il lavoro, le responsabilità, le aspettative o il timore di fallire assumono per te.

Vorrei anche sottolineare che il fatto di essere già seguito da una psicologa non significa necessariamente che il percorso non stia funzionando. A volte, quando un disagio è presente da molti anni, è necessario più tempo per comprenderne le radici e costruire strategie efficaci. Potrebbe però essere utile condividere apertamente con la professionista la sensazione che i progressi non siano quelli sperati, così da rivalutare insieme gli obiettivi del percorso o l’approccio utilizzato.

Alla luce di quanto descrivi, potrebbe essere indicato un percorso psicologico orientato alla gestione dell’ansia e dell’evitamento, che ti aiuti a comprendere meglio le emozioni che emergono al mattino, i pensieri che le alimentano e i meccanismi che ti portano a tornare a casa. L’obiettivo non sarebbe semplicemente "resistere" al disagio, ma imparare gradualmente a tollerarlo, comprenderlo e ridurne l’impatto sulla tua vita.

Se i sintomi dovessero essere particolarmente intensi e persistenti, potrebbe inoltre essere utile una valutazione specialistica per comprendere in modo più approfondito il quadro clinico e individuare l’intervento più adeguato.

Il desiderio di costruirti un’indipendenza e magari realizzare un progetto tuo è un obiettivo importante, ma probabilmente in questo momento la priorità è capire e affrontare il disagio che ti accompagna quotidianamente. Lavorare su questo aspetto potrebbe permetterti, in futuro, di fare scelte professionali più serene e libere dalla paura.

Ti incoraggio quindi a non leggere questa situazione come un fallimento personale o come una condizione senza soluzione, ma come un segnale che merita di essere ascoltato e approfondito con il supporto adeguato.

Un caro saluto.

Dott.ssa Marialma Immacolata Neglia

Dott.ssa Marialma Immacolata Neglia

Bari

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Leggendo le tue parole, Luca, si percepisce chiaramente il peso di questa lotta quotidiana, che non è solo stanchezza, ma un’angoscia reale che ti toglie il respiro prima ancora di iniziare la giornata.

È del tutto comprensibile che tu ti senta smarrito: a 29 anni, il desiderio di indipendenza e di costruire qualcosa di proprio è un motore vitale fortissimo, e scontrarsi costantemente con questo "muro" emotivo genera frustrazione, senso di fallimento e, inevitabilmente, paura per il futuro.

Da professionista, vorrei dirti alcune cose che spero possano aiutarti a guardare la tua situazione con occhi diversi, meno severi verso te stesso:

Non sei "sbagliato" e non è una mancanza di volontà. Quando l’ansia raggiunge livelli così invalidanti da portarti a tornare indietro, non stiamo parlando di pigrizia o di "aver voglia di lavorare", ma di un sistema nervoso che sta attivando un meccanismo di protezione estremo.

La tua mente, in quel momento, percepisce il lavoro (o ciò che esso rappresenta per te) come una minaccia alla tua integrità emotiva.

La terapia è un processo non lineare. È frustrante sentire che il percorso che stai facendo non sta portando ai risultati sperati, ma ti incoraggio a non perdere la speranza.

A volte, quando ci si sente bloccati, significa che il lavoro terapeutico necessita di un cambio di prospettiva: forse è il momento di parlare apertamente alla tua terapeuta di questo senso di inefficacia che provi. Chiederle: "Sento di essere ancora bloccato, come possiamo affrontare questo punto in modo diverso?" è un atto di grande coraggio terapeutico che potrebbe sbloccare questo momento.

L’imprenditorialità non è l'unica via per l'indipendenza. Spesso, quando viviamo un forte malessere lavorativo, proiettiamo il desiderio di salvezza sul "fare qualcosa di proprio".

È un sogno bellissimo, ma il rischio è caricarlo di una pressione insostenibile. Se il budget è un problema, prova a scomporre il tuo desiderio: non cercare subito il salto nel vuoto, ma cerca piccole forme di autonomia che ti permettano di costruire fiducia in te stesso, passo dopo passo, senza che la pressione economica diventi un ulteriore fattore d'ansia.

Accogli la tua vulnerabilità. Il fatto che tu abbia scritto qui, nonostante il dolore e la confusione, dimostra che c'è una parte di te che non si è arresa e che cerca attivamente una via d'uscita.

Questo è il primo, fondamentale passo verso il cambiamento.

Luca, continua ad aiutarti, ma fallo con la consapevolezza che la cura richiede tempo e, a volte, approcci differenti.

Non smettere di parlarne, non isolarti nel senso di colpa.

Il fatto di aver cambiato molti lavori non è una condanna definitiva, ma un segnale che il tuo malessere ti sta inviando: non ignorarlo, ma cerca di capire cosa ti sta dicendo di te e di ciò di cui hai realmente bisogno in questo momento della tua vita.

Ti auguro di trovare presto quella serenità che ti permetterà di costruire il tuo domani, con i tuoi tempi.

Quale aspetto del tuo lavoro o della tua routine quotidiana senti essere il più difficile da gestire, al di là dell'ansia mattutina?

Dott.ssa Micol Loppo

Dott.ssa Micol Loppo

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Buongiorno Luca. 

Ciò che descrivi in modo così nitido, questo rituale della mattina in cui l'angoscia prende il controllo e ti riporta verso la casa genitoriale, non è un segno di pigrizia o di debolezza di carattere. È un meccanismo difensivo e un sintomo evolutivo molto preciso. Tu scrivi di aver cambiato diverse aziende e lavori nella speranza che la situazione migliorasse, ma il copione si è ripetuto identico. Nella psicologia del profondo, questo accade perché il malessere che provi la mattina non è legato a quel particolare ufficio, a quei colleghi o a quella mansione specifica. Il lavoro, in questo momento della tua vita, è il reattivo chimico che porta a galla una dinamica interna molto più antica. Ogni volta che ti metti in macchina per andare a lavorare, stai compiendo un passo simbolico verso l'esterno, verso l'età adulta, verso la responsabilità e la separazione dal nucleo familiare protettivo. Tornare indietro e rifugiarsi a casa, inventando scuse, è il modo in cui il tuo sistema nervoso placa istantaneamente un terrore di fondo: la paura di non essere all'altezza del mondo adulto, il timore del giudizio o del fallimento. Il problema non è l'azienda fuori; il problema è il significato che la tua mente attribuisce all'atto di "andare nel mondo". Cambiare azienda è stata una scommessa sull'esterno, mentre la soluzione richiede di girare lo specchio verso l'interno.

Avviare un'attività in proprio richiede una tolleranza al rischio, un'esposizione al giudizio del mercato e un carico di responsabilità e di autodisciplina quotidiana immensamente superiori rispetto al lavoro dipendente. Se oggi la tua mente va in tilt per una giornata d'ufficio standard, un'attività in proprio – senza una solida struttura interna – potrebbe amplificare l'angoscia anziché ridurla. La mancanza di budget, paradossalmente, in questo momento ti sta proteggendo da un potenziale sovraccarico che non saresti pronto a sostenere. Dici che vai da una psicologa, spieghi la situazione, ma "niente funziona". Quando un percorso terapeutico si arena di fronte a un blocco comportamentale così rigido (l'evitamento della macchina), spesso è perché si è caduti nella trappola di cercare la "soluzione magica" o l'estinzione rapida del sintomo. La guarigione e la maturazione non coincidono con la scomparsa immediata dell'ansia o con il raggiungimento di uno stato di perfezione emotiva in cui ti svegli felice ogni mattina. Il traguardo è la presa di coscienza di un percorso di crescita e lo sviluppo della tua volontà. Se vai in terapia aspettando che la psicologa ti dia la formula per non sentire la tristezza in macchina, rimarrai deluso. Il lavoro terapeutico richiede un impegno intenzionale e responsabile: non si tratta di non avere l'ansia, ma di imparare a guidare con l'ansia sul sedile del passeggero, senza permetterle di afferrare il volante e farti fare inversione.

Per uscire da questo loop e spezzare la catena degli evitamenti, è necessario che tu stringa un nuovo patto di realtà con te stesso, focalizzandoti non sui grandi progetti futuri (l'attività in proprio), ma sulla pragmatica del presente. Accetta che la mattina proverai ansia, malinconia e tristezza. Smetti di combattere contro queste emozioni e smetti di pretendere che spariscano per poter andare a lavorare. Riduci l'obiettivo: il tuo traguardo non è fare una carriera brillante oggi, è solo arrivare a timbrare il cartellino, un giorno alla volta.

Ogni volta che torni a casa e inventi una scusa con l'azienda, stai nutrendo il tuo sintomo. Ogni evitamento conferma al tuo cervello che il mondo esterno è pericoloso e che tu sei troppo fragile per affrontarlo. La prossima volta che ti trovi al bivio in macchina, sperimenta il coraggio di stare dentro l'attrito. Accetta di andare a lavoro anche piangendo, anche con la nausea, anche sentendoti uno straccio. Sperimentare che puoi sopravvivere a una giornata di lavoro nonostante l'ansia è l'unica vera medicina che sgonfierà la paura nel tempo. Sei un ragazzo di 29 anni, la tua spinta verso l'indipendenza è sana ed è il tuo daimon che ti sta chiedendo di nascere come uomo nel mondo. Ma per governare un regno tuo domani, devi prima imparare a governare la tua macchina la mattina, accettando la fatica della terra e del limite.

Un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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Gentile Luca,

quello che descrivi non è pigrizia, né mancanza di volontà. È un corpo che ogni mattina ti segnala che qualcosa, nel modo in cui stai vivendo il lavoro, ti sta consumando. L’ansia che senti appena ti svegli, quel nodo allo stomaco in macchina, la voglia di tornare indietro… non sono capricci. Sono segnali e più cerchi di ignorarli, più diventano forti.

Quando una persona cambia più lavori sperando che “quello giusto” risolva tutto, ma la sensazione resta identica, significa che il problema non è il lavoro in sé, ma il modo in cui il lavoro viene vissuto dentro. È come se ogni mattina ti trovassi davanti a una porta che non riesci ad attraversare, e più ti sforzi, più quella porta diventa pesante.

Non è un fallimento. È un blocco e i blocchi non si superano con la forza, ma con la comprensione.

Tu vuoi sistemarti, vuoi indipendenza, vuoi costruire qualcosa di tuo. È un desiderio sano, adulto, legittimo. Ma oggi sei in un punto in cui la paura ti paralizza prima ancora che tu possa capire qual è la strada giusta.

Quando la paura prende il sopravvento, anche le idee più belle sembrano irraggiungibili.

Il fatto che tu stia andando in terapia è importante, ma non significa che il cambiamento debba essere immediato. A volte serve tempo per trovare il linguaggio giusto, per capire da dove nasce davvero quell’angoscia mattutina, per distinguere ciò che ti spaventa dal lavoro da ciò che ti spaventa della vita.

Quello che posso dirti è questo: non sei sbagliato.
Non sei “quello che non ce la fa”.
Sei un ragazzo che sta cercando di capire come uscire da un meccanismo che lo blocca da anni.

La strada non è forzarti a resistere.
La strada è iniziare a guardare cosa succede dentro di te quando ti avvicini al lavoro: quali pensieri arrivano, quali immagini, quali paure. È lì che si trova la chiave.

Non devi farcela da solo e non devi scegliere adesso cosa sarà la tua vita.
Devi solo iniziare a capire cosa ti sta chiedendo quella parte di te che ogni mattina si ribella.

Un caro saluto,
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
Ricevo Online

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Ciao Luca,
mi occupo di psicologia del lavoro e quello che descrivi è qualcosa che vedo spesso: sia la fatica quotidiana che provi, sia il desiderio di costruirti un’autonomia.

In questo momento è importante lavorare su due piani: da una parte ridurre il disagio che senti ogni giorno per permetterti di affrontare la quotidianità, dall’altra capire perché queste reazioni si attivano proprio in contesti e momenti specifici, come andare a lavoro, così da evitare che si ripresentino.

Parallelamente, può essere utile chiarire meglio anche il tuo progetto di autonomia, per renderlo più concreto e sostenibile nel tempo.

Se vuoi, possiamo approfondire insieme questi aspetti.

Un caro saluto

Dott. Emanuele Santarelli

Dott. Emanuele Santarelli

Dott. Emanuele Santarelli

Milano

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Salve Luca, da quello che racconti, il problema non sembra essere il lavoro in sé, visto che hai cambiato diverse aziende senza ottenere benefici duraturi. Probabilmente il nemico non è il posto di lavoro, ma il meccanismo che si attiva ogni mattina. Quando senti ansia, tristezza e angoscia, cosa fai? Cerchi di convincerti ad andare? Cerchi rassicurazioni? Ti dici che devi resistere? Oppure torni a casa? Se in alcuni giorni torni indietro e non vai al lavoro, ottieni un sollievo immediato. Quel sollievo però rischia di diventare la trappola che mantiene il problema: ogni volta che eviti, il cervello impara che il lavoro è pericoloso e che l’unico modo per stare meglio è scappare. Per questo motivo, invece di cercare di eliminare l’ansia, lavorerei sul modificare il modo in cui la affronti. Il problema non è provare ansia; il problema è che l’ansia sta decidendo al posto tuo. Bisogna capire cosa mantiene vivo il problema!

In bocca al lupo, se serve, ricevo anche on line.

Dott.ssa Valentina Nicoletti 

Dott.ssa Valentina Nicoletti

Dott.ssa Valentina Nicoletti

Roma

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Ciao Luca, da come lo descrivi sembra che non si tratti solo di “ansia al lavoro”, ma di un meccanismo che si attiva ogni mattina in modo abbastanza automatico e che ti porta, a volte, anche all’evitamento. Questo nel tempo tende purtroppo a rinforzare ancora di più il circolo che descrivi. In questi casi non è tanto una questione di “resistere di più”, ma di capire come si innesca e cosa lo mantiene attivo, così da poter intervenire in modo concreto e mirato. Spesso non basta capire o parlare del problema: serve intervenire su come si attiva e su cosa lo mantiene nel tempo, perché è lì che si può iniziare a cambiare davvero la traiettoria.

Dott.ssa Noemi Ricucci

Dott.ssa Noemi Ricucci

Roma

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Buongiorno Luca,

un primo aspetto importante è che questa situazione andrebbe ripresa con molta chiarezza all’interno del percorso che sta già facendo con la sua psicologa. Non sapendo da quanto tempo è in terapia, è difficile valutare se il percorso abbia avuto il tempo necessario per produrre dei cambiamenti: la terapia, soprattutto quando riguarda meccanismi di ansia, evitamento e blocco, ha spesso bisogno di tempo, continuità e di obiettivi condivisi.

Detto questo, il punto centrale non è soltanto “come togliere l’ansia”, ma capire che funzione ha quell’ansia e che cosa sta cercando di proteggerla o segnalarle. Il fatto che l’angoscia emerga soprattutto nel tragitto verso il lavoro e che, in alcuni giorni, lei torni indietro, fa pensare a un meccanismo evitante: nel breve termine tornare a casa riduce l’ansia, ma nel lungo termine rischia di rinforzare la paura e di farle sentire sempre più difficile affrontare il lavoro.

Sarebbe quindi utile esplorare bene alcune domande: che cosa rappresenta per lei il lavoro? Che cosa teme possa accadere una volta arrivato lì? Si sente intrappolato, giudicato, non all’altezza, costretto, privo di libertà? L’idea di “sistemarsi” e diventare indipendente attiva aspettative, pressioni o paure particolari? Il desiderio di avviare qualcosa di suo potrebbe indicare un bisogno importante di autonomia, controllo e realizzazione personale, ma va capito se questo desiderio nasce da una progettualità autentica o anche dal bisogno di evitare contesti lavorativi vissuti come insostenibili.

Le consiglierei di portare alla sua psicologa proprio questa domanda: “Secondo lei perché continuo a bloccarmi? Qual è il meccanismo che mantiene il problema? Su quali obiettivi concreti stiamo lavorando?”. Può anche dirle apertamente che ha la sensazione che “niente funzioni”. Questo non è un attacco alla terapeuta, ma un’informazione clinica molto importante: la terapia dovrebbe essere anche uno spazio in cui poter parlare di ciò che non sta funzionando nel percorso.

Se, dopo aver dato alla terapia un tempo sufficiente e dopo averne parlato apertamente, lei continuasse a non sentirsi compreso, orientato o aiutato, potrebbe valutare insieme alla terapeuta stessa se sia utile modificare il piano di lavoro, integrare altri strumenti, o eventualmente chiedere un secondo parere/cambiare professionista. Non perché la terapia “non serva”, ma perché a volte è necessario trovare il metodo, il ritmo o il terapeuta più adatto al proprio funzionamento.

In ogni caso, il fatto che questa difficoltà si sia ripresentata in più aziende e lavori suggerisce che il tema meriti di essere compreso in profondità, non solo risolto cambiando contesto. La buona notizia è che i meccanismi di ansia ed evitamento possono essere trattati, ma è fondamentale lavorarci in modo graduale, concreto e condiviso.

Saluti. Charbel. 

Dott. Charbel Farah

Dott. Charbel Farah

Roma

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Buongiorno Luca, le notizie che fornisci sono veramente poche per poterti aiutare in modo adeguato tuttavia provo a formulare un'ipotesi: ti piace il tuo lavoro? Dici che vorresti avviare un lavoro tuo forse come piccolo imprenditore ma non te lo puoi permettere!! Forse si trova qui il tuo conflitto: non sei soddisfatto del tuo lavoro!! Non so se lo sei delle tue relazioni affettivo/sociali. Ritengo che tu debba lavorare su questi temi,  approfondire ciò che desideri e che ti appaghi di più'!! Cerca di leggere meglio nel tuo profondo e lavorare su questi aspetti, un augurio e un saluto. 

Sembrerebbe che il lavoro dipendente non la soddisfi. Ha mai pensato di cercare dei soci che potrebbero aiutarla nello sforzo economico di avviare un'attività indipendente? Il lavoro è una dimensione fondamentale, la più importante della vita, dopo eventualmente la salute e se il problema che le scatena i sintomi è rappresentato dal lavoro, deve puntare a risolverlo. Abbastanza spesso si può essere frenati nell'affermarsi sul lavoro anche da fattori di personalità e legami familiari non ottimali. In questo caso la Terapia Breve strategica-gestaltica è particolarmente adatta perché, oltre a strumenti più pratici, libera dalle pastoie in cui l'individuo è avviluppato e che gli impediscono di trovare strade creative ed efficaci per affermarsi. Trova maggiori informazioni sul sito a mio nome. 

Dott.ssa Valentina Sciubba

Dott.ssa Valentina Sciubba

Roma

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Gent.le Luca,

probabilmente se non funziona forse perché ancora non hai centrato il reale tuo problema. Cerca di aprirti più possibile parlando dell'origine del tuo malessere. Vedrai che se veramente ti apri la tua psicoterapeuta comprenderà come accompagnarti meglio. 
cordiali saluti

Dott.ssa Iolanda Lo Bue

Dott.ssa Iolanda Lo Bue

Dott.ssa Iolanda Lo Bue

Roma

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Gentile Luca, lei sta vivendo una situazione di ansia e angoscia molto comune e mi dispiace molto che lei possa pensare che non vi sia soluzione a questo tormento. E’ difficile capire da poche righe il tipo di disagio che la opprime. Si intravede una situazione conflittuale: va al lavoro, ma lo stato di angoscia spesso la fa tornare indietro, avverte però un bisogno di indipendenza e di emancipazione e poter creare qualcosa di suo. Il budget insufficiente e lo stato di ansia non le permette però di poterlo anche solo immaginare. E così rimane fermo e schiacciato dalla situazione emotiva e dalla difficoltà a venirne fuori. Bisognerebbe approfondire ulteriormente questo probabile conflitto tra l’andare e rimanere, tra quotidianità e cambiamento, tra dipendenza e indipendenza. A 30 anni sì certo, è legittimo desiderare una maggiore indipendenza nella propria vita.

Un caro saluto.   

Dott.ssa Mirella Caruso- Roma

Dott.ssa Mirella Caruso

Dott.ssa Mirella Caruso

Roma

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Gentile Luca, da quello che racconta, mi colpisce il fatto che questa sofferenza si ripresenti indipendentemente dal lavoro che svolge e dall’azienda in cui si trova. Questo mi fa pensare che probabilmente il problema non sia tanto il singolo posto di lavoro, ma qualcosa di più profondo che si attiva ogni volta che deve confrontarsi con l’idea di andare a lavorare. Immagino quanto possa essere frustrante vedere gli altri costruire la propria indipendenza e sentirsi invece bloccato da emozioni che sembrano più forti della volontà. E credo sia importante sottolineare che non si tratta di pigrizia o di mancanza di impegno. Anzi, il fatto che lei abbia cambiato diversi lavori e che continui a cercare una soluzione mi fa pensare a una persona che non si è arresa.

Forse la domanda da porsi non è tanto “perché non riesco a lavorare?”, ma “cosa rappresenta per me il lavoro e cosa succede dentro di me ogni volta che devo affrontarlo?”. A volte ansia, tristezza e desiderio di fuggire possono essere l’espressione di qualcosa che va oltre il contesto lavorativo e che merita di essere compreso con calma.

Il fatto che stia già facendo un percorso psicologico è importante. Se però sente di essere fermo e che qualcosa non stia funzionando, potrebbe essere utile parlarne apertamente con la sua terapeuta e condividere anche la sensazione di scoraggiamento che sta vivendo. A volte è necessario fermarsi e rivedere insieme gli obiettivi o il modo in cui si sta lavorando.

Non perda la speranza. A 29 anni non è troppo tardi per costruire la propria strada, anche se in questo momento può sembrarle impossibile.

Resto a disposizione qualora desiderasse approfondire questa situazione.

Cordialmente 

Dott.ssa Rosina Motta
Psicologa Clinica

Dott.ssa Rosina Motta

Dott.ssa Rosina Motta

Catanzaro

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Buongiorno Luca,

leggendo il suo messaggio, mi ha colpito un aspetto che credo meriti attenzione. Lei racconta di aver cambiato diverse aziende, ma descrive una sensazione che sembra ripresentarsi ogni volta nello stesso momento: al risveglio, durante il tragitto verso il lavoro, quando sente il desiderio di tornare indietro.

Questo mi fa pensare che il problema non sia tanto il singolo ambiente lavorativo, quanto ciò che accade dentro di lei quando si avvicina all'idea di affrontare una nuova giornata.

Mi sembra significativo anche che il suo obiettivo non sia evitare il lavoro. Al contrario, lei esprime il desiderio di costruirsi un futuro, diventare indipendente e, un domani, avviare un'attività in proprio. Questo racconta una persona che desidera realizzarsi, non qualcuno privo di motivazione.

Proprio per questo mi chiederei se l'ansia che prova non stia entrando in conflitto con una parte di lei che sente il peso delle responsabilità, delle aspettative o del timore di non riuscire a essere all'altezza. Naturalmente questa è solo una possibile chiave di lettura e andrebbe approfondita all'interno del percorso terapeutico, senza trarre conclusioni affrettate.

C'è un altro elemento che trovo interessante. Lei scrive di aver cambiato diversi lavori, ma il disagio è rimasto. A volte siamo portati a pensare che cambiando contesto il problema scomparirà. Quando, invece, la sofferenza si ripresenta in situazioni differenti, può essere utile spostare la domanda da "Qual è il lavoro giusto?" a "Che cosa rappresenta per me il lavoro?"

Per alcune persone il lavoro è soltanto un'attività. Per altre diventa il luogo in cui si misura il proprio valore, la propria autonomia, il timore di deludere gli altri o di fallire. Quando questo accade, anche una normale giornata lavorativa può essere vissuta come una prova continua. L'ansia, allora, non parla necessariamente del lavoro, ma del significato personale che quel lavoro ha assunto.

Vorrei soffermarmi anche sul fatto che lei è già seguito da una psicologa. È un elemento importante. Se ha la sensazione che il percorso non stia producendo i risultati sperati, le suggerisco di portare apertamente questo vissuto all'interno della terapia. Parlare anche delle aspettative rispetto al trattamento e dei momenti in cui sente di bloccarsi può diventare parte del lavoro terapeutico, non un segnale di fallimento.

Infine, vorrei lasciarle una riflessione. Dal suo racconto emerge il desiderio di trovare il lavoro che le permetta di stare finalmente bene. È un desiderio comprensibile. Tuttavia, talvolta il cambiamento più importante non consiste nel trovare un lavoro privo di ansia, ma nel costruire un rapporto diverso con sé stessi quando l'ansia si presenta. È questa trasformazione che, nel tempo, può restituire libertà di scegliere il proprio percorso senza che sia la paura a decidere.

Le auguro di proseguire il suo cammino con fiducia. Il fatto che continui a cercare una soluzione e che desideri costruire il suo futuro è già una risorsa preziosa su cui poter lavorare.

Dott.ssa Claudia Campisi

Dott.ssa Claudia Campisi

Roma

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