Ansia

Ansia e stato di paura

gabriele

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Buongiorno,
vi scrivo, perché da anni soffro di ansia e forse depressione, ma al momento direi che l'ansia è quella che la fa da padrone. Sto seguendo un percorso psicologico ma forse il mio caso è difficile o forse non trovo la persona giusta. Appurato che, a quel che so e dicono, il mio problema risalga all'infanzia... vivo sempre più con uno stato generalizzato di paura, non di qualcosa in specifico ( anche se agorafobia e paura di spostarmi sono i principali effetti). La cosa più noiosa che già da quando mi alzo, un senso di chiusura di stomaco, di voglia di nascondermi, di paura in generale, mi attanaglia i pensieri e non mi lascia. Sono tanti anni che sono tra gli psicologi, ma nessuno per ora è riuscito a trovare una via da farmi seguire e io sono sconsolato. So che nessuno ha la bacchetta magica, so che "devo, assimilare, accettare, non dare importanza, cercare di lasciare, di combattere il presente, etc, etc, etc" ma non cambia la mia situazione. L'ultima psicologa, dopo tre sedute mi ha consigliato farmaci, e già prendo ansiolitici, però aumentare o intraprendere una cura, sarebbe per me la dimostrazione della mia incapacità, una sconfitta. E soprattutto non capisco perché una psicologa che praticamente neanche mi conosce ( tre sedute) invece di trovare una pur se difficile soluzione, mi indichi la strada più comoda. Sono demoralizzato. Tutti i giorni, come immagino migliaia di persone, combatto contro dei mulini a vento che sono dentro me, irrazionali, subdoli, e molte volte devastanti. Non so d preciso cosa chiedere, forse è più uno sfogo, una ricerca di aiuto gridata al mondo.

Grazie per il vostro tempo

5 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Gentile Gabriele


Mi sento di risponderle. Colgo la richiesta di aiuto per uscire da un circolo vizioso fatto di timori generalizzati e sintomi fisici, quello che lei definisce ansia.


L’ansia è uno stato di attivazione fisiologica determinato però dall’assenza di uno stimolo esterno che possa essere letto come una minaccia fisica. Se lei fosse per strada e venisse derubato sentirebbe pericolo, lo stimolo è esterno (il ladro). Nel suo caso la sensazione di pericolo, la “paura in generale” con la “voglia di nascondersi” ed il dolore allo stomaco sono determinati da fattori interni. Fattori interni sui quali mi pare di capire che rimungini per poi auto-attaccarsi e sentire solo demoralizzazione.


Quindi sarebbe da esplorare il quale fattore emotivo interno per il quale inizia a sentire ansia, rimuginio e demoralizzazione.


Da una parte poi dice “aumentare o intraprendere una cura, sarebbe per me la dimostrazione della mia incapacità, una sconfitta” e dall’altra ha chiesto e tutt’ora chiede aiuto, in sostanza sta cercando una cura, o almeno un aiuto per essa.


Sembra quindi che sia in conflitto: quando inizia chiedere aiuto e ad affidarsi si vive sconfitto, quando sta da solo vive il disagio per la quale chiede aiuto qui. Aiuto che tende a minimizzare come uno “sfogo” ed essendo anche un po' confuso al riguardo (“non so di preciso cosa chiedere”).


Sarebbe da indagare se la confusione che sente sia già un segnale d’ansia che si attiva nell’esatto momento in cui vuole dichiarare un problema per la quale vuole aiuto e che la minimizzazione sia un metodo automatico per autoregolarsi l’ansia. Questa per esempio potrebbe essere una ulteriore barriera al suo percorso di cura che mantiene viva l’esperienza conflittuale nella richiesta d’aiuto.


Credo che per lei sia molto doloroso chiedere aiuto e fidarsi di qualcuno. Le emozioni che potrebbero emergere in una relazione potrebbero essere fonte d’ansia e riattivare vecchie ferite pericolose da rivivere.


Consideri però che ogni volta che si permette di iniziare una relazione, anche terapeutica, ha la possibilità di rielaborare i sentimenti che la sommergono d’ansia in modo che il presente ed il futuro non diventino un mero ripresentarsi di relazioni passate.


Le auguro il meglio.

Capisco lo sconforto. Ci sono giorni più critici di altri. Non perderei la fiducia in me e nel lavoro fatto fino ad oggi. Nel corso degli anni di terapia, sono certa abbia costruito strumenti e accumulato risorse, che oggi forse fatica a riconoscere, ma ci sono. 


Punti su queste, su di lei e sono certa che pian piano andrà meglio. Non so dirle quanto è quando,  ma non  perda la fiducia in sé e nelle persone che fino ad oggi hanno cercato di sostenerla.


Un caro saluto. 


Dott.ssa Pagani 


 

Ciao!


Innanzitutto mi dispiace per ciò che stai vivendo, comprendo che non sia facile per te riuscire ad adattarti portando addosso questo fardello. Dalle tue parole si percepisce la grande pena che provi, ma anche la volontà di intraprendere cambiamenti che possano migliorare la tua qualità di vita. Spesso non è semplice trovare il supporto adatto nelle situazioni croniche come la tua, ma mi sento di dirti di non mollare! C'è sempre una via d'uscita, anche se non la vedi dietro l'angolo e ti sembra di essere in un vicolo cieco.


I disturbi d'ansia sono tra i peggiori che si possano vivere, ma è possibile superarli col giusto impegno e costanza.


Se hai bisogno e te la senti puoi contattarmi e possiamo vederci online per parlare meglio e con calma della tua sofferenza.


Grazie per la tua apertura. 

Buongiorno


rispondo per darti qualche informazione in più circa l'ansia e le dinamiche sottese a tale stato, magari utile ad orientarti riguardo a tale segnale che emerge dalla normale continua attività subcosciente.


L'ansia, come tutte le emozioni, è un indicatore di attivazione psicofisica. Essa parte dalla naturale ansia da prestazione, dunque è una attivazione psicofisica di preparazione ad agire. Se l'azione viene rinviata, la tensione di tale attivazione permane fino al dispendio dell'energia mobilitata, questa appunto indicata come ansia da prestazione.


Rinviare ad oltranza cose da fare, manda in reiterazione (e lascia in tensione neuromuscolare) l'elaborazione dell'azione fino al completamento dell'azione, indifferentemente dal risultato positivo o negativo che si ottiene.


Ma rinviare ad oltranza fa dimenticare col tempo la causa dell'attivazione, la sua sorgente e ciò stabilizza quella sottile persistente tensione inconsapevolmente, trasformandola in ansia patologica.


Poi, non riconoscendo più l'origine della tensione ed aggiungendo tensione (ansia da prestazione) ogni incremento porta ad una reazione d'allarme che spesso viene erroneamente considerata paura.


la chiusura verso l'esterno inoltre è una semplice difesa, un protezione dal ricevere ulteriori stimoli che coinvolgerebbero in ulteriori attività con conseguente incremento di tensione. Il sistema nervoso va in autoprotezione da ulteriore attivazione perchè già molto attivato, il corpo rifugge automaticamente gli stimoli eccessivi - come per es. si sta alla giusta distanza dal fuoco, per scaldarsi e per non sentire il pizzichio o il dolore sulla pelle contemporaneamente.


Del resto è molto probabile che delle situazioni di vita dell'infanzia, a cui non hai dato la tua giusta e personale risposta, tu le abbia memorizzate ma non concluse, non elaborate. E da qui, ogni situazione analoga diviene stimolo che riattiva la necessità di fare qualcosa, ma non avendola a suo tempo fatta o avendola agita condizionato dagli altri per te significativi (genitori, insegnanti, pari..) riattivano lo stato sospeso di allora di predisposizione all'azione.


mi auguro di essere stato di aiuto.


Dott. Rolando Fabi

Buongiorno,


io non conosco la sua storia e per me è difficile indirizzarla verso un certo tipo di terapia. Quello che le posso dire è che per i problemi di ansia spesso è indicata la psicoterapia cognitivo-comportamentale che si basa su protocolli validati empiricamente, cioè hanno una base scientifica che li considera efficaci. Se invece vi sono alla base delle esperienze traumatiche è consigliabile seguire un percorso di EMDR, un metodo psicoterapeutico strutturato, anche questo ampiamente validato con ricerche scientifiche.


Spero di esserle stata di aiuto, le auguro una buona vita,


dott.ssa Serena Terzuoli

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