Esame difficile e blocco psicologico

Mercedes

Gentili dottori, Scrivo perché stanotte, per la seconda volta, ho fatto una nottataccia perché non riuscivo a non pensare all’esame che dovrò sostenere mercoledì prossimo, l’ultimo di una lunga serie in cinque anni. Frequento il secondo anno fuoricorso di lingue e mi sarei laureata molto prima se avessi scelto una lingua più desiderata rispetto all’inglese e avessi tentato filologia romanza prima, senza ridurmi all’ultimo, ma purtroppo non è stato così e mi ritrovo a fare i conti con questo mostro. Ho tentato a febbraio di darlo, dopo solo due settimane in cui non sono riuscita a integrare correttamente i libri di linguistica di cui uno suo. e accorgendosi mi ha rimandata al prossimo appello che sarebbe stato un mese dopo. Andai lì per farmi conoscere, dirgli che era il mio ultimo esame e che desideravo materiale aggiuntivo per gli argomenti di linguistica che non riuscivo a integrare. Alla fine sono stata liquidata con frasi fredde e poco empatiche che mi aspettavo da lui in quanto tutti temono la sua imprevedibilità e rigidezza. È molto lunatico e oserei dire questa cosa mi spaventa perché forse mi metterà in difficoltà. Andai a parlare dopo il fallimento dell’esame e mi disse “deve chiedere scusa a se stessa. L’università è una sua scelta” poi però ha anche aggiunto “si deve attenere ai libri e al programma”. Successe che all’appello successivo dimenticai di prenotarmi e dopo due giorni dalla chiusura e una settimana prima dell’esame, gli mandai una mail per essere inserita senza risposta. Quindi il giorno dopo mi recai da lui a ricevimento e senza accogliermi in aula rispose “sei quella della prenotazione? No, ritorni la prossima volta”. Tentai di riprovare ma disse che sono stata negligente e quindi di nuovo non mi avrebbe accettato. Il salto d’appello prevede che sarei dovuta ritornare a giugno in sessione estiva. Eccomi qui, a pochi giorni dall’esame e tanta voglia di rimandare perché mi sembra di non sapere nulla e ho paura di dimenticare. Sono in preda a sentimenti bruttissimi. Ansia forte, insonnia, pensieri di paura e panico associati all’evento. Vorrei rimandare, ma ho paura che questo meccanismo me lo porti in avanti

12 risposte degli esperti per questa domanda

Buongiorno Mercedes,

L'ansia forte, l'insonnia delle ultime due notti e i pensieri di panico sono i sintomi chiari di un sistema nervoso totalmente sovraccarico, schiacciato dall'ombra di un docente rigido e dall'importanza che questo momento riveste per il tuo futuro. La tua paura è amplificata dalla personalità del professore: imprevedibile, lunatico, rigido e privo di empatia. Le frasi che ti ha rivolto («deve chiedere scusa a se stessa», il rifiuto categorico di inserirti all'appello per una dimenticanza di pochi giorni) sono espressioni di un accademismo asettico e punitivo, che purtroppo molti studenti fuoricorso conoscono bene. Nel linguaggio della psicologia del profondo, questo docente si è trasformato nella tua mente nell'archetipo del Giudice Spietato. Ogni volta che apri i libri di Filologia Romanza, non stai studiando la materia: stai anticipando l'umiliazione, il rifiuto e la sensazione di essere messa in difficoltà. La tua paura di "dimenticare tutto" o di "non sapere nulla" non è un deficit reale della tua memoria, ma l'effetto dell'ansia da prestazione che blocca la corteccia cerebrale. Più ti concentri sull'imprevedibilità di lui, più perdi il controllo sulle tue reali competenze.

Nel tuo racconto dedichi molto spazio ai rimpianti, questo processo si chiama ruminazione retrospettiva ed è un enorme ladro di energia vitale. La mente, per non stare nell'ansia del presente, scappa nel passato costruendo scenari ideali che oggi non esistono. Non hai scelto un'altra lingua, non l'hai dato prima, e sei al secondo anno fuoricorso: questo è il tuo dato di realtà attuale e non c'è nulla di sbagliato in esso. Essere fuoricorso a lingue con materie complesse come filologia e linguistica è la normalità per migliaia di studenti. Smetti di chiederti scusa: hai fatto il tuo percorso con i tuoi tempi, le tue fatiche e i tuoi sogni, e quel percorso ti ha portata a un solo esame dalla laurea. Onora questa strada, non colpevolizzarla.La tua tentazione profonda oggi è quella di scappare, di non presentarti mercoledì e di rimandare ancora. Clinicamente, l'evitamento è un meccanismo ingannevole: nell'esatto momento in cui decidi di rimandare, provi un immediato e immenso senso di sollievo, perché il pericolo ( ) si allontana. Ma il giorno dopo, quel sollievo si trasforma in un senso di sconfitta ancora più grigio, e il "mostro" diventa due volte più grande e spaventoso per l'appello successivo. Hai già subito un salto d'appello forzato a causa della dimenticanza e della rigidità del docente; prolungare questa sosta significa alimentare l'idea che tu non sia in grado di farcela. Smetti di cercare di "capire l'imprevedibile" o di trovare risposte perfette per un uomo lunatico. In questi pochi giorni che mancano, non cercare di imparare cose nuove. Fai un lavoro di consolidamento strutturale: ripeti le macro-aree del programma, i concetti cardine dei testi di linguistica e i testi filologici principali. Accetta il limite. Non andrai lì per fare la notte degli oscar della filologia, andrai lì per dimostrare che hai studiato il programma richiesto. Se lui farà una domanda bizzarra, farà parte della sua natura lunatica, non del tuo valore. L'insonnia e il battito forte sono il segno che la tua mente sta correndo troppo avanti. Fai un patto con te stessa: mercoledì prossimo tu ti siederai su quella sedia. Non ci andrai con l'obbligo assoluto di essere perfetta, ci andrai per vedere le carte del gioco. Sei stata rimandata a febbraio dopo due sole settimane di studio; ora sono passati mesi, hai depositato la materia, hai vissuto la frustrazione del rifiuto. Sei molto più preparata di quanto la tua ansia voglia farti credere. Concediti il diritto di provare. Se andrà bene, sarai laureata. Se la lunaticità del professore dovesse bloccarti ancora (nello scenario peggiore), avrai comunque spezzato il tabù della sedia, saprai esattamente cosa chiede e avrai tolto all'evitamento il potere di renderti prigioniera. L'università è stata una tua scelta, sì, ma è anche il luogo in cui stai imparando a difendere i tuoi confini adulti di fronte alle ingiustizie e alle rigidità del mondo. Quel professore è solo l'ultimo casellante di un'autostrada che hai già percorso quasi tutta. Non regalargli il potere di farti credere inadeguata.

Un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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Buongiorno Mercedes, l'ansia che sta provando è del tutto naturale e comprensibile, capisco quanto possa essere faticoso investire tempo ed energie in un progetto senza ottenere i risultati sperati. Capita che quando insuccessi si ripetono, l'ansia possa far perdere di vista le risorse e i progressi già compiuti.

Potrebbe esserle utile, fermarsi ed analizzare non solo il risultato ma anche il metodo di studio utilizzato, le modalità di preparazione e l'impatto che l'ansia sta avendo sulla performance?

Se crede possa esserle utile un supporto, per comprendere questi aspetti, individuare nuove strategie, recuperare fiducia nelle attività future, possiamo provare a lavorarci assieme. Mi trova online qui in Piattaforma o può contattarmi liberamente. Sperando di esserle stata d'aiuto, le auguro il meglio.

Saluti.

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Buongiorno Mercedes,

gli esami universitari rappresentano una fonte di preoccupazione per molti studenti. È importante che sappia che l’esito di un esame non dipende esclusivamente dalla sua preparazione: possono influire diversi fattori, tra cui anche le modalità di valutazione e il contesto della giornata stessa.

Cerchi di non focalizzarsi sul fatto di essere fuori corso. Le assicuro che completare il proprio percorso con qualche mese o anno di ritardo non compromette il valore del titolo né le opportunità future. Ognuno ha i propri tempi e il proprio percorso.

Potrebbe essere utile rivolgersi a uno psicologo, che possa aiutarla a gestire l’ansia legata agli esami e a sviluppare strategie efficaci per affrontarli con maggiore serenità e fiducia nelle sue capacità.

Ricevo anche online: se lo desidera, può contattarmi e valuteremo insieme il percorso più adatto per affrontare questa difficoltà.

Un cordiale saluto.

Dott.ssa Fioldisa

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Torino

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Cara Mercedes,

quello che stai vivendo non è debolezza e non è un segnale che “non sei fatta per l’università”. È la reazione naturale di una mente e di un corpo che da mesi vivono sotto pressione, con un esame che non è solo un esame: è la fine di un percorso, la chiusura di un ciclo, il simbolo di tutto ciò che hai faticato a portare avanti. Quando un traguardo ha questo peso, l’ansia non parla della tua preparazione: parla della paura di non farcela proprio adesso.

Il professore che descrivi non aiuta. La sua rigidità, la sua imprevedibilità, il modo brusco con cui ti ha liquidata… tutto questo ha creato un clima in cui non ti senti accolta, né vista, né sostenuta. E quando ci si sente così, la mente comincia a lavorare contro di te: ti sveglia di notte, ti riporta all’esame, ti fa immaginare scenari catastrofici. Non perché tu non sappia nulla, ma perché hai paura di essere messa alla prova da qualcuno che non ti fa sentire al sicuro.

Il punto non è rimandare o non rimandare. Il punto è capire che questa ansia non è un nemico da combattere, ma un segnale: ti sta dicendo che sei stanca, che sei arrivata alla fine di un percorso lungo e faticoso, che hai bisogno di respirare. Rimandare non è un fallimento, così come presentarti non è un atto di eroismo. È una scelta. E la puoi fare solo quando smetti di giudicarti.

Quello che puoi fare ora è riportare il focus su di te, non su di lui. Prepararti come puoi, senza pretendere la perfezione. Accettare che la paura ci sarà comunque. E ricordarti che questo esame non definisce il tuo valore, né la tua intelligenza, né il tuo futuro. È solo un passaggio, anche se oggi ti sembra un muro.

Mercedes, non stai impazzendo. Stai solo affrontando l’ultimo tratto di una salita lunga, con un professore che non facilita il cammino. E la tua ansia non è un difetto: è la prova che ci tieni, che vuoi chiudere bene, che sei arrivata fin qui con una forza che forse non riconosci abbastanza.

Un caro saluto,
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
Ricevo Online

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Cara studentessa, la sofferenza che descrivi è molto intensa e può essere compresa come una profonda crisi della tua stabilità personale di fronte a quello che percepisci come un "mostro". L'ansia e l'insonnia che provi non sono semplici sintomi da eliminare, ma rappresentano il modo in cui ti senti rispetto a un evento imminente. Il tuo obiettivo è diventato così minaccioso da saturare tutto il tuo presente, impedendoti di vedere qualsiasi altra possibilità d'azione che non sia la fuga o il fallimento. Quando definisci l'esame un "mostro", stai descrivendo un mondo che ha perso la sua familiarità e che ti appare solo come una fonte di pericolo per la tua integrità. La tua serenità sembra dipendere totalmente dall'umore "lunatico" e dalla "freddezza" del docente. Sembra che tu ti definisca attraverso il suo riconoscimento, quando lui ti liquida con frasi poco empatiche o ti definisce "negligente", il tuo senso di valore personale vacilla.  Ti racconti una storia di fallimenti e ritardi ("mi sarei laureata molto prima se..."), e questo spazio d'esperienza negativo colora il presente di colpa e vergogna. La sensazione di non sapere nulla, nonostante anni di studio, è spesso una "narcotizzazione" dell'esperienza reale dovuta al panico Il desiderio di rimandare è un tentativo del tuo organismo di ri-posizionarsi per evitare un'emozione insopportabile. Tuttavia, come tu stessa temi, questo "congelamento" del progetto di sé rischia di trasformare la stabilità in una trappola. Rimandare potrebbe darti un sollievo immediato, ma affrontare mercoledì — qualunque sia l'esito — ti permetterebbe di riappropriarti della tua storia.    Un caro saluto Dott.ssa Maria Rosaria Pascarelli

Dott.ssa Maria Rosaria Pascarelli

Dott.ssa Maria Rosaria Pascarelli

Sassari

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Gentile Mercedes, grazie per averci scritto, da quanto descrive, sembra che si sia attivato un tipico circolo ansioso: pensieri come “non so nulla”, “andrò in difficoltà” o “potrei dimenticare tutto” aumentano l’ansia, che a sua volta amplifica proprio la sensazione di vuoto mentale e il bisogno di evitare l’esame.

Anche l’idea di rimandare appare comprensibile nell’immediato, ma rischia di rinforzare questo meccanismo, mantenendo nel tempo la paura e il senso di incapacità.

Non è quindi tanto la preparazione reale a determinare il blocco, quanto il modo in cui l’esame viene anticipato e interpretato.

Se desidera comprendere meglio questi meccanismi e gestire in modo diverso l’ansia, può contattarmi.

Un cordiale saluto Dott.ssa Claudia Mosneagu psicoterapeuta cognitiva comportamentale

Dott.ssa Claudia Mosneagu

Dott.ssa Claudia Mosneagu

Padova

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Cara Mercedes,

capisco la sua ansia e la sua angoscia a pochi giorni da un esame che ormai è diventato un incubo anche a causa di un atteggia rigido e intransigente del professore. Il tutto fa entrare in un circuito vizioso. In generale bisognerebbe capire se lei tende spesso a rimandare per paura di fare lee re cose, anche se ci mette poi impegno nel farle. Non so nulla di lei e perciò è difficile esprimersi. Certo è che ora, per questo esame, deve stringere i denti cercando di superarlo, perché altro non si può fare purtroppo. Poi, se si rende conto di una sua tendenza a procrastinare o a esitare troppo temendo le difficoltà che le si presentano sul cammino, le converrebbe chiedere un aiuto per potersi sentire più cresciuta e più libera. Di più non posso aggiungere. Auguri e un caro saluto. Rosanna Schiralli

Buongiorno Mercedes,

la prima cosa che mi sento di dirle è che l’ansia non è il problema, ma è una espressione della sua interiorità che sta cercando di segnalarle il vero problema. Lo sottolineo perché il rischio è che lei ingaggi una lotta contro l’ansia senza capirne il significato pensando a questo sintomo come a un meccanismo alterato che si amplifica in maniera insensata. L’ansia non è un sintomo insensato né un nemico da combattere ma sta cercando di segnalarle il vero problema per aiutarla a prenderne consapevolezza. Ciò di cui ha bisogno di prendere consapevolezza è un suo atteggiamento mentale molto performativo che le sta creando una grossa pressione interna. Non è l’ansia a metterla sotto pressione ma la performatività. Quando una persona è in questo atteggiamento performativo dà un peso eccessivo al risultato, perché fa dipendere il suo valore dalla buona riuscita esterna, in questo caso l’esame. L’esame viene caricato di un peso e di un significato eccessivo nel decretare il proprio valore quasi fosse il giudizio universale sulle proprie capacità.

Il problema vero non è non riuscire subito a superare un esame o  essere fuoricorso ma è lasciarsi definire nelle proprie capacità da criteri performativi, da standard che non hanno una base di consapevolezza interiore ma sono stati assunti acriticamente dall’esterno. Il vero problema è essere schiacciati sotto queste idee di valore esterne sentendosi inadeguati se non si rispecchia questo ideale performativo. La pressione è tanta perché l’esame, caricato di così tanto peso, deve andare per forza bene, non si riesce a concepire se non un percorso lineare, mentre le cadute e le difficoltà sono considerate solo dei deficit. Si perde il significato di cosa è la crescita, che non è l’essere performativi dando prova di sé agli altri, ma è far crescere e maturare qualcosa di proprio, seguendo il proprio percorso e non un cammino standardizzato che porta solo a inquadrarsi sempre più rigidamente dentro a un modello prestazionale. L’irrigidirsi dentro a questa mentalità prestazionale porta a vivere il percorso universitario e il suo compimento solo come un attestato che si deve conseguire, perdendone il significato personale, interiore.

La performatività è un problema di non poco conto, ha diverse implicazioni, come l’ansia sta cercando di segnalarle. Una di queste implicazioni è che la porta a dipendere dal giudizio esterno, a cui dà molto potere perché fa dipendere il suo valore dal riconoscimento esterno, finendo per rimanerne schiacciata, in particolar modo quando ha a che fare con personalità difficili come quella del suo docente. Nella vita possiamo trovarci di fronte a persone che ci disapprovano, il punto è il peso che diamo al giudizio dell’altro, è quanto ne siamo dipendenti. L’ansia le sta segnalando queste tematiche importanti su cui ha bisogno di lavorare. Mi auguro che dia voce a quest’ansia invece di tacitarla pensando che si tratti di una alterazione priva di senso o di un’ulteriore prova da superare e vincere in termini prestazionali…Le auguro il meglio per se stessa

Gentile Mercedes,

la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità il suo vissuto. Da ciò che descrive emerge chiaramente quanto questo esame rappresenti per lei non solo una prova accademica, ma anche un passaggio carico di significati emotivi, legati al suo percorso, alle aspettative e alla fatica accumulata in questi anni. L’ansia intensa, l’insonnia e i pensieri ricorrenti che sta sperimentando sono reazioni comprensibili quando ci si trova di fronte a una situazione percepita come decisiva e, allo stesso tempo, minacciosa. In particolare, la relazione con il docente vissuto come imprevedibile e poco accogliente  sembra aver amplificato il senso di insicurezza e paura di fallire. È importante riconoscere che il timore di “non sapere nulla” o di dimenticare tutto sotto stress è molto comune in condizioni di forte attivazione ansiosa: spesso non riflette una reale mancanza di preparazione, ma una difficoltà temporanea ad accedere alle informazioni quando si è sotto pressione. Rispetto al desiderio di rimandare, può essere utile interrogarsi su cosa rappresenterebbe questa scelta: da un lato potrebbe offrirle un sollievo immediato, dall’altro  come lei stessa intuisce  rischia di alimentare un circolo di evitamento che mantiene e rinforza l’ansia nel tempo. Un possibile suggerimento, in questi giorni, è quello di spostare l’obiettivo dalla “prestazione perfetta” al “presentarsi e fare il possibile nelle condizioni date”. Può aiutarla anche introdurre brevi strategie di regolazione dell’ansia (ad esempio esercizi di respirazione lenta, pause strutturate nello studio, o una routine serale che favorisca il sonno), oltre a suddividere il materiale in parti più gestibili, evitando il sovraccarico.  Se decidesse di presentarsi all’esame, potrebbe provare a considerarlo non come un giudizio definitivo sul suo valore, ma come un passaggio del percorso. E, indipendentemente dall’esito, questo non cancella l’impegno e la strada che ha già fatto. Qualora sentisse che questi stati emotivi diventano troppo intensi o invalidanti, un supporto psicologico potrebbe offrirle uno spazio utile per lavorare su queste dinamiche e sulle modalità di gestione dell’ansia.

Resto a disposizione per qualsiasi necessità.

Un carissmo saluto.

Dott.ssa Chiara Ilardi

Dott.ssa Chiara Ilardi

Roma

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Buongiorno,

dal suo racconto ho avuto la sensazione che il problema non sia soltanto l'esame in sé, ma il rapporto che, nel tempo, si è creato tra lei e quell'esame.

Quando una prova viene rimandata più volte, spesso smette di essere una semplice verifica universitaria e diventa qualcosa di molto più grande: una misura del proprio valore, delle proprie capacità o persino del proprio futuro. A quel punto non si teme più solo di non superare un esame, ma di confermare un'idea negativa di sé.

È proprio questo meccanismo che può creare un circolo vizioso: più aumenta l'importanza attribuita all'evento, più cresce l'ansia; più cresce l'ansia, più diventa difficile affrontarlo. L'evitamento offre un sollievo immediato, ma finisce per rafforzare la convinzione che quella situazione sia davvero insuperabile, mantenendo il problema nel tempo.

Vorrei però soffermarmi su una domanda che forse vale la pena porsi: cosa rappresenta davvero quell'esame per lei?

Per alcune persone è soltanto un esame. Per altre diventa il simbolo dell'ingresso nel mondo del lavoro, delle aspettative familiari, del timore di deludere qualcuno o della paura di non sentirsi abbastanza competenti. Comprendere questo significato è spesso più importante che concentrarsi esclusivamente sulla gestione dell'ansia.

L'ansia, infatti, non è sempre il problema principale. In molti casi è un segnale che ci comunica quanto attribuiamo valore a ciò che stiamo vivendo. Diventa disfunzionale quando inizia a limitare la nostra libertà di scelta e ci porta a evitare situazioni importanti per paura di fallire.

Se questo blocco persiste da tempo, credo possa essere utile non limitarsi a cercare strategie per "controllare l'ansia", ma esplorare insieme a uno psicologo quali pensieri, aspettative ed emozioni si attivano ogni volta che si avvicina la data dell'esame. Spesso il lavoro terapeutico permette di ridimensionare il peso simbolico della prova e di interrompere il meccanismo che alimenta il blocco.

Vorrei lasciarle anche una riflessione. Dal suo messaggio emerge che lei continua a desiderare di affrontare quell'esame. Questo significa che una parte di lei non ha rinunciato al suo obiettivo. Oggi, probabilmente, non ha bisogno di convincersi di essere più forte dell'ansia, ma di imparare a non lasciare che sia l'ansia a decidere al posto suo.

Le auguro di riuscire a trasformare questa esperienza non in una prova del suo valore personale, ma in un passaggio del suo percorso di crescita. Un esame può essere difficile, ma non definisce chi siamo né quanto valiamo.

Dott.ssa Claudia Campisi

Dott.ssa Claudia Campisi

Roma

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Gentile Mercedes,

dalle sue parole emerge una forte ansia legata a questo esame, che sembra essersi alimentata nel tempo anche a causa delle esperienze vissute con il docente. Quando la paura del fallimento diventa così intensa, può portare a un vero e proprio blocco, facendo percepire di non sapere abbastanza anche dopo aver studiato.

Il desiderio di rimandare può offrire un sollievo momentaneo, ma rischia di mantenere e rafforzare il circolo dell’ansia. Per questo motivo, se ritiene di avere una preparazione sufficiente, potrebbe essere utile provare ad affrontare l’esame, accettando che l’obiettivo non sia la perfezione, ma concedersi la possibilità di mettersi alla prova.

Indipendentemente dall’esito, credo che sarebbe importante approfondire queste difficoltà con uno psicologo, soprattutto considerando l’intensità dei sintomi che descrive. Un percorso di supporto può aiutarla a comprendere e gestire l’ansia da prestazione, evitando che continui a condizionare il suo percorso universitario.

Resto a disposizione, qualora lo desiderasse, per un primo colloquio conoscitivo.

Un cordiale saluto,

Dott.ssa Noemi Marcoccia

Dott.ssa Noemi Marcoccia

Dott.ssa Noemi Marcoccia

Frosinone

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Cara,

la ringrazio per aver condiviso ciò che sta vivendo. Dalle sue parole emerge chiaramente che il problema non è soltanto l'esame, ma il peso emotivo che questo ha assunto nel tempo. Dopo il primo tentativo, gli episodi successivi e il timore del comportamento del docente, è comprensibile che l'esame sia diventato, nella sua mente, qualcosa di molto più grande di una semplice prova universitaria. Quando l'ansia cresce, può accadere che la mente si concentri soprattutto sul timore di dimenticare, di bloccarsi o di non essere all'altezza. Questo porta a un circolo vizioso: più aumenta la paura, più diventa difficile sentirsi preparati, anche quando si è studiato. Mi ha colpito una frase del suo messaggio: "Vorrei rimandare, ma ho paura che questo meccanismo me lo porti in avanti." È una riflessione importante. A volte rimandare può dare un sollievo momentaneo, ma se la scelta nasce esclusivamente dalla paura, il rischio è che l'ansia si rafforzi e che l'esame diventi, con il tempo, ancora più difficile da affrontare. Le suggerisco, nei giorni che la separano dall'esame, di concentrare le energie non sul raggiungere una preparazione perfetta, ma sul consolidare ciò che già conosce. Nessuno affronta un esame sapendo tutto: l'obiettivo è fare del proprio meglio con le risorse che si hanno in quel momento. Se questa ansia la accompagna anche in altre situazioni importanti della sua vita o sente che sta compromettendo il suo benessere, potrebbe essere utile confrontarsi con uno psicologo. Un percorso mirato può aiutarla a comprendere i meccanismi che alimentano questa paura e a sviluppare strategie più efficaci per gestirla. Le auguro di affrontare questo ultimo esame con fiducia nelle competenze che ha costruito in questi anni. Qualunque sia l'esito, il suo valore come persona non si misura con un voto.

Un caro saluto, Dr.ssa Annabianca Iero Psicologa Clinica e della Salute disponibile online.

Dott.ssa Annabianca Iero

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