Paranoie a fine percorso...

camaleonte v.

Salve, la mia compagna, da circa due anni (34 anni), sta assumendo psicofarmaci (10 mg di Abilify al giorno). La situazione è nettamente migliorata rispetto al passato (disturbo del pensiero con deliri e ansia), con una diminuzione graduale della dose (prima 30 mg, poi 15 mg, fino a 10 mg), sempre sotto prescrizione dello psichiatra e dello psicologo che la seguono.

Dopo questa premessa, vi scrivo per un dubbio: la mia compagna lavora come segretaria da gennaio. A lavoro è accaduto un fatto strano: ha ricevuto una chiamata da un cliente e gli ha fornito un’informazione lavorativa errata. Se ne è resa conto solo dopo qualche settimana e ora è in ansia perché teme che questa persona (di cui non conosce nome né contatto) possa creare problemi al suo lavoro se scoprirà l’errore.

Io ho cercato di tranquillizzarla, ma rimane in ansia quasi ogni mattina prima di andare al lavoro. Secondo voi, questo può essere dovuto allo stato emotivo in cui si trova, che ancora non la fa stare al top, oppure al fatto che da un mese ha diminuito la medicazione passando da 15 mg a 10 mg? Grazie.

4 risposte degli esperti per questa domanda

Buongiorno, comprendo la sua preoccupazione. I farmaci sono essenziali in alcune fasi ma sarebbe sempre consigliato anche un percorso psicoterapico che vada a lavorare sulla causa dei sintomi e quindi aiutare la persona a ridurli al di là dei farmaci.

Questo evento fa emergere una situazione ancora instabile che il farmaco copre e aiuta ma non fa sparire. Le consiglio quindi, se persiste questo stato ansioso che inevitabilmente può diventare pesante e invalidante per la sua compagna, di contattare uno/a psicoterapeuta.

Saluti,

Dott.ssa Federica Leonardi

Dott.ssa Federica Leonardi

Dott.ssa Federica Leonardi

Roma

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Gentile utente

il farmaco prescritto (unico?) e le manifestazioni che lei indica rientrano in diagnosi di una certa importanza, pertanto con manifestazioni anche fluttuanti. Nuove esperienze possono ri-attivare una risposta sintomatologica gia' presentatasi in passato. Il nuovo lavoro da gennaio scorso molto probabilmente attiva nella sua compagna stati interiori e sintomi che sono parte specifica della sua struttura di personalita'.  Una paziente presenza tranquillizzante puo' aiutare.  In ogni caso e' sempre meglio parlarne con i curanti che la seguono. 

Cordialmente

Dott.ssa Paola Poeta

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Roma

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È possibile tutto ciò che ha descritto ma, per quanto riguarda la correlazione dei sintomi rispetto la variazione dei farmaci è importante confrontarsi con il medico, rispetto l’ansia, invece, è probabile che i colleghi che la seguono stiano già approfondendo maggiormente che cosa la attiva e/o quando l’ansia sopraggiunge. Vorrei sensibilizzarla invece su un altro piano, qualora dovesse sentire che ciò che accade incide anche sulla sua personale quotidianità, oltre che su quella della sua compagna, potrebbe essere importante (se già non l’ha fatto) cercare un supporto anche per se stessi al fine di permetterle di dare significato a ciò che accade e di favorire dinamiche relazionali più funzionali al mantenimento di uno stato di benessere interno e nella coppia. 

Dott. Lorenzo Pascazi

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Roma

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Capisco bene la tua preoccupazione, e ti rispondo mettendomi davvero nei panni di una psicologa che guarda sia alla storia clinica sia al momento attuale.

Da quello che descrivi, la tua compagna ha fatto un percorso importante: la riduzione graduale del farmaco, accompagnata da un miglioramento dei sintomi, è già un segnale molto positivo. Questo indica che c’è stato un lavoro terapeutico efficace e una buona stabilizzazione.

Venendo al punto specifico: l’episodio lavorativo.

Quello che è successo (dare un’informazione errata e rendersene conto dopo) è, in realtà, qualcosa di abbastanza comune in contesti lavorativi, soprattutto in ruoli come quello di segreteria, dove le richieste sono tante e spesso rapide. Tuttavia, il modo in cui lei sta reagendo — cioè con un’ansia anticipatoria quotidiana e una forte preoccupazione che possano esserci conseguenze — ci dice qualcosa di più sul suo stato emotivo attuale che sull’evento in sé.

È probabile che entrino in gioco più fattori contemporaneamente:

1. Una vulnerabilità ansiosa ancora presente
Anche se i sintomi più importanti (come i deliri) sono migliorati, può restare una certa sensibilità all’ansia, soprattutto in situazioni di responsabilità o possibile errore. Il pensiero sembra andare in una direzione tipica: “potrebbe succedere qualcosa di negativo”, anche in assenza di segnali concreti.

2. Il significato personale dell’errore
Per alcune persone, soprattutto dopo un periodo di difficoltà psicologica, il lavoro rappresenta una forma di “riscatto” o di stabilità. In questo senso, un errore può essere vissuto non come un normale incidente, ma come una minaccia più grande: “e se questo mette in discussione tutto?”.

3. Il cambiamento recente nella terapia farmacologica
Senza entrare in valutazioni mediche (che spettano allo psichiatra), è comunque possibile che una riduzione del dosaggio, anche se ben gestita, possa coincidere con una fase di maggiore sensibilità emotiva o ansiosa. Non è necessariamente un problema, ma può essere una fase di assestamento in cui alcuni vissuti si riattivano leggermente.

4. Il meccanismo del rimuginio
Il fatto che non conosca il cliente e non ci siano riscontri concreti mantiene la situazione “aperta”, e questo alimenta il pensiero ripetitivo: la mente cerca di chiudere un’incertezza che, di fatto, non può chiudere.

Come puoi aiutarla concretamente

  • Normalizzare senza minimizzare
    Hai fatto bene a rassicurarla. Puoi continuare, ma magari dicendo qualcosa come:
    “Capisco che ti faccia stare in ansia, ma errori così succedono e di solito non hanno conseguenze gravi.”
  • Riportarla ai fatti concreti
    Ad esempio: non ci sono state lamentele, nessun contatto, nessun richiamo. Questo aiuta a distinguere tra possibilità immaginata e realtà.
  • Evitare di entrare troppo nel “loop” del problema
    Se ne parlate continuamente, rischia di rinforzare l’ansia. Meglio ascoltare, ma poi aiutarla a spostare l’attenzione.
  • Incoraggiarla a condividere questo episodio con i professionisti che la seguono
    Questo è molto importante: lo psicologo e lo psichiatra hanno il quadro completo e possono valutare se è una normale oscillazione o se è utile fare qualche aggiustamento (non solo farmacologico, ma anche psicologico).
Dott.ssa Fabiana Lefevre

Dott.ssa Fabiana Lefevre

Roma

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