Capisco bene la tua preoccupazione, e ti rispondo mettendomi davvero nei panni di una psicologa che guarda sia alla storia clinica sia al momento attuale.
Da quello che descrivi, la tua compagna ha fatto un percorso importante: la riduzione graduale del farmaco, accompagnata da un miglioramento dei sintomi, è già un segnale molto positivo. Questo indica che c’è stato un lavoro terapeutico efficace e una buona stabilizzazione.
Venendo al punto specifico: l’episodio lavorativo.
Quello che è successo (dare un’informazione errata e rendersene conto dopo) è, in realtà, qualcosa di abbastanza comune in contesti lavorativi, soprattutto in ruoli come quello di segreteria, dove le richieste sono tante e spesso rapide. Tuttavia, il modo in cui lei sta reagendo — cioè con un’ansia anticipatoria quotidiana e una forte preoccupazione che possano esserci conseguenze — ci dice qualcosa di più sul suo stato emotivo attuale che sull’evento in sé.
È probabile che entrino in gioco più fattori contemporaneamente:
1. Una vulnerabilità ansiosa ancora presente
Anche se i sintomi più importanti (come i deliri) sono migliorati, può restare una certa sensibilità all’ansia, soprattutto in situazioni di responsabilità o possibile errore. Il pensiero sembra andare in una direzione tipica: “potrebbe succedere qualcosa di negativo”, anche in assenza di segnali concreti.
2. Il significato personale dell’errore
Per alcune persone, soprattutto dopo un periodo di difficoltà psicologica, il lavoro rappresenta una forma di “riscatto” o di stabilità. In questo senso, un errore può essere vissuto non come un normale incidente, ma come una minaccia più grande: “e se questo mette in discussione tutto?”.
3. Il cambiamento recente nella terapia farmacologica
Senza entrare in valutazioni mediche (che spettano allo psichiatra), è comunque possibile che una riduzione del dosaggio, anche se ben gestita, possa coincidere con una fase di maggiore sensibilità emotiva o ansiosa. Non è necessariamente un problema, ma può essere una fase di assestamento in cui alcuni vissuti si riattivano leggermente.
4. Il meccanismo del rimuginio
Il fatto che non conosca il cliente e non ci siano riscontri concreti mantiene la situazione “aperta”, e questo alimenta il pensiero ripetitivo: la mente cerca di chiudere un’incertezza che, di fatto, non può chiudere.
Come puoi aiutarla concretamente
- Normalizzare senza minimizzare
Hai fatto bene a rassicurarla. Puoi continuare, ma magari dicendo qualcosa come:
“Capisco che ti faccia stare in ansia, ma errori così succedono e di solito non hanno conseguenze gravi.”
- Riportarla ai fatti concreti
Ad esempio: non ci sono state lamentele, nessun contatto, nessun richiamo. Questo aiuta a distinguere tra possibilità immaginata e realtà.
- Evitare di entrare troppo nel “loop” del problema
Se ne parlate continuamente, rischia di rinforzare l’ansia. Meglio ascoltare, ma poi aiutarla a spostare l’attenzione.
- Incoraggiarla a condividere questo episodio con i professionisti che la seguono
Questo è molto importante: lo psicologo e lo psichiatra hanno il quadro completo e possono valutare se è una normale oscillazione o se è utile fare qualche aggiustamento (non solo farmacologico, ma anche psicologico).