Rapporto conflittuale con mia madre

Nina

Sono una ragazza di 23 anni, e ho da sempre un rapporto conflittuale con mia madre. Premetto che sono cresciuta con lei e mia sorella, mio padre non è mai stato presente, per cui lei si è fatta carico di tutte le responsabilità familiari, quindi questo sicuramente ha inciso sul benessere e la stabilità in casa nostra. Mi ritrovo a scrivere qui perché oggi abbiamo avuto l’ennesima discussione, e io sono arrivata ad un punto in cui la sua sola presenza mi è intollerabile, per la maggior parte del tempo che passo in casa con lei sento un macigno sul petto. Mi ha consigliato di contattare uno psicoterapeuta perché secondo lei non sono una “figlia normale” e sono una “narcisista come mio padre” (parole sue). Questo essenzialmente perché non riesco a mostrare affetto nei suoi confronti soprattutto quando siamo in pubblico, e questo è vero. In generale non riesco ad esprimere emozioni e ad essere spontanea davanti a lei, provo un grande disagio ad abbracciarla o anche a sorridere quando siamo in pubblico. Ma questo mi accade solo quando sono con lei, quando invece sono con altre persone (con i miei amici in università, con i colleghi a lavoro) sono una persona totalmente diversa, solare, positiva, sorridente. Io non so da cosa deriva questo disagio, e sicuramente non aiuta il fatto che lei me lo rinfaccia e me ne fa una colpa sin da quando sono piccola, senza mai mettersi in discussione e interrogarsi se forse anche lei abbia in parte contribuito a ciò che mi ha portato ad essere così. Nella discussione che abbiamo avuto oggi gliel’ho detto, ma lei ritiene di non aver mai sbagliato niente, di essere stata la madre perfetta che tutti vorrebbero, che sono sempre stata io quella “oppositiva”, che la “scredita” davanti agli altri. Ritiene che sin da quando ero bambina ho sempre cercato di “fargliela pagare” per qualche cosa. Ora, sicuramente avrò sbagliato anche io e non sarò stata la figlia perfetta che non ha mai dato problemi, però non trovo giusto lei mi attribuisca tutta la colpa degli atteggiamenti che avevo a 9/10 anni, posto che a quell’età quasi mai si agisce con cattiveria, ma si agisce di conseguenza, per cui probabilmente ero io la prima ad essere stata ferita. Un’altra cosa che spesso mi rimprovera è il fatto che, a detta sua, io la contraddico per screditarla. Non vuole mai essere contrariata, e quando lo faccio lei lo percepisce come un attacco personale, e comincia a mettermi in bocca parole che non ho detto, ad esempio che le dò della stupida. E ciò vale anche per le cose più insignificanti (ad esempio, l’altro giorno dovevamo andare a cena fuori, lei voleva partire da casa un’ora prima, io le ho fatto notare che non c’era bisogno di fare di corsa perché il ristorante dista circa mezz’ora, e lei se l’è presa sul personale e mi ha risposto male dicendomi che la contraddico sempre). Inoltre, un’altro suo atteggiamento che mi dà estremamente fastidio è che quando litighiamo mi vomita addosso le peggiori cattiverie che una madre potrebbe dire ad un figlio (una volta mi ha detto che si è pentita di aver fatto figli, che se tornasse indietro non si sposerebbe e non metterebbe su famiglia), e poi, il giorno successivo, senza chiedere scusa né chiarire la situazione, torna ad essere una madre amorevole, e spesso, poiché sa di aver esagerato, per cercare di sistemare le cose torna a casa da lavoro con un regalo (ad esempio, l’ultima volta mi ha comprato un paio di scarpe che desideravo da mesi), e pretende che tutto ritorni come prima, come se le sue parole non avessero alcuna conseguenza sul mio umore. Quando fa così mi sento in trappola, perché da un lato non riesco a fare finta di niente dopo tutto quello che mi ha detto, però dall’altro se non la ringrazio e mi comporto in maniera fredda e distaccata (come mi verrebbe naturale fare) ho il terrore di ricominciare a litigare e di sentirmi dire che sono un’ingrata, per cui mi ritrovo costretta a dover fingere che non sia successo nulla. In sintesi, il nostro rapporto è diventato insostenibile ed estremamente teso. Io ormai cammino sulle uova per paura che una parola detta male possa scatenare una sua reazione eccessiva e dare luogo all’ennesima discussione. Come faccio a gestire questa situazione? Non vedo altra via di uscita se non andarmene via di casa, ma attualmente non posso permettermelo.

11 risposte degli esperti per questa domanda

Buongiorno Nina, quello che descrive è molto faticoso da vivere, e si sente quanto questo clima la faccia sentire sotto pressione e “in allerta” dentro casa. Da come racconta, sembra esserci una dinamica relazionale che si ripete: da una parte il bisogno di sua madre di non essere messa in discussione, dall’altra il suo bisogno legittimo di esprimersi e sentirsi rispettata. In mezzo, però, finiscono modalità comunicative molto dure (le parole che le rivolge durante i litigi) e momenti di “riparazione” che saltano il confronto reale (i regali, il far finta di nulla). È comprensibile che questo la faccia sentire confusa, arrabbiata e anche bloccata. Il fatto che lei con gli altri riesca a essere spontanea e serena è un elemento importante: non parla di un suo “difetto”, ma di qualcosa che si attiva specificamente nella relazione con sua madre. Spesso il disagio emotivo selettivo ha proprio a che fare con la storia del legame, non con un problema “di personalità” come le viene detto. In una situazione così, più che cercare di “convincerla” o farle vedere il suo punto di vista (cosa che, da come descrive, tende a farla irrigidire), può essere più utile iniziare a proteggere i suoi confini emotivi. Ad esempio, ridurre le spiegazioni quando vede che il confronto degenera, non entrare in escalation durante le provocazioni, e darsi il permesso di non aderire al “far finta di niente” se non se la sente, anche mantenendo una posizione più neutra. Il desiderio di andare via di casa è comprensibile, ma nel frattempo può lavorare su piccoli spazi di autonomia interna, per non sentirsi costantemente in balia delle sue reazioni. Un percorso psicologico, come le è stato suggerito, potrebbe esserle davvero utile — non perché ci sia “qualcosa che non va in lei”, ma perché potrebbe offrirle uno spazio suo, in cui capire meglio cosa prova, da dove nasce questo blocco con sua madre e come tutelarsi senza sentirsi in colpa. Se vuole,  possiamo anche provare a costruire insieme qualche risposta concreta da usare nei momenti di tensione, così da aiutarla a non sentirsi sempre “in trappola”.
Un caro saluto 

Dott.ssa Fioldisa

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Torino

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Quando le tensioni diventano continue, spesso è il segnale che nel tempo si è accumulata molta rabbia che non è stata davvero elaborata. Questo può diventare rischioso, perché tende a bloccare la crescita affettiva, in particolare nel rapporto con la figura materna. In questi casi, potrebbe essere utile farsi aiutare, per poter dare spazio e significato alle esperienze interiorizzate che oggi influenzano negativamente la relazione con la propria madre.

Buongiorno Nina, grazie per la condivisione in questo piccolo spazio, ciò che descrive è compatibile con una dinamica relazionale disfunzionale, caratterizzata da una elevata conflittualità, invalidazione emotiva e difficoltà di regolazione emotiva reciproca. Il disagio che prova in presenza di sua madre può essere situazionale e legato alla qualità della relazione. Ci sono elementi rilevanti che potrebbero suggerire un approfondimento, un aiuto psicologico, potrebbe favorire un lavoro su dinamiche, rafforzare le risorse, ricercare nuove modalità di gestione più funzionali. Se crede possa esserle utile lavorarci insieme, iniziando con un confronto e un successivo approfondimento, può richiedere il colloquio online. Spero di esserle stata d'aiuto. 

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Gentile Nina,

quello che descrivi non è un semplice “rapporto difficile” tra madre e figlia: è una relazione che per anni ti ha messo in una posizione emotiva impossibile, fatta di colpe che non ti appartengono, di responsabilità che non erano tue e di un clima in cui non hai mai potuto sentirti davvero libera di essere te stessa. Quando una madre alterna momenti di durezza estrema a momenti di affetto improvviso, senza mai assumersi la responsabilità delle proprie parole, il risultato è esattamente quello che tu racconti: camminare sulle uova, sentirsi in trappola, non riuscire a capire cosa sia “giusto” fare per non scatenare l’ennesima reazione sproporzionata.

Il disagio che provi nel mostrarle affetto in pubblico non è un difetto tuo, né un segno di freddezza. È una risposta naturale a un legame in cui l’affetto è sempre stato condizionato, giudicato, richiesto come prova di lealtà e mai accolto per quello che era. Il corpo impara a proteggersi: se con lei ti irrigidisci, mentre con gli altri sei spontanea e solare, significa che il problema non è la tua capacità di provare affetto, ma il contesto in cui sei stata costretta a viverlo.

Le sue accuse: “non sei una figlia normale”, “sei come tuo padre”, “mi vuoi screditare”, “me la fai pagare da quando eri piccola”, non parlano di te. Parlano della sua difficoltà a tollerare qualsiasi forma di autonomia emotiva. Per lei, ogni tua opinione diversa è un attacco personale, ogni tua osservazione è una mancanza di rispetto, ogni tuo bisogno è una minaccia. Questo non è “carattere”: è un modello relazionale che ti ha messo per anni nella posizione di doverla rassicurare, accudire, evitare, gestire. E nessuna figlia dovrebbe crescere così.

Il ciclo che descrivi: esplosione, parole devastanti, nessuna scusa, regalo riparatore, finta normalità, è un classico schema di relazione disfunzionale. Non è amore: è un modo per controllare il legame attraverso la colpa e la paura. E tu lo senti, perché ogni volta che accetti il regalo e fai finta di niente, una parte di te si spegne un po’ di più.

Il fatto che tu oggi provi un macigno sul petto quando lei è presente non è un’esagerazione: è il tuo corpo che ti dice che questo rapporto, così com’è, non è più sostenibile. E non è un fallimento tuo. È il risultato di anni in cui non hai avuto spazio per essere una figlia, ma solo il ruolo di chi deve evitare il conflitto, contenere l’altro, rinunciare a sé stessa.

Andartene di casa sarebbe una strada sana, ma capisco che ora non sia possibile. Questo però non significa che tu debba continuare a subire. Puoi iniziare a costruire confini interni, anche se vivi sotto lo stesso tetto: non entrare nelle provocazioni, non giustificarti continuamente, non cercare di convincerla di qualcosa che non vuole vedere. Non devi più dimostrare nulla.

E soprattutto, meriti uno spazio tuo, finalmente, dove poter elaborare tutto questo senza sentirti sbagliata. Un percorso psicologico non servirebbe a “curare” te, ma a liberarti da un modello relazionale che ti ha ferita per anni e che oggi ti impedisce di respirare.

Sono a tua disposizione e ti saluto cordialmente 

Dottoressa Arianna Bagnini 

Psicologa Clinica, del Lavoro

Organizzazioni, Risorse Umane

Ricevo anche Online

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Carissima Nina,

la generosità con cui hai raccontato quello che ti capita e che provi verso tua madre fa venire voglia di ascoltarti e provare a scrivere una risposta.

Il filo che ti lega alla donna da cui sei nata e che ha costruito  il mondo in cui sei cresciuta è tessuto di tante tante emozioni, pensieri, valutazioni, considerazioni, esperienze diverse, è un intrico che si sbroglia con difficoltà, sia da un lato che dall' altro dei capi.

Tu hai bisogno di uno spazio di ascolto, rispetto e amore per te stessa, i giudizi ti fanno male e fanno male ad entrambe, fai bene a volerne stare lontana, per ritrovare un amore che è spontaneo come respirare avete entrambe bisogno di accettazione e rispetto, nell' immediato stringiti forte a queste due idee: non si tratta di un percorso facile né breve, ma potrete arrivare a considerarvi come elementi di una storia che è stata narrata così, e superare il dolore riconoscendo che è di entrambe, i limiti di ciascuno possono essere accolti e rispettati

 

Salve Nina,

grazie per aver raccontato la tua situazione con così tanta lucidità. Leggendo il tuo messaggio si percepisce chiaramente quanto questo rapporto sia diventato pesante per te, e soprattutto quanto ti faccia sentire in tensione continua, come se dovessi stare sempre “attenta a non sbagliare”. Questo è molto faticoso, e comprendo il senso di oppressione che descrivi. Partendo da un presupposto molto importante ovvero che quello che provi ha senso, vorrei dirti che il disagio che senti con tua madre, anche nel mostrare affetto o spontaneità, non è qualcosa che nasce “dal nulla” o da un tuo difetto. Spesso è la conseguenza di una relazione in cui:

  • ci si è sentiti giudicati o non compresi
  • le emozioni non sono state accolte
  • i conflitti sono stati vissuti in modo intenso o svalutante

Il fatto che tu riesca ad essere serena, spontanea e positiva con altre persone è un segnale molto significativo: non hai un problema “tu” in generale, ma qualcosa si attiva specificamente nella relazione con lei.  Da quello che descrivi emergono dinamiche che possono essere molto impattanti:

  • invalidazione (quando i tuoi vissuti vengono negati o ribaltati)
  • personalizzazione dei tuoi comportamenti (“mi attacchi”, “mi screditi”)
  • comunicazione aggressiva durante i conflitti
  • assenza di riparazione emotiva (nessun chiarimento, ma “regali” al posto delle scuse)

Questo tipo di dinamica può portare esattamente a ciò che descrivi:

  •  blocco emotivo
  •  difficoltà a esprimere affetto
  •  bisogno di difesa e distanza

La tua non è freddezza ma  è un meccanismo di protezione. Per tale ragione mi sento di suggerirti tre consigli concreti per gestire la situazione:

1. Inizia a costruire confini emotivi (anche se vivi ancora con lei). Non puoi cambiare tua madre, ma puoi iniziare a proteggerti.

Esempi pratici:

  • evitare di entrare in discussioni che sai già degenereranno
  • interrompere conversazioni quando diventano offensive (“ne parliamo in un altro momento”)
  • ricordarti internamente: “questa è la sua reazione, non definisce me”

Il confine, all’inizio, è soprattutto interno.

2. Non forzarti a provare o mostrare ciò che non senti. Il fatto che tu non riesca a essere affettuosa con lei, soprattutto in pubblico, non è qualcosa da “correggere a forza”. Le emozioni non si comandano. Forzarti rischia solo di aumentare:

  • il disagio
  • il senso di colpa
  • la tensione

Puoi invece lavorare su una forma di relazione più neutra e sostenibile per te, senza pretendere autenticità dove al momento non c’è spazio. 

3. Esci dal meccanismo “litigio → ferita → finta normalità”. Questa dinamica che descrivi è molto destabilizzante. Un possibile passo è:

  • non fingere che non sia successo nulla
  • ma nemmeno entrare subito nel conflitto

Ad esempio, puoi mantenere una posizione più coerente:

  • accettare il gesto (es. il regalo) con educazione
  • ma senza annullare quello che hai provato

E soprattutto, dentro di te, dare peso a ciò che senti, anche se non viene riconosciuto. 

Ti consiglierei inoltre di iniziare un percorso di sostegno psicologico. Non perché “non sei una figlia normale”  questa è un’etichetta che ferisce e non aiuta  ma perché potresti avere uno spazio dove:

  • comprendere meglio le tue reazioni emotive
  • elaborare le ferite legate a questa relazione
  • imparare a costruire confini più solidi
  • lavorare sul senso di colpa e sul bisogno di approvazione
  • prepararti anche, gradualmente, a una futura autonomia

Inoltre, ti aiuterebbe a distinguere ciò che è tuo da ciò che appartiene a tua madre, cosa fondamentale in relazioni così intense. Sappi che non sei “sbagliata” perché non riesci a essere affettuosa con lei. Probabilmente sei una persona che ha imparato, nel tempo, a proteggersi in un contesto emotivamente complesso ed il fatto che tu stia riflettendo su tutto questo con così tanta consapevolezza è già un passo importante. Non puoi cambiare da sola l’intera relazione, ma puoi iniziare a stare meglio tu dentro quella relazione. E questo è già un punto di partenza concreto e possibile. 

Ti auguro di trovare la felicità e l'equilibrio emotivo che meriti.

Un carissimo saluto.

Dott.ssa Chiara Ilardi

Dott.ssa Chiara Ilardi

Dott.ssa Chiara Ilardi

Roma

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Cara Nina,

quello che descrivi è un rapporto molto teso e il disagio che provi è comprensibile, soprattutto se le discussioni diventano facilmente pesanti e senza chiarimento. Il fatto che tu con altre persone riesca a essere spontanea indica che non è un tuo limite generale, ma qualcosa che riguarda questa relazione.

Nel concreto, può aiutarti provare a ridurre lo scontro diretto, interrompere le conversazioni quando i toni diventano offensivi e non forzarti a mostrare un affetto che in quel momento non senti. Mantenere una certa distanza emotiva, quando serve, può essere una forma di protezione.

Allo stesso tempo, avere uno spazio tuo (anche con un professionista) può aiutarti a capire meglio come gestire questa situazione senza restarne schiacciata.

Un caro saluto

Dott. Emanuele Santarelli

Dott. Emanuele Santarelli

Dott. Emanuele Santarelli

Milano

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Ciao! innanzitutto i rapporti conflittuali con i genitori possono avere molteplici ragioni. Da quanto ho letto la relazione con tua madre risulta essere complessa sin dalla tua infanzia. In psicoterapia cerchiamo di comprendere le origini di tali conflitti e aiutare la persona a farvi fronte. Non mi sento di darti un consiglio se non di iniziare a fare un lavoro serio su di te e casomai con un terapeuta che potrebbe proporti eventuali incontri con tua madre una volta compreso bene il tema.

A tua disposizione.

Dott.ssa Silvana Russo

Dott.ssa Silvana Russo

Dott.ssa Silvana Russo

Firenze

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Gentile Nina, accolgo con molta cura il suo sfogo e quel senso di oppressione, quel "macigno sul petto" che descrive con tanta chiarezza. È un’immagine fisica molto potente che racconta quanto il suo corpo stia reagendo a un ambiente che percepisce come non sicuro o emotivamente soffocante.

Il fatto che lei riesca a essere solare, positiva e spontanea con gli amici e i colleghi è un segnale fondamentale e molto rassicurante: le dice che la sua capacità di entrare in risonanza con gli altri è intatta. Il "blocco" che sperimenta con sua madre non è una sua mancanza di carattere o un sintomo di "anormalità", ma sembra piuttosto una forma di protezione che il suo sistema ha attivato per difendersi da anni di critiche e colpevolizzazioni. Quando non ci sentiamo visti o accolti per ciò che siamo, il nostro corpo "si chiude" e diventa difficile mostrare affetto o spontaneità.

Il racconto che fa del comportamento di sua madre suggerisce una dinamica piuttosto complessa:

  • L'incapacità di scusarsi e i "regali riparatori": Questo comportamento crea un profondo senso di confusione. Il regalo diventa un modo per tappare il buco lasciato dalle parole feroci, senza però affrontare il dolore che quelle parole hanno causato. È normale che lei si senta "in trappola": è il paradosso di dover ringraziare per un oggetto chi, poco prima, ha calpestato i suoi sentimenti.

  • La proiezione: Definire una figlia di 23 anni "narcisista" o "non normale" perché esprime disagio è un modo per spostare tutta la responsabilità del conflitto su di lei, evitando di guardare alle proprie fragilità o fatiche di madre che ha cresciuto due figlie da sola.

  • Camminare sulle uova: Questa condizione di allerta perenne consuma una quantità enorme di energia vitale. Quando viviamo nel timore di una reazione eccessiva, smettiamo di vivere e iniziamo a "sopravvivere", controllando ogni respiro e ogni parola.

Cosa può fare per gestire questa situazione, finché non avrà la possibilità di andare a vivere altrove?

Innanzi tutto, è importante che lei inizi a validare i propri sentimenti. Non è "cattiva" o "ingrata" se prova disagio; la sua freddezza è una risposta coerente a un clima di instabilità. Provi, per quanto possibile, a praticare un certo "distacco emotivo": riconosca che le parole taglienti di sua madre e le sue accuse parlano di lei, della sua storia e delle sue frustrazioni, molto più di quanto parlino della sua reale identità di figlia.

In secondo luogo, cerchi di crearsi degli spazi di "ossigeno" fuori da casa il più possibile, dove può continuare a nutrire la versione di sé solare e sorridente che ama. Quella è la sua verità, non l'immagine che le viene restituita tra le mura domestiche.

Sua madre le ha suggerito di contattare uno psicoterapeuta: ironicamente, questo potrebbe essere un ottimo consiglio, ma non per i motivi che crede lei. Un percorso terapeutico potrebbe essere lo spazio perfetto per lei per rinforzare i suoi confini, imparare a gestire quel macigno sul petto e smettere di assorbire colpe che non le appartengono.

Mi farebbe molto piacere poterla accompagnare in questo processo di protezione e riscoperta di sé. Avere un luogo dove non deve "camminare sulle uova" può aiutarla a ritrovare quella spontaneità che oggi sente di poter vivere solo fuori casa. Le ricordo che ricevo anche online, se questo dovesse renderle più facile iniziare un percorso.

Le auguro di cuore di ritrovare presto la leggerezza di un respiro pieno.

Dott.ssa Cinzia Rondoni

Dott.ssa Cinzia Rondoni

Roma

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Cara Nina, ti ringrazio per aver condiviso con me questo vissuto così denso e doloroso. Leggendo le tue parole, sento distintamente il "macigno sul petto" di cui parli: è il peso di anni passati a cercare di respirare in un ambiente dove l'aria è carica di giudizio, proiezioni e una tensione costante. Tua madre, avendo portato da sola il peso enorme di una famiglia senza un compagno, ha probabilmente accumulato una rabbia e un senso di solitudine che non è riuscita a elaborare. Di conseguenza, proietta su di te l'immagine del "nemico" (il padre, il narcisista), trasformando te nel capro espiatorio dei suoi fallimenti relazionali.

Dici di non riuscire a essere affettuosa o spontanea con lei, specialmente in pubblico, e lei te ne fa una colpa. Il tuo disagio, il non riuscire a sorridere o ad abbracciarla, è un segnale di protezione del tuo sistema nervoso. Se una persona ti "vomita addosso cattiverie" e poi pretende un abbraccio il giorno dopo, il tuo organismo percepisce quel contatto come falso o pericoloso. Non sei "anormale"; sei coerente con ciò che senti.  Il fatto che tu sia solare e positiva con gli altri dimostra che la tua personalità è sana e integra. La "freddezza" scatta solo con lei perché è l'unico modo che hai per non farti ferire ulteriormente.

Il comportamento di tua madre — insulti feroci seguiti da regali senza scuse — è una dinamica manipolatoria che crea una profonda confusione emotiva. Chiamarti "narcisista come tuo padre" è un colpo basso che serve a lei per non mettersi mai in discussione. Se la colpa è del "gene" di tuo padre che è in te, lei può continuare a credere di essere la "madre perfetta". Questo atteggiamento ti nega il diritto di essere vista per chi sei veramente: una ragazza di 23 anni che sta cercando di costruire la sua identità. Dato che al momento non puoi andartene, l'obiettivo deve essere il Distacco Emotivo Funzionale.

Accetta (anche se fa male) che lei, al momento, non è in grado di mettersi in discussione. Ogni volta che cerchi di spiegarle le tue ragioni, le offri "munizioni" per attaccarti. Rispondi in modo neutro, con frasi brevi, senza entrare nel merito della discussione. Diventa il più possibile poco interessante ai suoi occhi durante i conflitti. Se lei ti provoca o ti insulta, non reagire emotivamente. Non contraddirla nemmeno sulle piccole cose (come l'orario del ristorante): dalle ragione a parole, ma mantieni la tua verità nel cuore. Meno "nutrimento" le dai con le tue reazioni, meno forza avranno i suoi attacchi. Se lei decide di offendersi perché hai fatto un'osservazione logica, è un problema suo, non tuo. Non sentirti obbligata a "riparare" il suo umore dopo un litigio. L'università e il lavoro sono i tuoi spazi di libertà. Nutri al massimo quelle relazioni: sono la prova vivente che tu sei una persona solare e capace di amare, contrariamente a ciò che lei dice.

Tua madre ti ha consigliato uno psicoterapeuta con l'intento di "aggiustarti", ma io ti incoraggio a contattarne uno per te stessa. Un percorso terapeutico (umanista o sistemico-relazionale) ti aiuterà a de-programmare le cattiverie che ti sono state dette e a capire che non hai alcuna colpa per le ferite di tua madre. Sei una giovane donna che ha dovuto crescere troppo in fretta in un ambiente emotivamente instabile. Hai tutto il diritto di proteggere la tua gioia di vivere.

Un caro saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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Gentile Nina, da quello che descrivi non sembra il comportamento di una “figlia sbagliata” o “anormale”, ma quello di una persona che da anni vive una relazione molto carica emotivamente, imprevedibile e faticosa, in cui probabilmente ha imparato a stare costantemente in allerta.

Mi colpisce il fatto che tu dica di sentirti spontanea, affettuosa e serena con gli altri, mentre con tua madre ti irrigidisci, fai fatica a mostrare emozioni e senti disagio anche nei gesti più semplici. Questo spesso accade quando il rapporto con una figura significativa è vissuto come emotivamente poco sicuro: il corpo e la mente finiscono per trattenersi, controllarsi, proteggersi.

Dal tuo racconto sembra esserci una dinamica molto pesante: da un lato critiche, accuse, frasi estremamente dolorose dette durante i conflitti; dall’altro momenti in cui tutto viene azzerato senza un reale chiarimento, magari attraverso gesti riparativi materiali (come i regali). Questo può creare molta confusione emotiva, perché ti porta a reprimere ciò che senti per evitare nuovi scontri, fino a camminare continuamente “sulle uova”, come dici tu.

Anche il fatto che tu abbia paura di contraddirla, pure su aspetti banali, suggerisce che probabilmente nel tempo hai imparato ad associare il disaccordo al rischio di conflitto, colpa o svalutazione. E vivere così, soprattutto dentro casa propria, è molto pesante.

Allo stesso tempo, è importante ricordare che il fatto che tua madre abbia avuto molte difficoltà, responsabilità o sofferenze non annulla l’impatto che alcuni suoi comportamenti possono aver avuto su di te. Le due cose possono coesistere: può aver fatto del suo meglio in certe condizioni, e allo stesso tempo averti ferita.

Credo che la cosa più utile, più che capire “chi ha ragione”, sia aiutarti a comprendere che effetto ha avuto questa relazione sulla tua modalità di stare nei legami e sulle emozioni che provi oggi. Un percorso psicologico potrebbe aiutarti non perché tu sia “narcisista” o “sbagliata”, ma perché vivi da tanto tempo una tensione relazionale che sembra averti portata a trattenere moltissimo di te stessa.

Andare via di casa forse un giorno potrà aiutarti a creare più spazio e autonomia, ma intanto il primo passo potrebbe essere iniziare a costruire dei confini emotivi interni: imparare a riconoscere che le reazioni di tua madre non definiscono automaticamente il tuo valore, e che non sei obbligata a cancellare il tuo dolore solo perché il giorno dopo lei si comporta come se nulla fosse successo. Abbi cura di te. Cordialmente D.ssa Catalina Croitoru

Dott.ssa Catalina Croitoru

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Roma

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