Psicoterapia

L'abuso di psicofarmaci è dannoso?

roberto

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Salve, da anni sono in cura con psicofarmaci. Ho visto molti siti che parlano di danni da psicofarmaci. Veramente l abuso di psicofarmaci è dannoso? Perchè vengono prescritti per anni? Sto provando a smettere da solo ma nel frattempo continuo con dosi minime ed ho preso un nuovo appuntamento col mio psichiatra. Possono esistere cause organiche alla base di problematiche psichiatriche? E nel caso sono diagnosticabili? Saluti, Roberto.

6 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

L'abuso di  psicofarmaci, per definizione, è sempre negativo, poiche differisce dall'uso prescritto e monitorato dal medico che ha finalità terapeutica, curativa. L'abuso di psicofarmaci, se protratto nel tempo, può instaurare una dipendenza da psicofarmaci, la quale richiede trattamenti qualificati per affrontarla. Mi permetto di consigliarle di assumere solamente ciò che le viene prescritto da uno specialista di sua fiducia, di non apportare alcuna modifica alla posologia e in caso di difficoltà, come nel caso di un aumento della sintomatologia, di rivolgersi allo specialista di fiducia. Riveste fondamentale importanza che lo specialista che la segue goda della sua fiducia e che lei  si senta libero, all'interno della relazione medico-paziente, di rivolgere tutte le domande relative alla sua condizione clinica ed alla sua terapia. Se lo specialista non gode della sua fiducia ,ciò può contribuire ai  suoi comportamenti di abuso farmacologico e previa esplicitazione di ciò nella relazione con il curante, valuti un possibile cambiamento dello specialista a cui affidarsi per la sua salute.

Salve Roberto 

purtroppo le sue domande sono troppo generiche per risponderle con esattezza.

La mia opinione sull'uso di psicofarmaci per lunga durata è che non andrebbero mai assunti senza una psicoterapia di accompagnamento e che sovente la terapia si può terminare proprio grazie al sostegno psicologico. 

Non so cosa intende per cause organiche. Le problematiche psichiatiche si differenziano molto tra loro e non sono accomunabili in una sola categoria.

Gentile Roberto,

gli psicofarmaci alla lunga potrebbero causare una serie di "scompensi" fisici, per non parlare poi della dipendenza psicologica e dalla convinzione acquisita di poter stare bene solo grazie ad essi. In ogni caso, molto dipende dal tipo di diagnosi psichiatrica.

Le sconsiglio vivamente di "smettere da solo", come scrive lei, e le suggerisco di contattare il suo psichiatra per un'eventuale sospensione graduale della terapia in corso. Non ha mai pensato di iniziare un percorso psicologico?  

 

Resto a disposizione

Gentile Roberto

ispirato dalla tua domanda, ho scritto in questi giorni un articolo che ho appena pubblicato a questo indirizzo: http://psicologoitalia.blogspot.it/2015/07/psicofarmaci-e-possibile-smettere-uso.html

Spero possa essere esaustivo e in grado di rispondere alle tue domande.

Colgo l'occasione per ringraziarti, e per qualsiasi altro chiarimento rimango a tua disposizione

Buon pomeriggio.

Salve ne parli con il suo psichiatra e non scali le dosi senza l'autorizzazione del suo medico! Gli psichiatri sono medici che sanno gestire la durata e la posologia dei farmaci e bisogna seguire le loro indicazioni, come con qualsiasi altro medico. Se ha dei dubbi sull'origine della sua patologia ne parli con lo psichiatra che la segue e concordi con lui/lei di approfondire la questione con esami che saprà il medico indicarle. Spero di esserle stata di aiuto, cordiali saluti.

Il discorso è che gli psicofarmaci sono dei sintomatici. Questo è un dato di fatto che nemmeno uno psichiatra o medico nega. Non sono dei curativi. Eliminare i sintomi psicologici con gli psicofarmaci toglie la possibilità di mettere in atto ciò che di prezioso i sintomi ci suggeriscono, in quanto ogni sintomo, di qualunque natura esso sia, è un messaggio. E come amava dire Jung, se buttiamo fuori un sintomo dalla porta esso prima o poi tornerà dalla finestra. Se non capiremo la lezione in un modo dovremo capirla in qualche altro modo. Gli psicofarmaci, annebbiando il problema, lo fanno diventare sempre meno comprensibile. La strategia migliore, quindi, non è sopprimere i sintomi, ma carpirne il senso. Quasi sempre quelle che crediamo le cause dei nostri sintomi sono solo le cause più superficiali: la rottura col fidanzato, la perdita del lavoro, la morte del padre: queste sono solo cause apparenti, il discorso va molto più nel profondo, tanto che nel mio modo di fare terapia, io non ricerco alcuna causa, non serve a nulla. scegliere di zittire un sintomo è certamente assai comodo e facile che non guardare in faccia i propri dolori profondi e dialogarci, immergercisi dentro fino alle ossa. Non può avvenire alcuna crescita personale profonda, ma ognuno è libero di accontentarsi come meglio crede nella vita. In sostanza combattere i disagi con i farmaci è come spegnere un incendio soffiando sul fumo che produce. la "chimica" del cervello non agisce da sola. Siamo un un'unica entità, mente e corpo, quindi ciò che accade nella mente accade anche nel corpo e viceversa. Un qualsiasi sintomo avrà sempre la sua "manifestazione chimica" nei neurotrasmettitori cerebrali, ma ne è solo un epifenomeno, non la sua essenza, ed è su quella, non sulla chimica, che bisogna lavorare. io come approccio mio, e anche del resto dei miei colleghi dello studio dove lavoro, non li vedo positivi per il seguente motivo: lavorano solo sul sintomo, ovvero sulla parte emersa dell'iceberg, ma non lavorano minimamente sul sommerso, che è la parte principale; quindi il beneficio è circoscritto al tempo di assunzione; se proprio li si vuol prendere devono essere affiancati a un percorso psicologico, anche se, paradossalmente, lo psicofarmaco non aiuta il percorso perchè mette a tacere proprio quella parte sommersa che è invece quella su cui si dovrebbe andare a lavorare. gli psicofarmaci andrebbero presi solo nei casi in cui sono presenti depressioni suicidiarie e pericolo di lesione a sè stesso o ad altri, oppure in caso di schizofrenia. Riporto qui le parole del noto psicanalista Aldo Carotenuto: "Io credo che non bisogna negare che naturalmente ci sono, per un individuo dei momenti di malessere molto duri, in cui prendere uno psicofarmaco è necessario. Ma non si può pretendere di curare con gli psicofarmaci una persona, che "offre" al mondo un suo disturbo, se questo non viene capito e non se ne afferra il grande messaggio psicologico; direi che la funzione del farmaco più che di curare, è quella di attutire. E' come togliere l'energia elettrica lì dove c'è un corto circuito. Naturalmente il corto circuito scompare, ma così scompare tutta l'elettricità. Questo è un problema molto grave, che richiede, da parte di tutti noi, un notevole impegno. Riguardo alla questione terapeutica bisogna sottolineare il fatto che Jung non promette nessuna guarigione. Questo è secondo me uno dei punti più interessanti, anche più rivoluzionari della sua opera, perché la mentalità comune fa sì che una persona che sta male psicologicamente, andando da un analista, richieda lo stesso atteggiamento che si richiederebbe a un medico. Se ad esempio mi fa male un ginocchio, il medico deve intervenire e, quale che sia il malanno, più o meno lo fa passare. Ma la vita psichica è un pochino diversa. Il momento del disturbo psicologico coinvolge tutta la personalità; l'opera fondamentale dell'analista non è tanto quella di guarire, ma di capire esattamente i motivi di quel determinato malessere. Facciamo l'esempio di un individuo che è stato sempre bene e che a un certo punto comincia ad aver paura, a provare il cosiddetto "panico". Allora, il problema di questa persona non si può affrontare dandogli una pillola, perché non è tanto una questione di paura, ma un problema di tutta la sua personalità. Si può scoprire che lui, in fondo, per moltissimi anni ha mentito a se stesso, accettando, per esempio, di svolgere un'attività che non è per niente consona con la sua vita; dopo anni e anni, improvvisamente avviene qualcosa che travolge la sua vita. Il discorso di Jung - e ma direi anche di tutti gli psicoterapeuti - è quello di integrare nella totalità della psiche questo sintomo, questa difficoltà, e quindi - come dirà Jung - di imparare ad accettare il dolore della "nevrosi". Ora, naturalmente, non si può fraintendere e dire: "ma allora io starò sempre male nella vita!" Questa è una cosa diversa, perché, se si deve procedere in avanti, deve crescere tutta la persona, perché la malattia psichica non riguarda un aspetto singolo, anche se naturalmente si presenta come qualcosa di singolo. Il superamento della malattia psichica è una rivoluzione di tutta la mia esistenza. Ecco perché, fra l'altro, il discorso di una terapia psicologica richiede molto tempo, tutto quello necessario perché il processo psicologico si metta in moto e possa condurre a certe conclusioni" 

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