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Il ruolo della donna

08 Maggio 2017

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IL  RUOLO  DELLA  DONNA  IN  ITALIA

ASPETTI  SOCIALI  E  GIURIDICI

Negli anni Sessanta le distinzioni tra uomini e donne si ricollegavano ancora a concetti filosofici. Voltaire scriveva: “La donna è quell’essere che non fa altro che vestirsi, parlare e spogliarsi”; Confucio la definì “quel che c’è nel mondo di più corruttore e corruttibile”, Giacomo Leopardi nel suo Zibaldone affermava: “Le donne divenute in qualunque modo potenti sono state generalmente come più furbe e più tristi, così più crudeli e meno compassionevoli verso i loro nemici di quel che sarebbero stati gli uomini in parità di circostanze”. Queste erano opinioni che le donne, schiave di tradizioni popolari, accettavano in passato passivamente.

Dopo decenni di sottomissione, si è assistito ed ancora si assiste ad un processo di liberazione della donna - il primo voto della donna nel nostro paese ci fu nel 1945, nei paesi scandinavi come la Norvegia e la Danimarca risale al 1913 – pertanto,  le distinzioni biologiche sono ormai respinte lasciando il posto a distinzioni di cultura. Fino al regime fascista, molti sono stati i veti nei confronti delle donne, basti pensare che lo stesso insegnamento – considerata attività  prevalentemente  femminile – nelle scuole superiori, alle donne, veniva proibito. E’ l’avvento della democrazia che ha sciolto delle riserve nei confronti della donna iniziando con il diritto al voto, l’accesso libero ai pubblici concorsi, nonché altri diritti di carattere etico, sindacale, politico ed economico.

Simone De Beauvoir negli anni Cinquanta adottò lo slogan “Donne non si nasce, lo si diventa” e solo alcuni uomini accettarono il nuovo principio. Purtroppo, quella frase fece eco ed il presidente Gheddafi tentò di far rientrare negli schemi tradizionali l’intellettuale francese dicendo :”Buttate da un aereo con il paracadute una signora incinta e poi affermate ancora che è uguale ad un uomo”,  ma nessuno gli diede ascolto, anzi il suo commento non fu apprezzato, ma molto criticato.

Tuttavia, una distinzione culturale e non biologica è stata comunemente accettata anche dopo il contributo della moderna sociologia e la scrittrice americana Margaret Mead riscontrò che in una tribù della Nuova Guinea, quella dei Tehambuli, di cultura opposta alla nostra, i ruoli sono addirittura capovolti, in quanto la donna è la dominatrice e l’uomo dipende da lei ed ha responsabilità minore nella società.

Il ministro Tina Anselmi come studiosa di problemi femminili affermava: “Non accetto lo schematismo del PCI, secondo cui la donna è libera solo quando lavora fuori casa. Negli ultimi decenni essa ha cominciato a socializzare e deve continuare a farlo. Tuttavia, non sempre il lavoro è socializzazione: se arricchisce interiormente lo è, ma diventa alienante se è solo necessità di denaro. In tal caso, la donna torna a casa talmente stremata, che non ha neanche la forza fisica di parlare con i figli”. Va sottolineato che nell’ambito familiare, la donna ha un ruolo di ascolto prevalentemente, oltre che pratico organizzativo.

Il pensiero di Anna Kulishoff, russa di nascita ed italiana di adozione, era un po’ più forte in quanto tentò di combattere la mentalità maschile nel suo scritto del 1890 dal titolo “Il monopolio dell’uomo” in cui affermava:”Tutti gli uomini, salvo poche eccezioni, e di qualunque classe sociale, per un’infinità di ragioni poco lusinghiere per un sesso che passa per forte, considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, Chiesa, scienza, etica e leggi vigenti, che non sono altro che la sanzione legale di una classe e di un sesso dominante”.   

Attualmente, il modo di vivere della donna all’interno della famiglia è cambiato ed i ruoli sono diventati più asimmetrici e l’uomo è stato costretto ad assumersi compiti e responsabilità che una volta erano ben distinti e separati. Infatti,  solo la donna doveva occuparsi della casa e dell’educazione dei figli, oggi si è arrivati ad un processo di socializzazione della donna, che ha indotto l’uomo a collaborare. Spesso, le crisi coniugali sono insorte proprio per questa mancata collaborazione e questo mancato riconoscimento della figura femminile che ha conquistato un suo ruolo anche nel mondo esterno, nel sociale. Pertanto,  il matrimonio non è più un condizionamento, una costrizione, ma una scelta in quanto la donna si è inserita in tutti i contesti da quello sociale a quello politico, da quello manageriale a quello imprenditoriale. Molti sono ancora i paesi – non occidentali - in cui il matrimonio è rimasto una schiavitù, o addirittura resta ancora l’usanza di considerarlo un vero “mercato”.

Tuttavia, pur essendo cambiato il costume, non sono nate contemporaneamente strutture che rispondano alle nuove esigenze, anche se queste non devono considerarsi un “sostitutivo della famiglia”, ma devono essere sussidiarie, integrative. Asili – nido ad altissimo livello sarebbero una soluzione ideale per lasciare il proprio figlio poche ore o tutto il giorno. Ad esempio, in Inghilterra, in Danimarca e in Islanda questo sistema funziona molto bene ed a seconda del reddito della famiglia, la spesa viene sostenuta dalla stessa o dal Comune.

L’avvento del femminismo negli anni Settanta ha iniziato questo processo evolutivo della donna nel sociale, anche se lo ha un po’ esasperato, ma il cambiamento si è maturato negli anni gradualmente e questo processo trova i suoi presupposti e le sue cause nella crisi della famiglia e nella trasformazione della società. Tuttavia, un cambiamento così repentino della “donna”, è evidente che non è stato assimilato e metabolizzato dall’uomo con la stessa rapidità. La  crisi  della  famiglia  è  di   origine sociale,  in quanto in passato, il  nucleo  familiare assicurava ai suoi componenti protezione e sicurezza, quindi, l’autorità familiare aveva solide fondamenta. Oggi, in un mondo tecnologico dominato dai media e dall’informatica che, grazie ad Internet offre una “finestra sul mondo” in tempo reale, in cui però il successo del singolo dipende dalle sue competenze specialistiche, e non solo dalla sua abilità e dalle sue capacità,  ed i legami con la famiglia vengono messi in secondo piano e, per questo, si finisce più facilmente dallo psicologo. Inoltre, la base della famiglia in passato era data dalla “proprietà”, ai nostri giorni essa vive di reddito da lavoro e per  poter sopravvivere rispondendo quasi dignitosamente alle esigenze dei figli sono necessari due stipendi.

La donna “evoluta” o “libera” quella che oggi lavora in tutti i settori, anche se le sue conquiste sono più ardue rispetto a quelle degli uomini -  soprattutto se vuole mantenere la sua integrità morale - è decisamente una persona che si è fatta carico di un maggior peso di responsabilità (esterne, oltre che interne – familiari) e soprattutto è costretta a gestire la famiglia sempre in modo più oneroso rispetto all’uomo, al fine di mantenerla unita. Se le separazioni nascono dalla poca tolleranza e dalla sua aggressività, spesso vengono causate dall’entourage ambientale che la circonda e che, talvolta, non le consente di stabilizzare un equilibrio generale ed un’armonia. Se si riflette un attimo, questo inserimento nel mondo del lavoro è la risultante di un maggior carico generale della sua esistenza, che ogni donna paga con il sacrificio ed il senso di rinuncia verso se stessa che è costretta a fare impiegando energia, impegno, senso del dovere ed efficienza. Ciò, tuttavia, può non bastare in un mondo che è ancora molto maschile nelle sue richieste e nelle sue pretese.

Mantenere in equilibrio - famiglia e lavoro - , comporta una doppia fatica, a questa si aggiunge lo sforzo maggiore, rispetto ad un uomo,  che una “donna” deve compiere per riuscire a  controllare i due contesti ed essere autorevole.

Se è la donna che continua a partorire e ad avere gravidanze, non è remota l’ipotesi che con un po’di ingegneria genetica o, più semplicemente conservando (come si fa in alcuni allevamenti animali) una minoranza di maschi per rifornire le “banche del seme”, diventi possibile una umanità di solo donne o quasi, liberate pure dal peso fisico della “dolce attesa” grazie a delle incubatrici come quelle immaginate da Aldous Huxley nel suo libro “Brave New World! (1932). Non sarebbe tutto ciò una buona idea, vista l’importanza che un essere umano cresca nel grembo materno e che l’umanità resti come si presenta, senza alterazioni forzate. Del resto, se in ognuno e in ognuna è presente “l’altra metà del cielo”, ogni schieramento tutto femminile o tutto maschile, non resta una prova di forza, ma di stupidità.                                                                                                                 

Se la condizione femminile in Italia è ormai da decenni  cambiata e migliorata, e molti, se non tutti,  sono d’accordo, occorre continuare perfezionando sull’essere e non sull’apparire la grandezza della sua persona al fine di raggiungere una parità completa scorgendo che oggi, gli ostacoli o i pregiudizi, anche se possono apparire massicci, di fatto sono strutturalmente fragili. Per la demolizione non serve un kamikaze o un ariete, né usare violenze o esagerazioni che scatenano incertezza e fastidio. E’ più adeguato considerare le goffaggini, approfittare delle sciocchezze maschili, condurli verso l’estinzione dei loro pensieri, non sempre elaborati profondamente – ma spesso superficiali, senza mai arrivare alla rabbia, ma perseverando nella tolleranza, mettendo in comune gli aspetti positivi: ad esempio, la razionalità maschile che si abbina alla profonda sensibilità femminile innata nella sua interiorità. Sono i fatti che servono, più che il fragore delle polemiche. Tutto ciò resta vero nelle culture aperte e democratiche, come la nostra, ed andare a generare un “conflitto di genere” non giova, in quanto tutti siamo sulla stessa barca e se nell’equipaggio non esiste serenità, collaborazione,  prudenza, è forte il rischio di finire sugli scogli.

Una sincera solidarietà porta lontano e permette grandi risultati in tutti i contesti, privati e sociali. Una presunta battaglia tra i sessi oltre ad essere un vero e grande errore concettuale, in pratica  peggiora ogni  situazione contingente.

Ovviamente, non un compiacente “vogliamoci bene” che risolve e stabilizza il ruolo della donna, ma laddove esistono dissensi, discussioni, preoccupazioni, tensioni farne tesoro, in quanto elementi portanti di ogni comunicazione restano sempre il dialogo, l’incontro e la capacità di accettazione del “diverso”, evitando, quindi che tutto ciò non si trasformi in un ingombrante ostacolo alla comprensione dei problemi esistenti.

Non bisogna farsi attecchire dal potere della stupidità che gira ovunque e, questo è un mostro antico che si insinua, non solo tra gli uomini, ma in ogni specie di vita. Attraverso la comprensione lucida esso si annienta, ma per far questo devono restare saldi i valori etici presenti da sempre nella storia dell’uomo.

 

 

                                                                                                     Maura  Livoli

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                           

                                                                                                                                               

 

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