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Riflessioni sul ruolo del colloquio clinico in psicologia clinica

25 Febbraio 2013

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L'importanza della postura, della mimica, del sottotesto, in una relazione terapeutica, si evincono dalle percezioni circa le modalità interattive dello scambio da parte del paziente.
Spesso è già dall’ingresso, dal modo in cui si siede e prende possesso dello spazio intorno, che si può intuire come egli vive questo tipo di intervento.
L’atteggiamento in entrata veicola numerosi informazioni preliminari, le sue osservazioni iniziali spesso nascondono numerose domande, a cui egli cerca di rispondere, seppure in modo velato.
Ogni paziente porta con se una storia, ed è questo il punto di partenza fondamentale alla comprensione di quelle dinamiche intrapsichiche che sono alla base sia dello sviluppo di eventuali disturbi, sia delle risorse e dei meccanismi di difesa in esse contenute.

Ritengo che il comportamento manifestato durante i colloqui sia mascherato, molto spesso, dai propri pregiudizi, circa lo psicologo e quello che si sta svolgendo nella stanza.
Molti soggetti temono le opinioni e le valutazioni, come se si trovassero difronte ad un giudice, investito di poteri supremi, in grado di modificare notevolmente la propria vita, le proprie idee, persino le proprie emozioni.
La maggior parte dei soggetti affida allo psicologo la capacità di capire cosa gli stia “passando per la testa” e di spiegare i fenomeni in essa racchiusi.
Una specie di passaggio di consegne: si da a colui che si ritiene maggiormente informato, intelligente, capace, la responsabilità delle proprie scelte, dei propri pensieri, e di ciò che sfugge alla comprensione.

A questo punto sorge il cosiddetto “pensiero magico”: lo psicologo che riesce con un colpo di genio a risolvere conflitti e tensioni interiori, che mette ordine nel caos, in poco tempo, con un quid sovrannaturale, totalmente scevro di metodologie scientifiche, o analitiche.
Molte dei percorsi psicologici sono inficiati dall’atteggiamento potenzialmente rischioso del “io ti salverò”, trappola o tentazione in cui si cade quando non si agisce in maniera vigile e oculata, indiscriminata, nella pratica clinica.
È anche vero, però, che è pur sempre una professione d’aiuto, ed è una naturale propensione dello psicologo sperare di aiutare il paziente a risolvere delle questioni interiori di disagio o squilibrio.

L’attenzione partecipante non va confusa con l’identificazione nelle vicende raccontate dal paziente, ma va giustamente modulata, in base alle circostanze. In molte situazioni sono i pazienti stessi a non voler “ascoltare”, gettando fuori come un fiume in piena tutto quello che ritengono giusto, vedendo la qual cosa come una specie di confessione. Forse spinti dal desiderio di liberarsene più che di elaborarne i contenuti, quale che sia l’atteggiamento è importante seguire delle linee guida nella condotta del colloquio.

Personalmente ritengo un errore sia l’estrema passività dell’operatore, sia la totale mancanza di confini, che alla lunga genera confusione e fraintendimenti.
La difficoltà maggiore è restare critici verso il proprio atteggiamento, anche qualora questi sia corretto, infatti, essendo comunque una relazione umana, è facile lasciarsi ingannare dai propri giudizi personali, dalle proprie inclinazioni caratteriali, dal desiderio di trovare nell’altro qualcosa di sé.

Ciò accade, e non è un male, il male semmai è prendere questo materiale come fine a se stesso, inutile.
Nella mente umana nulla va perduto: tutto o quasi prendono altre forme, altre sembianze.
Sono convinta che avere chiari limiti e possibilità dei colloqui clinici possa essere lo strumento non solo più adatto ma anche più valido per seguire un paziente nelle sue evoluzioni psicologiche.

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