Violenza sui bambini

Educare i figli picchiandoli

Giovanna

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Salve, vorrei sapere in merito all'educazione dei figli, quando si può definire lecito, educativo punire i propri figli, picchiandoli... Esiste un detto nella cultura popolare della mia regione riguardo questa scelta, secondo cui i figli "belli", cioè educati e responsabili vengono su con il pane ma anche con le percosse, mentre nutrirli e dedicargli premure senza picchiarli, significherebbe viziarli e farli crescere squilibrati e incoerenti. Mi sono sempre interrogata sull'attendibilità di questo proverbio, con cui molti genitori tendono a giustificare atti di violenza nei confronti dei propri figli, senza preoccuparsi sul serio di instaurare un sano dialogo con i bambini, indicando errori e motivazioni. Vorrei capire quali consigli la psicologia ci può fornire al riguardo, magari anche con esempi partici. Ringrazio in anticipo per la disponibilità e complimenti per il portale!

18 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Credo che viviamo in una cultura già' abbastanza violenta da non dover giustificare le percosse sui minori. E'sicuramente vero che con la permissività' che c'è oggi è' molto più' difficile educare i figli e i minori in genere tuttavia non credo che le botte risolvano nulla. La psicologia ha sempre creduto nell'autorevolezza come al metodo educativo più' autentico e è' del resto facilmente dimostrabile che quando c'è l 'esempio, l'autorevolezza e il coraggio di andare controcorrente senza viziare e permettere tutto i risultati ci sono. Uno scappellotto non ha mai fatto male a nessuno. Picchiare per educare non è' educare. Saluti
Eviterei le maniere forti e le percosse... e mi leggerei dei testi adatti a capire quando e come intervenire. I detti popolari non sempre sono fonte di verità e saggezza, solitamente consiglio di leggere " I No che aiutano a Crescere" come prima lettura. Buona giornata
i detti antichi portano con loro tanta esperienza ma a volte portano anche tutto il retaggio culturale tipico dell'epoca di appartenenza. Oggi sappiamo che per poter educare un figlio non esiste uun manuale ma alcune linee guida che ci consigliano di avere si un atteggiamento sicuro, stabile, coordinato tra i care civer se si occupano di lui, di porre il più possibile l'attenzione alle spiegazioni che prima non venivano considerate neppure. Oggi sappiamo che ogni bambino già dalla nascita è dotato di competenze che deve naturalmente scoprire e sperimentare, questo vale per le attività fisiche, cognitive, coscitive,quindi anche riguardo l'educazione pertanto il compito dell'adulto è quello di mostrare le vie che il piccolo può percorrere lasciando che esso scelga tra le diverse proposte evideziate dall'adulto stando contemporaneamente vicino a lui nel caso in cui la scelta si verifichi inadeguata per potergli dare la possibilità di capire che si può sbagliare e che questo prevede un rialsarsi ed un ritentare ancora!!!!
Cara ragazza picchiare i figli non è affatto sinonimo di "buona educazione", anzi... la violenza contro i bambini (seppur spesso spiegata con la frase "lo faccio per il suo bene"...) ha il solo risultato di far crescere bambini che avranno come parametro su cui organizzare e basare le proprie relazioni adulte quello della violenza stessa...bambini picchiati da piccoli diventano, da adulti, o persone a loro volta violente, o persone insicure e con scarsa autostima e pochissimo senso di valore personale. Non solo, molto spesso la violenza genera nei bambini e negli adolescenti vere e proprie situazioni di stress e trauma psicologico, che andranno poi a determinare situazioni di patologia psicologica nell'età adulta (es: ansia cronica, depressione, disturbo post-traumatico da stress). Come dice Lei stessa, l'unico modo per crescere i bambini in modo "sano" sta proprio nel creare con loro una relazione incentrata non sulla paura, bensì sul supporto e sull'empatia, all'interno della quale il bambino senta di poter rivolgersi ai genitori in momenti di difficoltà e di poter contare su di loro, al di là degli errori e dei comportamenti negativi messi in atto. Solo in questo modo il bambino imparerà a vedere se stesso come persona degna d'amore, amore che resterà immutato nella relazione con gli adulti al di là dei comportamenti sbagliati che il bambino potrebbe mettere in atto Nella speranza di aver risposto in modo esaustivo alle Sue richieste Le porgo cordiali saluti
Gentile non si può mai definire lecito educare i figli picchiandoli. Si trasmette loro mancanza di autorevolezza, violenza, incapacità a farsi rispettare e soprattutto comunicare. Ci sono molti altri modi mi creda e forse piu' divertenti anche per lei. Auguri
Buon giorno Giovanna, la psicologia di tutte le impostazioni teoriche e soprattutto sperimentali ci insegna e ci dimostra che il “punire” non estingue i comportamenti scorretti e negativi dell’essere umano ma li sospende temporaneamente per poi farli esprimere nuovamente quando la persona si sente forte per esprimere quello che ha subito. Invece, premiare quando i comportamenti corretti e positivi si manifestano, modifica l’atteggiamento negativo: la psicologia sperimentale dimostra che la tecnica educativa del rinforzo positivo, attuata in tutte le età e in tutte le circostanze, fa superare i comportamenti e i modi di essere inadeguati. La neurofisiologia e la traumatologia ribadiscono che i comportamenti si modificano quando è la stessa struttura cerebrale a modificarsi. E’ il caso del genitore che, da bambino, viene punito e/o picchiato per gli errori che compie: è molto facile che, da genitore, riperpetuerà la stessa violenza nei confronti del proprio figlio quando questi non esprime i comportamenti richiesti: la storia si riperpetua. Picchiare e punire i propri figli per i comportamenti indesiderati sono manifestazioni di violenza che compromettono la fiducia e la stima di se stessi, la sicurezza interpersonale nonché fanno emergere rabbia e collera interne che vengono espresse con atti aggressivi e spesso violenti. In questo senso il proverbio “ violenza chiama violenza” risulta significativo. Quindi, cara Giovanna, il detto popolare secondo il quale “ i figli "belli", cioè educati e responsabili vengono su con il pane ma anche con le percosse, mentre nutrirli e dedicargli premure senza picchiarli, significherebbe viziarli e farli crescere squilibrati e incoerenti” è da sfatare, tendenzialmente malsano, irrispettoso per la salute e il benessere psicofisica e sociale dell’essere umano. Io invece le propongo la validità di quanto segue: I bambini imparano ciò che vivono Se un bambino vive nella critica impara a condannare Se un bambino vive nell’ostilità impara ad aggredire Se un bambino vive nell’ironia impara ad essere timido Se un bambino vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole Se un bambino vive nella tolleranza impara ad essere paziente Se un bambino vive nell’incoraggiamento impara ad avere fiducia Se un bambino vive nella lealtà impara la giustizia Se un bambino vive nella disponibilità impara la fede Se un bambino vive nell’approvazione impara ad accettarsi Se un bambino vive nell’accettazione e nell’amicizia impara a trovare l’amore nel mondo D.L.N. Cordiali saluti
Buongiorno. Per mia formazione ed esperienza sono convinto che la memoria corporea è quella che rende l’apprendimento più accessibile e fruttuoso per l’uomo e, pertanto, imprime nella persona un proprio modo di vivere nel mondo. Il trauma di una violenza fisica è, infatti, rimembrato, perché è il corpo che ne porta i segni e ne sopporta il peso emotivo. Cominciamo con i primi contatti corporei sin dai primissimi momenti della nostra vita. Viviamo in relazione con il corpo, oltre che con la mente, il pensiero e il cuore, i sentimenti e le emozioni. Il corpo è il mezzo per esprimere affetto e infondere sicurezza, basti pensare all’efficacia terapeutica dell’abbraccio e all’importanza nutritiva del contatto con i bambini (c’è una cultura che invece invita a non prendere i bimbi piccoli in braccio per “non viziarli”!!!). Il contatto è come il cibo, nutre e fa crescere. La via diretta per indirizzare un figlio può quindi chiamare in causa anche il corpo quale luogo d’incontro e tramite per definire un confine, senza mai usare violenza che è ““utile”” solo per chi la esercita. Spero di essere stato utile. Cordialmente
Signora le rispondo dicendole che se un adulto picchia un altro adulto è perseguibile penalmente. Un bambino è una persona, proprio come lo è il genitore, nè di più nè di meno e non vedo perchè dovrebbe essere accettabile pensare di picchiarlo. Ci sono numerosi studi scientifici che confermano che la paura che prova il bambino nel momento in cui viene picchiato dal genitore può distruggere raggruppamenti neuronali (le cellule del cervello) e provocare danni permanenti. Le esperienze della prima infanzia sono fondamentali per lo sviluppo armonico del bambino e per la crescita di un adulto sano ed equilibrato. Non è attraverso la punizione fisica che si educa e si evita di "viziare un bambino". Per fare questo innanzi tutto bisogna rispettarlo come persona, è necessario imparare a dargli dei confini, essendo fermi sui "no" ed aiutandolo a dare un nome alle emozioni che prova, in modo che sappia gestirle e non ne venga sopraffatto. Se vuole approfondire il tema le consiglio la lettura del libro di Alice Miller che si intitola "Il risveglio di Eva: come superare la cecità emotiva".
Salve Giovanna, è vero che secondo il detto popolare qualche ceffone può aiutare a far crescere i nostri figli, ma riguardo l'attendibilità del detto non ci sono che dubbi. Il ceffone serve sicuramente al genitore per scaricare la rabbia momentanea ed a scuotere i figli al momento in cui sbagliano, secondo il genitore, ma l'adulto dovrebbe essere in grado di gestire il momento precedente e non fare di un errore una tragedia che sfocia poi nella rabbia e nelle percosse. Quello che può essere fatto è istaurare un dialogo con i figli che sia anche fatto di ascolto, le responsabilità non si insegnano attraverso le parole o le mani ma attraverso i fatti perché i figli guardano, ascoltano e seguono i modelli che decidiamo loro di dare.
Grazie a lei, per questa domanda tanto semplice quanto importante. Nella sua domanda lei esprime infatti i suoi dubbi su un comportamento che molti genitori ritengono essere educativo per i propri figli, ovvero quello di picchiarli. Purtroppo però le motivazioni alla base id questo comportamento sono spesso quelle che dice lei: i genitori che ricorrono alla violenza, seppure sporadicamente, sono stati essi stessi picchiati, nella maggior parte dei casi. Un bambino si aspetta dal genitori prima di tutto protezione: è terrorizzante e incomprensibile per lui che la persona preposta a proteggerlo lo aggredisca. Il problema è che un bambino, che per sua natura è inerme, non può pensare che il proprio genitore gli voglia fare del male: e allora lo giustifica, assume su di sè la colpa, cerca in tutti i modi di rimediare, di comportarsi come si deve, smettendo ad esempio di esprimere la propria rabbia o degli stati d'animo di tristezza. Quel bambino idealizzerà i propri genitori per non doversi rendere conto della dolorosa verità. Da adulto, se non avrà modo di essere aiutato da una persona consapevole a comprendere ciò che gli è successo, potrà ricorrere egli stesso alla violenza, sia purtroppo per sfogare la propria frustrazione, sia essendo sinceramente convinto che essa rappresenti un valido metodo educativo, dato che lui stesso avrà pensato di esserselo meritato e che gli abbia fatto bene. Come diceva lei, dare delle regole, illustrandone le motivazioni e le conseguenze se tali regole non vegono rispettate, sono metodi educativi molto più efficaci e meno traumatici per il bambino. Cordialmente
Gentilissima signora, capisco benissimo il suo stato d’animo e le sue perplessità. Io ritengo che le percosse, come si suole dire, i figli le meriterebbero sovente. Ma il problema che lei pone è un altro. Lei si sta chiedendo se e fino a che punto sia lecito picchiare i figli. La mia personale convinzione, e non solo mia, è che non sia lecito e neanche opportuno alzare le mani sui figli. Non è opportuno perché le botte non sono il miglior mezzo di convincimento e persuasione. Le maniere forti, nel migliore dei casi, non ottengono buoni risultati; sovente creano nei figli indisposizione, ribellione e violenza, anche se repressa. Per quanto riguarda il proverbio napoletano dico che lo conosco bene e lo conosco anche per intero (e qui lo riporto all’italiana): “ Mazze e panelle fanno i figli belli; panelle senza mazza fanno i figli pazzi”. A mio parere non c’è contraddizione tra quanto ho detto sulla inopportunità delle botte ed il messaggio del proverbio. Credo che il detto napoletano debba essere compreso in modo più ampio. Più precisamente, i termini ‘mazza’ e ‘panella’ devono essere intesi in senso metaforico. Per ‘panelle’ bisogna intendere le cure di cui hanno bisogni i figli nella loro crescita, che non è determinata dalla consumazione di solo pane, ma da tanti fattori: amore, cura, stima, sostegno, vitto, alloggio e… paghetta. Per ‘mazze’ bisogna intendere tutti gli interventi posti in essere dai genitori per inculcare buoni valori e buoni comportamenti; il modo migliore per trasmettere valori e buoni comportamenti resta sempre l’esempio della propria vita, non disgiunto dagli opportuni rimproveri, avvertimenti ed anche eventuali punizioni che non siano corporali. Signora, concludo dicendo che con i figli bisogna coltivare il dialogo e la stima reciproca; per tutto il resto bisogna confidare sulle forze costruttive che tutti abbiamo dentro di noi. Un cordiale saluto.
Buongiorno, non è lecito picchiare i figli per educarli. Non solo non è etico, non è nemmeno efficace da un punto di vista educativo, a meno che non si voglia che i figli rispettino le regole per paura. Ma nemmeno in questo caso l'esito è sicuro. La letteratura indica che la penalizzazione deve essere intesa come la sottrazione di un rinforzo, ma è sempre più efficace, oltre che etico, rinforzare i comportamenti positivi alternativi, anziché punire i comportamenti inadeguati. Di seguito alcune importanti indicazioni pedagogiche che condivido nel lavoro con i genitori. Prestare attenzione alla distinzione tra le emozioni dei genitori e quelle dei figli. Descriverle loro senza squalificarli (invece che “sei un’idiota” si può dire ad esempio “quando ti comporti così non ti capisco, mi sento frustrata/o, sai cosa significa?”). Passare dal giudizio alla descrizione, anche quando il giudizio è positivo (invece che “bravo” si può dire ad esempio “stai facendo il compito con attenzione, il tuo disegno ha molti colori, penso che sia faticoso ma vedo quanto ti impegni, sono contenta/o per te”) Esplicitare il valore che sta dietro alla regola. Una pedagogia che esplicita il valore della regola può aiutare i figli ad avere accesso al sistema di valori dei genitori, non per disconfermarlo, solo per conoscerlo. In questo modo, oltre che sentire la volontà di controllo, possono sentire anche su quali basi appoggia questa volontà. Prestare attenzione a come i genitori utilizzano il linguaggio quando fanno una richiesta o verbalizzano una regola (spesso i genitori utilizzano frasi espresse al negativo: “non gridare”, “non ridere”, “non alzarti da tavola”). I bambini hanno chiarissimo cosa NON devono fare. Può essere utile avere consapevolezza del modo in cui utilizziamo il linguaggio. Indicare loro cosa possono fare, li aiuterebbe a entrare in relazione con il SÌ invece che con il NO, senza bisogno di pregarli. Coinvolgere i figli nella “costruzione” e nella gestione della regola, soprattutto nel caso di regole o routines che vengono introdotte come novità o modificate perché non funzionano ("andiamo a comprare una sveglia che puoi puntare per ricordarti l'ora di prepararsi per la notte, so che non è facile ma credo che ce la puoi fare, stasera proviamo!") Spostare l’attenzione dalla punizione dei comportamenti indesiderati al rinforzo dei comportamenti desiderati (che prima vanno individuati e considerati in modo critico). In questo modo i figli si possono sentire “guardati”, possono sentire il piacere di ricevere attenzione per ciò che funziona e sostegno, supporto, per ciò che ancora non funziona. Su questo ultimo punto trovare soluzioni creative è più faticoso, rispetto al ricorso alla punizione, ma può dare al bambino, opportunamente coinvolto, un sentimento positivo verso l’autonomia, non solo la paura di essere punito. La penalizzazione, dove ritenuta necessaria, può configurarsi come la sottrazione del privilegio, ma va utilizzata con coscienza, in modo contestuale e contingente. Spero di essere stata chiara, un saluto
Gentile Giovanna, anch'io sono campano e conosco benissimo il proverbio a cui lei fa riferimento. Se da un lato è vero che la saggezza popolare raramente sbaglia, è anche vero che bisogna andare oltre il significato letterale delle parole (altrimenti non sarebbe più saggezza). Io credo che le "mazzate", a cui il proverbio fa riferimento, non vadano intese come percosse vere e proprie ma che rappresentino la metafora di un'educazione rigida (sulla quale comunque si potrebbe discutere). La violenza va condannata sempre ed in ogni sua forma e non può, per nessun motivo, considerarsi un metodo educativo.Fare il genitore è uno dei "mestieri" più complessi che ci siano e una "ricetta" unica che vada bene per ogni situazione non esiste. Quello che mi sento di consigliarle, qualora sia madre o desideri diventarlo, è di essere sintonica con i suoi figli, comprenderne le esigenze ascoltandoli o anche solo osservandoli, cercando di essere presente. La saluto cordialmente
Cara Giovanna, sebbene uno sculaccione o uno schiaffo possano, secondo me, sortire effetti educativi, dando al bambino il senso del limite impresso a livello sensoriale, non penso che questo debba però costituire la modalità educativo prevalente nella relazione genitore-figlio. Anzi, ritengo che ciò possa rivelarsi dannoso, dal momento che rischia di instaurare un circolo vizioso improntato alla violenza e all'aggressività. Vale la pena di cercare sempre un dialogo.
Gentile Giovanna, il proverbio a cui lei fa riferimento, che suppongo sia "mazz' e panell' fann' i figli belli e pane senza mazz' fann' i figli pazz'", è un proverbio che come tutti nel suo senso profondo è sempre attuale, ma che va interpretato e contestualizzato alla nostra civiltà attuale. Quando si dice "mazz" facciamo riferimento alla capacità del genitore di avere "polso" con i figli, ovvero riuscire ad essere anche fermi sulle proprie posizioni educative, mettere in campo la propria funzione normative ovvero del impartire e far rispettare norme e regole. Questa funzione generalmente è del ruolo paterno ma ciò non esclude che anche una madre possa e debba svolgere una funzione normativa. Dalla sua domanda mi sorge una domanda tutta mia: quanto il suo compagno è assente o non poco in grado di svolgere questa funzione, o di svolgerla nei dovuti modi? In conclusione quello che posso dirle, e quello che dice il proverbio stesso, è che con i figli bisoglia concedere ed essere generosi ma anche saper dire di NO quando è necessario. E per dire di NO non è necessario arrivare alle mani, che poi qualche volta qualche volta ad un genitore possa scappare un "simbolico" ceffone credo sia anche normale. Cordiali Saluti
Gentile Giovanna, la risposta la ritrova nella stesso verbo educare. Educare ha tra i sui significati quello di "coltivare". Se si usano mezzi coercitivi l'esempio educativo per il bambino sarà un modello coercitivo quindi violento. Il seme della coercizione origina un adulto che a sua volta risolverà i problemi attraverso comportamenti o apertamente aggressivi o attraverso sotterfugi (la aggressività passiva). Infine, un bambino maltrattato non è solo quello che subisce uno stile educativo coercitivo ma anche quello viziato. Un bambino viziato come quello maltrattato non potrà crescere con radici forti.
Cara Giovanna, fai bene ad interrogarti su questo proverbio: in accordo con gli studi della psicologia dello sviluppo è completamente scorreto. Il genitore che usa la violenza nei confronti del figlio non lo rispetta e lo umilia inoltre lo porta ad interiorizzare un modello genitoriale disfunzionale. Questo tipo di genitore percepisce di non avere risorse sufficienti per gestire la situazione problematica in un'altro modo e così prova rabbia e frustrazione che agisce nei confronti del figlio. L'educazione che funziona è quella positiva, basata sull'ascolto empatico del bambino, il riconoscimento delle sue emozioni, l'aiuto allo sviluppo di un dialogo emotivo. E' importante valorizzare i comportamenti positivi dei nostri figli, sottolineare i loro piccoli progressi e contenere i comportamenti problematici proponendo loro, un comportamento alternativo valido, condividere poche regole, chiare e precise, utilizzare parole semplici e concrete per far capire al bambino quale comportamento ci aspettiamo da lui. Con le punizioni fisiche il bambino imparerà che i conflitti si risolvono con l'aggressività, al contrario un genitore che propone un modello autorevole basato sul dialogo renderà il proprio bambino un uomo più forte, capace di gestire i conflitti facendo valere le proprie ragioni ma rispettando l'altro. Per fare tutto ciò ci vuole pazienza ed intelligenza, ma sono sicura che poi, cara Giovanna, ne raccoglierà i frutti!
buon giorno, io credo che per educare in modo sano i propri figli non ci sia bisogno di usare le mani, credo che sia un errore enorme commesso dagli adulti. in primo luogo usando le mani legittimiamo il bambino a fare altrettanto con compagni o adulti, in secondo luogo non gli insegniamo nulla. il bambino non commetterà più l'atto punito non perchè ha capito realmente che è sbagliato e e le motivazioni, ma semplicemente per non prendere botte.

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