Cattiveria agonistica

Val

Buongiorno a tutti. Sono mamma di un ragazzino di quasi 12 anni che gioca a calcio. Ama questo sport più di ogni altra cosa. Ha giocato 4 anni in una squadra di paese dalla quale è voluto andare via perché non si sentiva né valorizzato né apprezzato. Ha scelto una squadra molto competitiva, che ha vinto tanti tornei ..una " scuola calcio élite" dov'è il ritmo è sempre alto e la competizione è alle stelle. Ha iniziato il campionato nella squadra " b" lavorando molto tanto da passare nella squadra " a" nel giro di sette mesi. Qui però la situazione è cambiata, alterna partite piene e grinta e ritmo ad altre dove sembra non riuscire a fare nulla! Ha tanto potenziale ma sembra di mancare di sostanza e della cosiddetta " cattiveria agonistica" che ti fa lottare anche quando tutto sembra impossibile. Temo che a lungo andare questa differenza diventi un ostacolo insuperabile. Non so come trasmettergli quella cattiveria necessaria o a fargli avere quella sicurezza indispensabile per esprimersi come potrebbe fare.

7 risposte degli esperti per questa domanda

Capisco la tua preoccupazione: quando vedi il potenziale di tuo figlio, è naturale volerlo aiutare a esprimerlo sempre. Ma attenzione a un punto importante: la “cattiveria agonistica” non si insegna spingendo di più, cresce quando un ragazzo si sente sicuro, libero e sostenuto, non sotto pressione.

A 12 anni l’alternanza è normalissima, soprattutto in un ambiente più competitivo: nuovi ritmi, aspettative alte, confronto continuo. Non è mancanza di carattere, è adattamento.

Qualche direzione utile:

  • Separare valore e prestazione: fagli sentire che per te vale indipendentemente da come gioca.
  • Dopo le partite, evita analisi tecniche: chiedi “ti sei divertito?” o “come ti sei sentito?”.
  • Rinforza lo sforzo, non il risultato: la grinta nasce quando l’impegno viene visto.
  • Se “sparisce” in campo, spesso è ansia o paura di sbagliare, non poca voglia.
  • La fiducia cresce se sente di poter sbagliare senza deludere.

Se vuoi aiutarlo davvero, non cercare di “accenderlo” dall’esterno: aiutalo a costruire sicurezza dentro. È da lì che nasce anche quella fame agonistica che cerchi.

 Daniela Sasso

Daniela Sasso

Lecce

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Buongiorno,

Come mai vorrebbe che suo figlio, un ragazzo di meno di 12 anni, sviluppi ciò che lei descrive come "cattiveria agonistica"?

La sicurezza in se stessi si coltiva mediante la stima che si rivolge verso la propria identità, mantenuta tale anche in contesti competitivi. Il senso è dimostrare al mondo esterno il proprio valore percepito, di modo che anche gli altri vedano quanto vali, senza la necessità di creare situazioni di paragoni con altri o relazioni di superiorità-inferiorità.

Poniamoci nel contesto calcistico da lei descritto.

Il ragazzo in 7 mesi (veramente poco tempo) è riuscito a dimostrare non solo il proprio valore, ma a realizzare il salto di qualità che testimonia il suo potenziale portandosi da un livello B a un livello A. 

La competitività sana non è rivolta a sfidare il prossimo per mostrare una tendenziale "superiorità" rispetto ad una media, ma a mantenere il proprio valore alto indipendentemente dalle circostanze, divertendosi e migliorando le proprie prestazioni.

La "cattiveria agonistica" che lei descrive in realtà non è affatto salutare, specialmente per un ragazzo di 11 anni che dovrebbe principalmente divertirsi. 

Migliorare l'autostima e la percezione di sè deve provenire da un lavoro interiore che poi si manifesta nei diversi contesti della vita. 

Ha chiesto qual è il desiderio del ragazzo? Qualora fosse quello di sviluppare questa forma di sportività, provi a capire quali sono i motivi sottostanti, perché potrebbero non essere affatto questioni calcistiche, ma motivazioni profonde da ricercare nelle aspettative che il ragazzo può essersi costruito nella sua mente.

Le consiglio di approfondire l'argomento.

Buona giornata

Dott.ssa Eleonora Stingone

Dott.ssa Eleonora Stingone

Parma

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Buongiorno, capisco la sua preoccupazione: quando vediamo il potenziale dei nostri figli, è naturale desiderare che riescano a esprimerlo al meglio. Da ciò che racconta, suo figlio ha già dimostrato risorse importanti: ha saputo cambiare ambiente, mettersi in gioco e crescere fino alla squadra “A”. Le oscillazioni che vede ora sono molto frequenti a questa età, soprattutto in contesti competitivi: non indicano mancanza di valore, ma un equilibrio ancora in costruzione tra emozioni, fiducia e prestazione. Quella che chiama “cattiveria agonistica” spesso non si trasmette direttamente: nasce piuttosto dalla sicurezza interna e dal sentirsi sostenuti, più che giudicati. Può aiutarlo valorizzando l’impegno più del risultato, riconoscendo i momenti in cui lotta anche se non tutto riesce, e lasciandogli spazio per vivere lo sport come qualcosa che ama, non solo come una prova da superare. Più che spingerlo a “essere diverso”, può essere utile accompagnarlo a capire cosa prova nelle partite in cui si blocca, senza pressione. In questo modo, pian piano, quella sicurezza e quella determinazione potranno emergere in modo più autentico e stabile.

Dott.ssa Fioldisa

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Torino

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Gentile Val,

Capisco bene la tua preoccupazione, perché quando un ragazzo ama davvero uno sport e ci investe così tanto, è naturale che un genitore desideri vederlo esprimersi con continuità e sicurezza. Quello che descrivi però è molto comune nei ragazzi della sua età, soprattutto quando passano da un contesto più tranquillo a uno altamente competitivo. Il salto di livello porta entusiasmo, ma anche pressione, aspettative, confronto continuo con compagni molto forti e la sensazione di doversi “guadagnare” il posto ogni volta. In queste condizioni è normale alternare partite piene di energia ad altre in cui sembra bloccarsi: non è mancanza di potenziale, ma un processo di adattamento emotivo.

La cosiddetta “cattiveria agonistica” non è qualcosa che si insegna dall’esterno, e non nasce dal sentirsi dire di essere troppo buoni o troppo poco determinati. È una sicurezza interna che si costruisce quando un ragazzo sente di poter sbagliare senza perdere valore, quando percepisce che il suo impegno viene visto anche nei momenti difficili e quando non vive la partita come un giudizio su di sé. Più un giovane atleta sente di dover dimostrare qualcosa, più rischia di spegnersi proprio nei momenti decisivi.

Quello che puoi fare tu è offrirgli uno spazio in cui non deve essere “all’altezza”, ma semplicemente se stesso. Aiutarlo a distinguere il valore personale dalla prestazione sportiva, a normalizzare le giornate storte e a ricordargli che la crescita non è lineare. È proprio questa base emotiva che, nel tempo, permette ai ragazzi di tirare fuori quella grinta che oggi sembra mancare. Non perché gliela si impone, ma perché nasce da un senso di fiducia più profondo.

Il fatto che lui abbia già fatto un percorso così importante, passando da una squadra all’altra e conquistandosi un posto nella formazione più competitiva, dice molto della sua determinazione. Ora ha bisogno di consolidare la parte emotiva, non di “diventare cattivo”. E questo, con il giusto sostegno, arriva.

Un caro Saluto

Dottoressa Arianna Bagnini

Psicologa Clinica, del Lavoro

Risorse Umane, Organizzazioni

Ricevo Online

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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A volte ci sono bambini che sviluppano un forte senso di rispetto e tolleranza verso gli altri, qualità preziose che però, se sbilanciate, possono portarli a mettere sé stessi in secondo piano, quasi “nell’angolo”. In questi casi è importante aiutarli a riconoscere e legittimare anche quella quota di assertività, energia e grinta necessaria per affermarsi, proteggersi e sviluppare pienamente le proprie potenzialità

Non si tratta di favorire aggressività distruttiva, ma di trasformarla in forza vitale, capacità di dire di no, di prendere spazio e di riconoscere il proprio valore. In questo percorso è importante considerare anche il tema dell’autostima, perché spesso dietro un eccessivo adattamento agli altri può esserci una fragilità nel sentirsi degni di esprimersi. Questo richiede un lavoro psicologico mirato, affiancato dal sostegno della famiglia, perché il bambino possa crescere sentendosi accolto ma anche autorizzato a esistere pienamente.

Buongiorno, quello che descrive è un passaggio molto delicato e anche molto comune nei ragazzi che entrano in contesti sportivi altamente competitivi. Suo figlio ha già dimostrato qualità importanti: ama profondamente il calcio, ha lavorato con impegno, ha affrontato una scelta difficile cambiando squadra e in pochi mesi è riuscito a passare dalla squadra B alla A. Questo, di per sé, è un indicatore di potenziale, motivazione e capacità di adattamento.

L’alternanza che nota, partite in cui è presente, grintoso, efficace e altre in cui sembra “sparire”, spesso non è legata alla mancanza di talento o di voglia, ma a fattori emotivi e psicologici. A quasi 12 anni i ragazzi stanno costruendo la loro identità, anche sportiva, e in ambienti dove il livello è alto possono emergere insicurezza, paura di sbagliare, confronto costante con gli altri e bisogno di sentirsi all’altezza. Tutto questo può bloccare proprio quella “cattiveria agonistica” che da fuori sembra mancare.

È importante sapere che la cattiveria agonistica non si trasmette con le parole né con la pressione, ma nasce quando un ragazzo si sente sufficientemente sicuro da osare, da sbagliare e da lottare senza il timore di deludere. Più sente aspettative, più può irrigidirsi. In questi casi, il messaggio più utile che può ricevere a casa è che il suo valore non dipende dalla prestazione di una singola partita, ma dall’impegno, dalla crescita e dalla passione che mette ogni giorno.

Se questo vissuto dovesse diventare fonte di frustrazione o di perdita di fiducia, un supporto psicologico o uno psicologo dello sport potrebbe essere molto utile. Un percorso di questo tipo aiuta i ragazzi a lavorare sulla sicurezza, sulla gestione della pressione e sull’autostima, permettendo loro di esprimere il proprio potenziale con maggiore continuità, senza sentirsi schiacciati dal confronto.

Il fatto che lei si ponga queste domande con tanta attenzione è già una grande risorsa per suo figlio. Con il giusto sostegno, questa fase può diventare un passaggio di crescita, non un limite.

Dott.ssa Chiara Parodi

Dott.ssa Chiara Parodi

Parma

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Buongiorno a te. Ti ringrazio per aver condiviso questa riflessione così carica di amore materno e di attenzione verso la crescita di tuo figlio. Si sente quanto tieni alla sua realizzazione, non solo come atleta, ma come persona.

Nel mio approccio umanista-transpersonale , non guardiamo mai alla "prestazione" come a un dato isolato. Il campo da calcio, per un ragazzino di 12 anni che sta entrando nella delicata fase della pre-adolescenza, è un vero e proprio "palcoscenico dell'anima", dove vengono messe in scena le sue sicurezze, le sue paure e la percezione del proprio valore.

Tuo figlio è stato bravissimo, ha fatto un salto di qualità enorme in soli sette mesi. Questo traguardo, però, porta con sé un "carico cognitivo" nuovo: la paura di perdere il posto conquistato.

Quando un ragazzo alterna partite brillanti a partite "vuote", di solito non è un problema di talento, ma di energia bloccata . Se entra in campo con il pensiero di "dover dimostrare" o con la paura di sbagliare, il suo corpo si irrigidisce. La "sostanza" manca perché la sua mente non è nel corpo, ma è proiettata al giudizio dell'allenatore o dei compagni.

Spesso noi genitori vorremmo "iniettare" la sicurezza nei nostri figli, ma la sicurezza è un fiore che cresce solo in un terreno privo di pressione eccessiva.

Tuo figlio ha già dimostrato una grandissima forza di volontà volendo cambiare squadra e guadagnandosi la promozione in sette mesi. Ha già la stoffa del combattente. Forse, in questo momento, ha solo bisogno di sentire che può anche permettersi di essere "fragile" senza che questo rovini il suo sogno.

 

Un caro saluto, 

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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