Carissimo Fabrizio,
Capisco quanto questo ti faccia soffrire, e voglio dirti subito una cosa importante: non sei “scemo” per quello che ti sta succedendo. Anzi, quello che descrivi è qualcosa che, quando compare, può essere molto intenso e anche spiazzante, soprattutto per chi – come te – ha sempre avuto familiarità e piacere nel parlare in pubblico.
Proprio questo contrasto rende tutto più difficile: non è solo il blocco in sé, ma anche il senso di perdita rispetto a una parte di te che conoscevi bene e che funzionava con naturalezza.
L’episodio che racconti, in chiesa, ha probabilmente avuto un forte impatto emotivo. Non solo per il contesto (carico di significato affettivo), ma anche perché è stato il primo momento in cui qualcosa “non è andato”. In queste situazioni può accadere che il corpo “memorizzi” quell’esperienza come un segnale di allarme, e da lì in poi si attivi automaticamente: nodo alla gola, voce che si blocca, occhi che si riempiono di lacrime.
Non è una mancanza di capacità, ma una reazione emotiva intensa che prende il sopravvento.
Spesso, dopo un primo episodio così, si crea un circolo vizioso che può impedire il ritorno alla normalità: il ricordo di quel momento (“la figuraccia”), la paura che possa riaccadere, l’attenzione sempre più focalizzata su di sé (“e se mi blocco?”) e il corpo che, sentendosi sotto pressione, reagisce proprio in quel modo. E più si cerca di “controllarsi”, più il blocco può aumentare.
Un aspetto che sento importante è questo: il fatto che succeda proprio in situazioni cariche di emozione e significato affettivo (il matrimonio di tua nipote, la famiglia…) fa pensare che non sia solo “ansia da prestazione”, ma qualcosa probabilmente di più profondo legato all’espressione dei sentimenti o una qualche insicurezza emotiva legata al “contesto famiglia” che magari è rimasta silente fino a quel momento e che ha trovato una sua espressione in quel momento. Ipotesi ovviamente da verificare.
La buona notizia è che questo tipo di difficoltà si può affrontare e sciogliere, con il giusto spazio di lavoro. Un percorso psicoterapico può aiutarti a:
- comprendere meglio cosa si attiva dentro di te in quei momenti
- lavorare su quella risposta emotiva che oggi prende il sopravvento
- recuperare gradualmente sicurezza, senza forzarti, lavorando sulle tue risorse
- tornare a vivere la parola non come un rischio, ma come una possibilità
Non si tratta di “tornare come prima” forzandoti, ma di ritrovare un modo tuo, oggi, di stare in quelle situazioni con più libertà.
Ti invito anche a guardarti con un po’ più di gentilezza: quello che ti sta succedendo è umano, e non cancella affatto la persona che sei stato e che, in fondo, sei ancora.
Un caro saluto.
Dott.ssa Sara Appoloni